A caccia di cinesi

18 febbraio 2013, torno nella mia amata Porto sant’Elpidio dopo 6 mesi di sano e puro smog pechinese. Neanche smaltisco il fuso orario che già vengo risucchiata nel dibattito politico che, manco fosse la febbre gialla, sta imperversando sul mio paese: le elezioni amministrative. Non mi sento pronta, tuttavia so di non avere scelta. Mi preparo ad aprire i programmi elettorali dei candidati sindaco e trovare campagne di decinesizzazione, ronde per fare la guardia ai gatti randagi improvvisamente scomparsi dai nostri quartieri, fiaccolate per porre fine alla pratica dei piedi fasciati. Mi infilo la tutina arancione regalatami da un monaco guerriero dello shaolin e lego i capelli con una fascetta rosso comunista comprata in piazza Tiananmen. Brevi esercizi di riscaldamento liberamente ispirati a Kungfu Panda, foglie di thé in infusione, incenso tibetano in combustione e ventaglio a portata di mano per rinvenire in caso di mancamento. Sono pronta. Scorro febbricitante le pagine dei programmi, passo in rassegna ogni punto, leggo e rileggo gli slogan elettorali, cerco messaggi subliminali nei cartelloni affissi in paese. Ne trovo tanti, ma non quelli che cerco. Dei cinesi non c’è più traccia. Con il passo felpato di un ninja, faccio un giro di perlustrazione della zona. Negozi chiusi, festoni spiccati dai muri, ai matrimoni non va manco più di moda far volare in cielo le lanterne di carta. La statale sembra il set di un film di Sergio Leone, dal centro in poi, uno di Tinto Brass. Dietro casa mia abitava una famiglia di cinesi e, prima di partire, ero solita rimanere in silenzio ad ascoltare gli scatarri del capofamiglia, che mi catapultavano indietro coi ricordi alla mia prima volta in Cina. Una delizia. Ora se ne sono andati e non trovo nulla di ugualmente evocativo.
Amareggiata dalla ricerca e ormai contagiata dalla febbre della rivoluzione che parte dalle masse, o forse delusa perché studiosa di un problema già passato di moda, decido di riportare l’attenzione dei miei compaesani sul dramma che fino allo scorso semestre attanagliava maggiormente i loro animi: l’invasione gialla. Conduco una limitata serie di interviste su un campione della popolazione elpidiense, raccogliendo materiale di scarso interesse, risposte livellate e tutte uguali: “Io co li cinesi? Mai un problema! Adè l’unici che paga!”, “Je se po’ dì tutto, a rutta, a sputa per terra, però a me m’ha sempre pagato prima dela fine delu mese.” Mi sento spaesata.
Questa non me l’aspettavo. Raccolgo le idee, faccio confronti, mi perdo in ipotesi ed interrogo pure l’antico oracolo cinese con le monetine. Il responso è semplice e immediato: “Accondiscendenza”. Ancora una volta l’I-Ching mi sorprende, conosce gli elpidiensi meglio di me! L’accondiscendenza è una caratteristica che da sempre contraddistingue l’esemplare elpidiense medio, spara a zero dalla conca del suo divano ma non è disposto ad alzare il culo per cambiare le cose. Se c’è da guadagnarci qualcosa un modo lo trova sempre ed è dotato dell’astuzia necessaria ad aggirare i problemi, almeno per il tempo che basta a guadagnarci un altro paio di mocassini.
Chi sto prendendo in giro? Quale Cina voglio raccontare? Mi sa che in questi sei mesi non mi sono mossa di un centimetro. Eppure i saggi elpidiensi mi avevano messa in guardia: “Che ce devi rrià a Pechino pe vedè li cinesi?? Ecco ci ni sta quanti ti ni pare!”. Avevate davvero ragione.
Per quanto riguarda l’abbandono cinese del jet set elpidiense, solo un dubbio non riesco ancora a sciogliere:
Chi s’è rotto prima li cojoni?
…Vediamo che mi dice l’I-Ching!

                                                                                                                               Giulia Cuini

 

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