Le domande che dovreste farvi #4

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Episodio 4: Il buio oltre la sala

Ecco. Era questa la melma in cui sguazzavamo. Mattina e sera, senza soluzione di continuità. Difficile credere di poter vivere tutto questo senza esserne segnati. Impensabile non cercare di dare dignità al nostro lavoro. Imperdonabile non provare ad educare una massa informe di consumatori senza il minimo concetto di cosa siano le buone maniere. Noi, animi sensibili, eravamo sconvolti da questa sfida impari che ci si parava contro, ma riuscimmo in qualche modo a capire. Realizzammo che l’unico modo per sconfiggere questa dilagante ignoranza che cercava di fagocitarci era spingere all’apice la nostra professionalità, cancellare le nostre sbavature, eseguire un perfetto servizio di cortesia e affabulazione. In sala, certo, perché nel retrocucina le nostre giovani menti, che rischiavano il collasso, dovevano trovare vendetta.

Ora eccomi qui, dietro le quinte, il mio ruolo in tutto questo era quello di lavapiatti per scelta. Dopo stagioni in sala, a contatto con la clientela, non riuscivo più a tollerare, allora “sai che c’è?” laverò i piatti da solo, io e il lavandino, non voglio contatti umani. Ma, va da se, che vedere il mio socio costretto ad affrontare da solo tutto quello di cui sopra mi fece seriamente preoccupare per la sua salute mentale. Di fatto, le sue interminabili notti, passate di fronte allo specchio a menarsi l’uccello, pensando alle avventrici della spiaggia, di regola consorti di uomini di affari locali, lo deperirono nel fisico. Tanto che lo staff del ristorante, imputando questo suo stato a di lui sorprendenti e misconosciute doti amatorie, con enormi pacche sulle sue fragili spalle esclamavano compiaciuti: “Magnece lo pa’ zì!”.

Mentre l’estate gli vorticava intorno, rapida ed incurante, le sue meningi andavano via via liquefacendosi, il suo sguardo, sempre più fisso nel vuoto, non trovava più il pertugio nel quale infilarsi per scappare da una realtà che lo aveva piegato ed abbrutito. Rimaneva ben poco di quell’aitante giovane pieno di belle speranze, oggetto degli appetiti sessuali delle mantidi elpidiensi. In quei pantaloni neri troppo larghi, in quelle camice bianche svolazzanti come tende su finestre spalancate alla tramontana, la sua freschezza scemava, e somigliava sempre di più ad uomo da marciapiede.

Dovevo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Così tentai di distrarlo, coinvolgendolo in attività ludiche che lo vedevano protagonista di scherzi di un’ilarità strabordante, come riempirgli le scarpe che avrebbe indossato nel dopo lavoro di scarti di pesce o, che so, bersagliarlo con avanzi di cocomero sulla camicia bianca durante il servizio, e via dicendo. Incredibilmente in lui la scintilla si riaccese, si appassionò a tutto questo e sembrò dimenticare i difficili momenti vissuti in sala. Iniziò a rispondere ai miei atti di goliardia con sue personali trovate, che via via si fecero sempre più pesanti: gettare i piatti da lavare direttamente nel secchio dell’immondizia, cospargere il piano di lavoro pulito di olio, sugo e crostacei masticati dai clienti, scagliarmi contro con violenza patate intere, melanzane intere, zucchine intere, buttarmi i piatti puliti nel solito buzzico lercio dell’immondizia, e così via.

Le nostre giornate passavano spensierate, traboccanti di sana gioia e propositivo spirito nel trovare sempre qualcosa di nuovo per compiacere l’amico fraterno. Succedeva però che la quotidianità in sala era sempre la stessa, gli stessi avventori, la stessa maleducazione, la stessa poca stima in noi stessi che ci infondeva il non essere apprezzati per quello che facevamo. Come l’infante che impara dai sui giuochi, così noi fummo illuminati, e capimmo che non c’era altro da fare che unire l’utile al dilettevole, che si sarebbe inevitabilmente trasformato in delittuoso.

Successe naturalmente, senza premeditazione. Un giorno il mio socio, faccia spenta, si presenta da me ad inizio lavoro e m’informa “Ci sta lu solitu testa de cazzu”. Lo vedevo già appassito, disinteressato ad ogni mio tentativo di distogliere la sua attenzione dalla sua condizione penosa.

Non rispondeva alle mie sollecitazioni, appoggiava i piatti sporchi e se ne andava via mesto.

Decisi che era il tempo delle decisioni irrevocabili. Dovevo scuoterlo, fargli capire che la realtà delle cose non finiva in quella stupida sala da pranzo. Dovevo rendermi protagonista di un atto eclatante. Casualmente il socio si affacciò nella mia postazione con in mano un piatto da portata stracolmo di un sugoso primo di pesce. Lo guardai, lo chiamai, gli chiesi: “Per chi d’è sa robba? Per issu?” lui annuì e, con lo sguardo fisso da schizofrenico, capii che aveva già intuito. Gli ordinai: “Venne qua”. Si avvicinò sornione, sempre con gli occhi sgranati fissi su di me, e, in un serafico mistico silenzio, lo guardai anche io e alzai le mani, guantate di gomma sudicia di pattume, come un chirurgo prima di un’operazione. Strizzai gli occhi come un perfetto Eastwood e, con uno scatto da pistolero, intinsi entrambe le mani nel mucchio di spaghetti striscianti. La sorpresa lo colse alla gola insieme all’irrefrenabile ironia, così tanto che per lunghi istanti non riuscì a respirare. Dopo aver dato una bella mescolata anche in fondo dissi: “Vanne, è prontu”. Le lacrime gli ostruivano le orbite ed una risata convulsa gli batteva in petto, riuscì tuttavia a ricomporsi e a servire la specialità.

Da quel fatidico giorno non riuscimmo più a fermarci. Ogni volta che si presentava qualche ospite sgradito la punizione era automatica: con portamento ferale da maggiordomo integerrimo il socio si presentava da me e io, ligio al dovere, correggevo all’aroma di guanto primi, secondi e caffè. Trascorremmo giornate di interminabile giubilo, pieni, finalmente, di gioia per il nostro lavoro e addirittura impazienti che questo avesse inizio. Fino a quando la cosa non ci sfuggì di mano. Il socio, troppo entusiasta per aver finalmente trovato il senso del suo servire, si lasciò andare in atteggiamenti pericolosi che io notai, ma che, mio malgrado, non riuscii a correggere.

Il segno dell’evidente squilibrio lo notai quando lo sorpresi a spazzare il tagliere del pane con l’abominevole scopa utilizzata per ramazzare il circondario. La sua faccia deformata dalla follia mi fissava mentre le sue braccia continuavano ad andare avanti e indietro. L’operazione aveva ormai perso il suo carattere chirurgico per colpire democraticamente o arbitrariamente chiunque. Ma un fatto mi portò a dubitare delle mie azioni, visto che il mio compare criminale era fuori controllo. Quel fatidico giorno si era ormai al dessert e, come capitava quotidianamente, avevamo messo in atto tutte le nostre pratiche di sabotaggio ma io continuavo a scrutarlo, e lo vedevo impaziente e teso, fin poi a sentirlo armeggiare nell’angolo del sorbetto. Allarmato mi avvicinai e ciò che vidi fece vacillare ulteriormente la mia fede nel prossimo: con sforzi da settantenne catarroso, il socio, paonazzo in volto, tirava su col naso e, con roboante fragore, espettorava l’iniquo viscidume nella poltiglia biancastra al limone che continuava a mulinare nella sua sede, mentre con le mani riforniva i fluts del suo personalissimo latte più. Un capogiro mi prese alla testa. Cercai appoggio in quel caos rotolante in cui all’improvviso si era trasformato il retro cucina. Quello che riuscii a dire fu più o meno: “Ma….ma….ma…..ma…..ma…….ma che cazzu fai?”.

Il socio, in preda a convulsioni e manie di onnipotenza, rideva a bocca spalancata che potevo chiaramente vedere il suo esofago. Imperturbabile, dispose i bicchieri sul vassoio e si avviò, mentre io indietreggiavo inorridito. Rimasi così, immobile, solo, roso dal colossale senso di colpa per aver liberato un mostro dalla sua gabbia. Fino a che nel mio campo visivo apparve candida e giuliva la cuoca che, con passettini misurati, si avvicinava al fetido strumento di morte dove galleggiava pericolosamente inerme il denso abominio. La glottide mi si bloccò di traverso in gola. Non riuscivo più ad associare i pensieri, a dare loro una linearità di causa ed effetto. Pietrificato, sapevo di non poter dire nulla. Di non poter fare alcunché per cambiare il corso degli eventi. Infatti ciò che vidi fu la donna afferrare un bicchiere, posarlo sotto al beccuccio della macchina, aprire il rubinetto, riempire per tre quarti il vitreo recipiente e, nella calura estiva, ingollare il vischioso agrume miscelato con i fluidi corporei del socio impazzito e compiaciuta esclamare un “ahhhhhhhhhh!” di rinfrancante godimento. Gli istanti successivi mi videro, attanagliato da conati, lanciarmi verso il bagno dove, abbracciato il water, vomitai copioso il pranzo, la colazione e la cena della sera prima. Ormai svuotato mi ricomposi e con occhi orribilmente rossi e gonfi tornai sul luogo del delitto, dove vidi il boia, l’impalatore, lo sterminatore del dessert refrigerante, immobile sulla soglia della cucina, da dove aveva seguito tutta la scena, e la sua faccia allampanata mi diede l’esatta misura della sua follia: l’ignominia di cui era stato artefice e la mostruosità che si era succeduta sotto i nostri occhi inermi aveva provocato al socio un coito, un eiaculatio precox, si era venuto nei pantaloni in un’orrenda macchia di viscido liquame spermatico.

Questo è quanto volevo raccontare. Giudicate voi l’accaduto, liberi da ogni pregiudizio. Ognuno di noi, più volte nella vita, è stato avventore di un ristorante, se sgarbato o rispettoso questo solo voi, nel profondo, potete saperlo. Forse non tutti abbiamo vissuto la stessa situazione dalla parte di chi serve, di chi cucina, di chi ci permette di passare dei momenti di relax lontani dalla routine quotidiana. La sola cosa che probabilmente c’è da imparare da tutto questo è che la priorità è il rispetto verso il prossimo, e che qualora decidessimo di assurgere a giudice e boia nei confronti di chi maleducatamente sbaglia, dovremmo aver fin dall’inizio chiaro in testa che le nostre successive azioni, guidate dal nostro insindacabile giudizio, potrebbero essere miopi, colpire degli innocenti e ritorcersi contro di noi nei secoli a venire.

Atticus Finch

 P.S. ” Jean Louise Finch alzati in piedi. Sta passando tuo padre.”

Le domande che dovreste farvi #3

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Episodio 3: Intraprendenti Imprenditori

In quegli anni un altro diffusissimo esemplare della fauna locale era il piccolo imprenditore calzaturiero, folgorato sulla via di Pietroburgo dai narco dollari della casa Russia che, come un fiume in piena, invasero la costa, desiderosi quanto mai prima di fare il pieno di stivali, stivaletti, polacchetti, chanel, sandali “co li strasse”, e comunque di tutto ciò in cui la manifattura del luogo riusciva a trasformare la pelle. La costante di questi acquirenti ex kgb era di avere al seguito uno stuolo così nutrito di eleganti bellezze dell’est che gli sprovveduti elpidiensi non potevano non esclamare “Ma quanta fica ci sta in Russia!?”.

Si sa, gli italiani sono i migliori amanti del globo terraqueo, il loro debole per il sesso femminile va oltre l’effimero concetto di volontà, sgretola come un muro fatto di argilla l’insignificante valore della dignità. Non parliamo nemmeno di quella sciocchezza da froci che è l’istituzione del matrimonio e diciamo a chiare lettere che l’esemplare elpidiense di stilista della calzatura, imprenditore di se stesso, forgiatore del gusto mondiale, scopritore delle mode e dei momenti, insomma questo essere mistico metà forma e metà “curtellu” ha più fascino da solo di tutta la cavalleria pesante di Gengis Khan, è lo stallone da monta che nessun cosacco è mai riuscito a selezionare tra i sui rozzi cavalli del don, è miele per le api e ape per i mieli e merda per le mosche. E’, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’oggetto del desiderio più ambito dal genere femminile di tutto il mondo animale. Era quindi ovvio che le apparentemente frigide bellezze lituane, ucraine e siberiane si sciogliessero di fronte a cotanto sfoggio di prorompente sessualità ed evaporassero come un calippo al sole d’agosto. Queste donne, a detta di molti le più belle della terra, perdevano ogni freno inibitorio e lasciavano il loro destino nelle mani di questi condottieri in spinzer, supplicandoli fino ad inginocchiarsi e reclinare il capo in avanti come peccatori penitenti, anche se il più delle volte erano troppo vicine all’inguine del tombeur de femme, e le mani non giunte, ma a tener su i di lui glutei, che tutto sembravano tranne che pentite di qualcosa. Dicevamo, supplicandoli di portarle a pranzo per continuare a pasteggiare con dei pesci, stavolta morti.

Bèh lo spettacolo, che ve lo dico a fare, era vedere arrivare questi uomini di mezza età, dal profilo greco, calzanti camice bianche allacciate quel tanto da lasciare che il petto rigonfio mostrasse fiero la sua flora, sulla quale spesso scintillava un crocefisso d’oro, probabilmente regalo della comunione, superare la porta d’ingresso con falcate da saltatore triplo e col capo e il sopracciglio sinistro “accennà lu nove” in direzione dell’eterea bellezza che lo seguiva su tacchi cento, gonna bianca a ginocchio, perizoma, camicia candida senza maniche, colletto alto e bottoni che tentavano di contenere una quarta abbondante.

C’è da dire che i pallidi uomini di successo della finanza locale, di cui sopra, all’arrivo di queste mastodontiche pertiche succhiacazzi avvertivano una scossa lungo la colonna vertebrale di potenze oltre i tre chilowatt standard, e di colpo la loro attenzione tornava fervida e, quando non conoscevano il cavaliere che la accompagnava e lo salutavano come un massone saluta un altro massone, iniziavano ad ammiccare in direzione della madonna ortodossa con risolini languidi e occhiatine bagnate come se fossero novelli Johnny Strabler, nei loro stomaci dilatati, nelle loro occhiaie cadenti e nelle feroci stempiature. Il gallo cedrone, sprezzante e disincantato, superava gli astanti con le lingue all’infuori gocciolanti e, rivolto al mio socio che li accoglieva col solito raggiante “Buongiorno”, chiedeva con tono di sfida “Qualu d’è lu tavulu?”, e lui “Prego seguitemi, è questo vicino alla vetrata, come aveva chiesto il signore”, e l’altro “Brau, addè vamme a chiamà —— e levete de li coglioni”, e lui “Subito signore!”.

Mentre il cameriere lasciava il tavolo per avvertire il titolare dell’arrivo della strana coppia, come gli era stato garbatamente chiesto, non poteva non essere notato il sorriso complice e l’occhiata vellutata che la damigella moscovita produceva nella sua direzione, cioè verso l’unico maschio sessualmente attivo della sala, in mezzo ad una selva di prostate ammuffite e da rottamare. Fatto sta che, dopo i convenevoli rituali, l’ordinazione veniva presa: “Cosa prendete?”, “Portece… portece tutto”, “Subito!”, “E da bere?”, “Ce l’hai lo greco de tufo? E lo degu…degusss….degussssttt…..comme cazzacciu se chiama?!”, “Gewurztraminer” , “E’ è è è là robba llà, bè io che so ditto? Non fa tanto lu sverdu”, “No signore”, “Vanne và”. Tutto nella norma.

 La cosa davvero incredibile e per cui valeva la pena essere lì in quel momento era un’altra. Avete mai visto una donna russa mangiare pesce? Signori, quei lineamenti così delicati su quella pallida pelle di porcellana alla prima portata del primo antipasto rompevano gli argini e si distorcevano orribilmente, slogando le articolazioni delle mascelle per ingollare più cibo possibile, o cibo più grosso come i pitoni. Le mani curate, abituate a stringere ma non così forte e a prodursi in movimenti verticali ascendenti e discendenti dalla costante velocità, roteavano vorticosamente per accaparrarsi tutto ciò che veniva lasciato sul tavolo, mentre al posto degli ipnotici occhi verdi comparivano delle orride palle nere che roteavano all’indietro ad ogni boccone. Questo era il ritmo del pasto. Di tutto il pasto. Un prova olimpionica di ingozzamento, dall’insalata di seppie al sorbetto al limone. Ad ogni nuova portata il campione di fascino conquistatore delle terre dell’est non era più tanto sicuro di sè, così, nettandosi discretamente col tovagliolo il sudore che lo imperlava tutto,  si vedeva costretto ad esclamare all’indirizzo di un incolpevole cameriere: “Un corbu se magna quessa!”.

Il momento solenne, l’apice, l’apoteosi della schifezza, era l’istante di pagare il luculliano pasto. I due si alzavano, lei impeccabilmente bbona come prima di sedersi, nonostante aver ingollato i quantitativi di plancton del pasto di una megattera adulta, lui madido, ascella pezzata, fascino e sfrontatezza iniziali lasciati morti sulla sedia, si avvicinavano al titolare che chiedeva cortese: “Fattura o ricevuta?”, e il gringo “Non me fa un cazzu dagghie. Leeme checcò. Quanto sciupo?”. L’oste, dopo algoritmi indecifrabili, snocciolava una cifra che avrebbe dovuto prevedere per legge un leasing per essere saldata ed infatti lo stupore del casanova della zona industriale non si faceva attendere: “Che!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!!?!?!?!?!?!? Ma che madonna dici? Che cazzu so rotto? Non è possibbile…….dagghie rcontrolla mpò porco —“, e rivolto ad Anal Vaginova “E tu che cazzu rridi? Co tutto quello che te si magnato minimo lu culu me devi dà”, e lei girando nervosamente il collo a destra e a sinistra come un canarino biondo “Culo? Che culo? Cosa dici culo tu?!”, “E’ culu culu…… dopo te lo spiego io che dico, lascia perde”. Il conto purtroppo si rivelava esatto, con mille arzigogoli veniva riproposto tale e quale e inevitabilmente: “Ma tu pensa porcaccia la ——-…..e questa rride…..che cazzu glie ne freca a essa….te piace lo pesce è? …In babbuasia da vogliatri magnarete na ota a lu mese… Sci sci parla ciargianese, ma chi te capisce…E rride…..senti fa na cosa tu, pigghiete sti sordi ma damme na vuttiglia de checcò… mettemela su llu tavulu llà ffò….che addè la faccio mbriacà po glie la daco na bbella torta d’osse… guarda và…guarda che culu che porta…..e glirete fatte vede………….”.

E questo era l’esempio che va moltiplicato per cento. Il momento più difficile del servizio però era la tavolata di calzaturieri, le cene di fabbrica, le ammorbanti riunioni di uomini chiusi per giorni, mesi, anni in scatoloni di calcestruzzo a correre dietro carrelli verdi stracolmi di puntali, suole, pezzi forti, tomaie, forme da bollare, masticiare, lucidare, scatolare e infine spedire e vendere. Uomini votati al comune intento del profitto collettivo, dediti al sacrificio, lavoratori ignoranti e impresentabili che creavano l’oggetto del desiderio di milioni di fashion victims: la scarpa, consacrata sull’altare della moda, prodotto che non conosce crisi, gallina dalle uova d’oro, mezzo per guadagni milionari e per vite da nababbi, da lasciar fare oggi a cinesi clandestini…Ma insomma, non starò qui ad ammorbarvi con le cronache di questi caotici convivi, basterà riportare le espressioni di questi campioni del sacrificio, liberi dalle incombenze lavorative, per farvi un’idea :

“Ciao bonasera ciao bonasera ciao bonasera, do stemo?…ecco?….ao ———– venne quà mettete a capotavola dagghie”

“O vellu portece mmoccò de vì”

“Non cumincià ——— du vecchiè e po mattegghi”

“Capo capo capo capo capo capo capo! Ragazzo ragazzo ragazzo ragazzo ragazzo! Ao ao ao ao ao ao ao ao ao ao! Giovane giovane giovane giovane giovane! CAMERIERE PORCO —!

“Chi è nato a gennaio si alzi si alzi chi è nato a gennaio si alzi in piè!!!!!!!!”

“Li scampi portece li scampi zi! Ao sente se d’è bboni sti scampi!”

“Chi è nato a febbraio si alzi si alzi chi è nato a febbraio si alzi in piè!”

“Jemo? Dagghie jemo là lu cessu. Ce l’hai le sigherette? Dagghie jemo!”

“Fumemo coso? Na marlborina è? Jemo jemo”

“Chi è nato a marzo si alzi si alzi chi è nato a marzo………..”

“Ao senti stu arrostu! a me a me n’atru scampu zi porta ecco!”

“Un brindisi, facemo un brindisi! Tutti in piedi ragazzi! Grazie ———- pe la cena!!!!! Per ——— ipppippurrà!!!!!!!”

“Chi è nato aaaaaaaaaaprile si alzi si alzi chi è…………….”

“Ao jemo? Ce l’hai? Jemo jemo”

“Lo vì, mostro, portece lo vì! Ecco è finito zi! Po a d’è callo so vì, non te lo paghemo sà!”

“Chi è nato a maggio si alzi si alzi chi è nato…………….”

“Lo caffè! Chi pigghia lo caffè? Ao lo caffè lo caffè lo caffèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè!”

“Fumemo zi? Dopo lo caffè? Sci zi dopo lo caffè ce ccimemo!”

“Ao vanne là lu cessu dagghie sta pronta vanne”

“Chi è nato a giugno si alzi si alzi chi è………”

“Sorbetto? Sorbetto pe tutti!!!! Sorbetto pe tutti pe tutti pe tuttiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!”

“Chi è nato a luglio si alzi si alzi chi è nato a …….”

“Io lo caffè lo piglio a bancò”

“Ao ma chi ci sta dentro stu cessu, è sempre chiuso porco —“

“Mostro me fai un caffè, un bicchiere d’acqua gassata e na sambuca con ghiaccio” “L’acqua è rimasta solo naturale”, momenti di imbarazzato silenzio……. “Liscia? Lo sai che a bè l’acqua liscia è comme leccà la fica co le mutanne?”

“Chi è nato aaaaaaaaagosto si alzi si alzi chi èèèèèèè…….”.

Avete, ora, una minima idea delle dimensioni dell’Orrore?

                                                                                                                           Atticus Finch

Fonte immagine: http://elladrondebicicletas.files.wordpress.com/2011/08/sorpasso2.jpg

Le domande che dovreste farvi #2

il sorpasso

Episodio 2: Colonie e Classe Dirigente

Si iniziava presto con i simpatici pargoli delle colonie estive, che a frotte di piccoli hobbit invadevano dapprima la spiaggia, dove le maestrine, in qualche caso, producevano tra il personale dello stabilimento balneare esclamazioni di approvazione quali “Si visto a cosa? …che pezzu de fica!”, o “E’ sempre stata vona.”. Dicevo, le maestrine tentavano di decimare la popolazione della festante e urlante orda di nani abbandonandoli al loro destino tra i flutti del mare forza nove, o lasciandoli a mollo dopo appena un’ora dalla colazione, quando le gelide temperature mediterranee avrebbero provocato un arresto cardio circolatorio in quei piccoli corpicini di operai, capo fabbrica, tagliatori, modellisti, “patrù” in erba. I sopravvissuti, di certo la futura classe dirigente, a metà mattinata, usciti incolumi dalle insidie del mare e dalle temperature africane del sole a picco delle undici, che notoriamente “scalla li pianciti e li pianciti me coce li pe”, si scagliavano come un solo corpo contro il bar dello chalet al grido unanime di “PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA!”.

Dopo aver consumato il pan di via in religioso silenzio, tornavano alla carica più mesti e appesantiti, con quelle vocine acute e discrete ma con un tono comunque perentorio chiedevano “un bicchiere d’acqua di carta per favore”. Qualcuno aggiungeva “della cannella, grazie”. Poi via, direzione kinderspielpatz: un agghiacciante recinto con dentro scivoli, altalene e poco altro, sorvegliato da guardie in uniforme con pastori ringhianti alla catena, dove i funamboli rasoterra venivano proiettati verso l’infinito e oltre o, spinti dai loro stessi compari, si infilzavano nella sabbia da veri virgulti quali erano. Una precisazione sulla sabbia: l’area preposta al divertimento infantile era stata preparata ad hoc perché, come per tutto il resto di porto s.elpidio, la spiaggia era, è, e sarà sempre “de matù”, i quali conferiscono agli sventurati turisti a piedi nudi la classica caracollante andatura gigesca e, come un’infallibile cartina di tornasole, ci indicano con precisione assoluta chi di fatto “non è de lu portu”.

Come ogni essere senziente, anche il socio, alle nove anti meridiane, aveva le sue evidenti difficoltà di approccio col genere umano adulto, figurarsi arginare una caotica folla di imprevedibili gnomi della riviera e le loro richieste secche e inappellabili. I suoi lineamenti cadenti, le borse sotto gli occhi che, vista l’ambientazione marinaresca, potremmo tranquillamente chiamare come tradizione c’insegna “calamà”, indicavano chiaramente i fasti della sera precedente. Dopo essersi scolato gli avanzi alcolici della cena, discretamente dalle bottiglie mezze vuote prima, e direttamente dai calici dei commensali poi, non avendo più nulla da fare, visto che il divertimento elpidiense, come è noto, all’una di notte evapora, si era recato mesto a casa dove, in bagno di fronte allo specchio che lo fissava allampanato, aveva lasciato che la sua mano sinistra, per avere quella sensazione di straniante novità, fosse guidata dall’impellente spinta onanistica che sempre più spesso lo coglieva a quell’ora.

Questo comportamento, fu poi chiaro, era da imputare a quel mix di stress che gli veniva causato dal normale servizio ai tavoli, in concomitanza con il suo venire professionalmente in contatto con signore discinte di mezza età, frequentatrici della spiaggia, che ad ogni occasione ammiccavano al suo indirizzo non facendo mistero dei loro appetiti sessuali da dominatrici frustanti. Il poveraccio si trovava così a dover convivere con fantasie deviate che lo vedevano servire al tavolo, completamente nudo con su solo un colletto di camicia e una farfalla nera, un donnone pettuto, “carcagnu paccatu” da zoccoli lignei con tacco, al quale con il solito savoir faire si trovava a chiedere “Cosa le porto oggi signora?”, e lei di rimando, “Un bel cazzone al vapore, grazie!”, mentre i truci commensali intorno lo schernivano con degli eloquenti “Dagghie co su cappisì!”. Era evidente che l’equilibrio psichico del socio era sull’orlo del baratro, e tutti gli mettevano una mano sulla spalla per spingerlo oltre.

La mattinata scivolava via verso l’ora di pranzo, quando i pargoli ormai grigliati a puntino venivano come pecore ricondotti in gregge verso il trasporto animali comunale, organizzato in pullman gialli con propulzione a carbone, viste le sbuffate nere dei tubi di scarico. Eravamo nella terra di nessuno, tra le dodici e le dodici e trenta, in cui lo staff pranzava, prendeva caffè, fumava e pronti via accoglieva i primi clienti. Le tariffe dei ristoranti della riviera non erano del tutto popolari, vuoi per la freschezza delle materie prime, vuoi per la qualità dei manicaretti, vuoi per la sorprendente capacità commerciale dei titolari di dare loro un colpettino al rialzo durante i periodi di alta stagione, manco fosse la costa azzurra. Questo fatto, in ogni caso, attirava professionisti della zona in enormi macchine blu, manco fossero consoli, non necessariamente imprenditori calzaturieri, che in ogni caso rimanevano il grosso della clientela.

Questi impiegati di concetto delle alte sfere bancarie, notarili, immobiliari e via di questo passo, avevano tutti delle caratteristiche peculiari che li accomunavano: la fretta, l’assoluta mancanza di ironia, la spocchia che ostentava sprezzante superiorità nei confronti del genere umano, quasi fossero ufficiali dell’einsatzgruppen ai bordi di una fossa comune, e la totale mancanza di cortesia. Quest’ultima, forse, caratteristica estendibile a chiunque. Dopo essersi accomodati e aver incassato il flautato “buongiorno signori cosa possiamo prepararvi oggi?” del socio, le prime parole che uscivano da quelle labbra sottili erano “Portami questo primo, veloce che fra mezz’ora devo sta in ufficio”. L’ordinazione girata in cucina era “E’ rriatu cazzo ao, sbrigheteve che fra mezz’ora deve gli a fasse nculà”. Poteva capitare che a volte questi opachi burocrati ordinassero antipasti, per affrontare con leggerezza gli impegni pomeridiani, e bisognava essere pronti ad ascoltare lamentele tipo “Questo antipasto freddo è appena uscito dal congelatore?”, alludendo alla poca freschezza del prodotto, o “Questo antipasto caldo brucia”. Già, è caldo, altrimenti sarebbe stato tiepido, o meglio ancora freddo, ma poi probabilmente sarebbe anche stato pesce di laghi contaminati africani.

Quello che metteva più a dura prova l’equilibrio psichico della cucina tutta, e automaticamente l’aplombe del cameriere che doveva traslare alla cucina stessa l’arroganza del commensale, era riportare indietro un piatto per i motivi più svariati, dal generico ma offensivo “Non è buono”, al più specifico e supponente “Non è cotto”. Ecco. Non potete dire ad un qualsivoglia cuoco che la pietanza che ha preparato uguale per vent’anni non è cotta, perché la naturale risposta sarà: “Non è cottu??? La fica de la madre non è cotta!”, con relativo scroscio di porcellana in pezzi contro il muro.

Altro atteggiamento irritante di questi quotati manager di questa beneamata minchia, era passare la maggior parte del pranzo al telefono, cosa che li escludeva dal presente e dal considerare il cameriere, che invano tentava di attirare la loro attenzione, con quattro cinque piatti in mano, perché capissero che l’unica speranza per loro di mangiare qualcosa era di togliere quei gomiti, inguainati in giacche di lino chiaro, per permettere al malcapitato di poggiare la sua ordinazione con l’unica contorsione possibile. Perché il loro piatto era il primo a dover essere scaricato, quello tenuto su dall’anulare e dal mignolo, quello che tra l’altro scottava, “Te pigliesse un corbu, lea se cazzu de mane!”.

Questo era il tenore di questi pranzi di lavoro, quale fosse il lavoro a parte il nostro non l’ho mai capito, e andava avanti così fino al caffè, che veniva ordinato con uno schiocco delle dita seguito da un perentorio “Caffè!”, fissando ovviamente qualcosa oltre la consistenza del cameriere, come se fosse evanescente, a differenza del suo “Cuscì ce chiami a mammeta” sussurrato tra i denti. Dopo il limite invalicabile di mezz’ora, l’impegnatissimo professionista rimaneva seduto al tavolo, per un’altra buona ora, a dialogare amabilmente con il suo ospite. Tanto che il socio non poteva non esclamare sarcastico “Fortuna che c’avia fuga stu testa de cazzu”.

E il peggio doveva ancora arrivare.

Atticus Finch

Fonte immagine: http://parolesantels.blogspot.it/2011/07/il-sorpasso-dino-risi-1962.html

LA ʻCCIGOMMA DELLA DISCORDIA

Agli elettori di Porto SantʼElpidio, con il deliberato intento di confondere le idee.
Tre bambini entrarono in un negozio di caramelle, masticando un chewing-gum. Il proprietario domandò come poteva essere loro utile. – Questo chewing-gum ha perso sapore – esordì il primo – ne voglio uno nuovo, della stessa marca. – Questo chewing-gum ha perso sapore – fece eco il secondo – ne voglio uno nuovo, ma di unʼaltra marca. Il terzo tacque.
Il bottegaio portò i chewing-gum, che scatenarono immediatamente una disputa tra i primi due ragazzini, in quanto ognuno considerava il prodotto che iniziò a masticare migliore dellʼaltro. Le motivazioni addotte vertevano principalmente sulla composizione chimica, la quale influiva in maniera diretta sulla capacità di conservare il gusto e fare palloncini più grandi.
Era evidente, secondo il primo, come gli ingredienti utilizzati dalla marca X fossero molto più affidabili, alla luce della sua lunga tradizione dolciaria. Il secondo bambino non concordava, additando quegli stessi ingredienti come i principali artefici delle carie ai denti e del dolore provocato dal dentista per curarle; gli ingredienti utilizzati dalla marca Y, quelli avrebbero fatto bene ai denti, risanando miracolosamente anche una bocca che risentiva degli effetti negativi del primo chewing-gum!
Il terzo bambino tacque.
La diverse opinioni si trasformarono rapidamente in insulti, gli insulti in botte, le botte in denti da latte che volarono da una parte allʼaltra del negozio di caramelle (con buona pace delle lobby delle gomme americane). Dal momento che la situazione non sembrava in procinto di migliorare, il terzo bambino, rimasto zitto fino a quel momento, venne interpellato in qualità di giudice, giacché la sua opinione poteva spostare gli equilibri della tenzone. – Perchè non ti sei espresso prima? – chiese il primo bambino, senza un molare e due incisivi laterali. – Eh, pefchè? Credi di effere fuperiore? – ribadì il secondo, a cui la mancanza di un incisivo centrale, un secondo premolare e un canino, aveva anche cambiato il modo di pronunciare le parole.
Il terzo lanciò una fugace occhiata ai due, prese fiato e attaccò: – In primis considero che qualunque chewing-gum faccia male ai denti, specialmente quando ci si accanisce al punto da farseli volare a vicenda; non mi piacciono le gomme perché sono un poʼ come le opinioni: una volta gettate, si appiccicano ed è difficile rimuoverle, anche se si trovano solo in superficie. Meglio pensarci due volte prima di sputarle. Secondariamente, tacevo perché non sono in grado di capire la composizione chimica di una gomma americana e, tranne xilitolo e fluoro, che sono continuamente promossi dalla pubblicità, non ho la più pallida idea di come sia fatto un chewing-gum. Anzi, potreste spiegarmelo, per cortesia?
Un silenzio imbarazzato pervase la bottega delle caramelle: i due bambini si resero conto di conoscere cosa cʼera dietro quelle gomme solo dagli slogan e dai due ingredienti citati dal terzo fanciullo: una marca esaltava la presenza di fluoro, lʼaltra introduceva xilitolo. Ma comʼera fatto veramente un chewing-gum?
– Il vostro amico ha ragione – prese la parola il proprietario della bottega, tra lo stupore generale – vi siete accapigliati e malmenati a causa di qualcosa che, praticamente, neanche conoscete: più che al prodotto in sé, eravate interessati a difendere le vostre posizioni. Vedete, il primo di voi ha decretato in partenza che qualsiasi altro prodotto diverso da quello esistente è destinato a fallire, non chiedendomi nemmeno se avevo altri gusti, magari di suo gradimento; il secondo, invece, cercava la novità a tutti i costi, demonizzando il chewing-gum che aveva masticato fino a quel momento e chiedendomi unʼalternativa qualsiasi. Se al primo avessi portato il suo vecchio chewing-gum e quello più buono del mondo, avrebbe continuato a scegliere il suo; se al secondo avessi portato la vecchia gomma e una al rabarbaro, avrebbe scelto questʼultima. Quindi fermatevi un attimo e ragionate, – proseguì, rivolto verso quelle piccole bocche sdentate e spalancate – perché non vi siete neanche accorti che vi ho dato lo stesso chewing-gum.

Lmc

A caccia di cinesi

18 febbraio 2013, torno nella mia amata Porto sant’Elpidio dopo 6 mesi di sano e puro smog pechinese. Neanche smaltisco il fuso orario che già vengo risucchiata nel dibattito politico che, manco fosse la febbre gialla, sta imperversando sul mio paese: le elezioni amministrative. Non mi sento pronta, tuttavia so di non avere scelta. Mi preparo ad aprire i programmi elettorali dei candidati sindaco e trovare campagne di decinesizzazione, ronde per fare la guardia ai gatti randagi improvvisamente scomparsi dai nostri quartieri, fiaccolate per porre fine alla pratica dei piedi fasciati. Mi infilo la tutina arancione regalatami da un monaco guerriero dello shaolin e lego i capelli con una fascetta rosso comunista comprata in piazza Tiananmen. Brevi esercizi di riscaldamento liberamente ispirati a Kungfu Panda, foglie di thé in infusione, incenso tibetano in combustione e ventaglio a portata di mano per rinvenire in caso di mancamento. Sono pronta. Scorro febbricitante le pagine dei programmi, passo in rassegna ogni punto, leggo e rileggo gli slogan elettorali, cerco messaggi subliminali nei cartelloni affissi in paese. Ne trovo tanti, ma non quelli che cerco. Dei cinesi non c’è più traccia. Con il passo felpato di un ninja, faccio un giro di perlustrazione della zona. Negozi chiusi, festoni spiccati dai muri, ai matrimoni non va manco più di moda far volare in cielo le lanterne di carta. La statale sembra il set di un film di Sergio Leone, dal centro in poi, uno di Tinto Brass. Dietro casa mia abitava una famiglia di cinesi e, prima di partire, ero solita rimanere in silenzio ad ascoltare gli scatarri del capofamiglia, che mi catapultavano indietro coi ricordi alla mia prima volta in Cina. Una delizia. Ora se ne sono andati e non trovo nulla di ugualmente evocativo.
Amareggiata dalla ricerca e ormai contagiata dalla febbre della rivoluzione che parte dalle masse, o forse delusa perché studiosa di un problema già passato di moda, decido di riportare l’attenzione dei miei compaesani sul dramma che fino allo scorso semestre attanagliava maggiormente i loro animi: l’invasione gialla. Conduco una limitata serie di interviste su un campione della popolazione elpidiense, raccogliendo materiale di scarso interesse, risposte livellate e tutte uguali: “Io co li cinesi? Mai un problema! Adè l’unici che paga!”, “Je se po’ dì tutto, a rutta, a sputa per terra, però a me m’ha sempre pagato prima dela fine delu mese.” Mi sento spaesata.
Questa non me l’aspettavo. Raccolgo le idee, faccio confronti, mi perdo in ipotesi ed interrogo pure l’antico oracolo cinese con le monetine. Il responso è semplice e immediato: “Accondiscendenza”. Ancora una volta l’I-Ching mi sorprende, conosce gli elpidiensi meglio di me! L’accondiscendenza è una caratteristica che da sempre contraddistingue l’esemplare elpidiense medio, spara a zero dalla conca del suo divano ma non è disposto ad alzare il culo per cambiare le cose. Se c’è da guadagnarci qualcosa un modo lo trova sempre ed è dotato dell’astuzia necessaria ad aggirare i problemi, almeno per il tempo che basta a guadagnarci un altro paio di mocassini.
Chi sto prendendo in giro? Quale Cina voglio raccontare? Mi sa che in questi sei mesi non mi sono mossa di un centimetro. Eppure i saggi elpidiensi mi avevano messa in guardia: “Che ce devi rrià a Pechino pe vedè li cinesi?? Ecco ci ni sta quanti ti ni pare!”. Avevate davvero ragione.
Per quanto riguarda l’abbandono cinese del jet set elpidiense, solo un dubbio non riesco ancora a sciogliere:
Chi s’è rotto prima li cojoni?
…Vediamo che mi dice l’I-Ching!

                                                                                                                               Giulia Cuini