Le domande che dovreste farvi #3

sorpasso2

Episodio 3: Intraprendenti Imprenditori

In quegli anni un altro diffusissimo esemplare della fauna locale era il piccolo imprenditore calzaturiero, folgorato sulla via di Pietroburgo dai narco dollari della casa Russia che, come un fiume in piena, invasero la costa, desiderosi quanto mai prima di fare il pieno di stivali, stivaletti, polacchetti, chanel, sandali “co li strasse”, e comunque di tutto ciò in cui la manifattura del luogo riusciva a trasformare la pelle. La costante di questi acquirenti ex kgb era di avere al seguito uno stuolo così nutrito di eleganti bellezze dell’est che gli sprovveduti elpidiensi non potevano non esclamare “Ma quanta fica ci sta in Russia!?”.

Si sa, gli italiani sono i migliori amanti del globo terraqueo, il loro debole per il sesso femminile va oltre l’effimero concetto di volontà, sgretola come un muro fatto di argilla l’insignificante valore della dignità. Non parliamo nemmeno di quella sciocchezza da froci che è l’istituzione del matrimonio e diciamo a chiare lettere che l’esemplare elpidiense di stilista della calzatura, imprenditore di se stesso, forgiatore del gusto mondiale, scopritore delle mode e dei momenti, insomma questo essere mistico metà forma e metà “curtellu” ha più fascino da solo di tutta la cavalleria pesante di Gengis Khan, è lo stallone da monta che nessun cosacco è mai riuscito a selezionare tra i sui rozzi cavalli del don, è miele per le api e ape per i mieli e merda per le mosche. E’, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’oggetto del desiderio più ambito dal genere femminile di tutto il mondo animale. Era quindi ovvio che le apparentemente frigide bellezze lituane, ucraine e siberiane si sciogliessero di fronte a cotanto sfoggio di prorompente sessualità ed evaporassero come un calippo al sole d’agosto. Queste donne, a detta di molti le più belle della terra, perdevano ogni freno inibitorio e lasciavano il loro destino nelle mani di questi condottieri in spinzer, supplicandoli fino ad inginocchiarsi e reclinare il capo in avanti come peccatori penitenti, anche se il più delle volte erano troppo vicine all’inguine del tombeur de femme, e le mani non giunte, ma a tener su i di lui glutei, che tutto sembravano tranne che pentite di qualcosa. Dicevamo, supplicandoli di portarle a pranzo per continuare a pasteggiare con dei pesci, stavolta morti.

Bèh lo spettacolo, che ve lo dico a fare, era vedere arrivare questi uomini di mezza età, dal profilo greco, calzanti camice bianche allacciate quel tanto da lasciare che il petto rigonfio mostrasse fiero la sua flora, sulla quale spesso scintillava un crocefisso d’oro, probabilmente regalo della comunione, superare la porta d’ingresso con falcate da saltatore triplo e col capo e il sopracciglio sinistro “accennà lu nove” in direzione dell’eterea bellezza che lo seguiva su tacchi cento, gonna bianca a ginocchio, perizoma, camicia candida senza maniche, colletto alto e bottoni che tentavano di contenere una quarta abbondante.

C’è da dire che i pallidi uomini di successo della finanza locale, di cui sopra, all’arrivo di queste mastodontiche pertiche succhiacazzi avvertivano una scossa lungo la colonna vertebrale di potenze oltre i tre chilowatt standard, e di colpo la loro attenzione tornava fervida e, quando non conoscevano il cavaliere che la accompagnava e lo salutavano come un massone saluta un altro massone, iniziavano ad ammiccare in direzione della madonna ortodossa con risolini languidi e occhiatine bagnate come se fossero novelli Johnny Strabler, nei loro stomaci dilatati, nelle loro occhiaie cadenti e nelle feroci stempiature. Il gallo cedrone, sprezzante e disincantato, superava gli astanti con le lingue all’infuori gocciolanti e, rivolto al mio socio che li accoglieva col solito raggiante “Buongiorno”, chiedeva con tono di sfida “Qualu d’è lu tavulu?”, e lui “Prego seguitemi, è questo vicino alla vetrata, come aveva chiesto il signore”, e l’altro “Brau, addè vamme a chiamà —— e levete de li coglioni”, e lui “Subito signore!”.

Mentre il cameriere lasciava il tavolo per avvertire il titolare dell’arrivo della strana coppia, come gli era stato garbatamente chiesto, non poteva non essere notato il sorriso complice e l’occhiata vellutata che la damigella moscovita produceva nella sua direzione, cioè verso l’unico maschio sessualmente attivo della sala, in mezzo ad una selva di prostate ammuffite e da rottamare. Fatto sta che, dopo i convenevoli rituali, l’ordinazione veniva presa: “Cosa prendete?”, “Portece… portece tutto”, “Subito!”, “E da bere?”, “Ce l’hai lo greco de tufo? E lo degu…degusss….degussssttt…..comme cazzacciu se chiama?!”, “Gewurztraminer” , “E’ è è è là robba llà, bè io che so ditto? Non fa tanto lu sverdu”, “No signore”, “Vanne và”. Tutto nella norma.

 La cosa davvero incredibile e per cui valeva la pena essere lì in quel momento era un’altra. Avete mai visto una donna russa mangiare pesce? Signori, quei lineamenti così delicati su quella pallida pelle di porcellana alla prima portata del primo antipasto rompevano gli argini e si distorcevano orribilmente, slogando le articolazioni delle mascelle per ingollare più cibo possibile, o cibo più grosso come i pitoni. Le mani curate, abituate a stringere ma non così forte e a prodursi in movimenti verticali ascendenti e discendenti dalla costante velocità, roteavano vorticosamente per accaparrarsi tutto ciò che veniva lasciato sul tavolo, mentre al posto degli ipnotici occhi verdi comparivano delle orride palle nere che roteavano all’indietro ad ogni boccone. Questo era il ritmo del pasto. Di tutto il pasto. Un prova olimpionica di ingozzamento, dall’insalata di seppie al sorbetto al limone. Ad ogni nuova portata il campione di fascino conquistatore delle terre dell’est non era più tanto sicuro di sè, così, nettandosi discretamente col tovagliolo il sudore che lo imperlava tutto,  si vedeva costretto ad esclamare all’indirizzo di un incolpevole cameriere: “Un corbu se magna quessa!”.

Il momento solenne, l’apice, l’apoteosi della schifezza, era l’istante di pagare il luculliano pasto. I due si alzavano, lei impeccabilmente bbona come prima di sedersi, nonostante aver ingollato i quantitativi di plancton del pasto di una megattera adulta, lui madido, ascella pezzata, fascino e sfrontatezza iniziali lasciati morti sulla sedia, si avvicinavano al titolare che chiedeva cortese: “Fattura o ricevuta?”, e il gringo “Non me fa un cazzu dagghie. Leeme checcò. Quanto sciupo?”. L’oste, dopo algoritmi indecifrabili, snocciolava una cifra che avrebbe dovuto prevedere per legge un leasing per essere saldata ed infatti lo stupore del casanova della zona industriale non si faceva attendere: “Che!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!!?!?!?!?!?!? Ma che madonna dici? Che cazzu so rotto? Non è possibbile…….dagghie rcontrolla mpò porco —“, e rivolto ad Anal Vaginova “E tu che cazzu rridi? Co tutto quello che te si magnato minimo lu culu me devi dà”, e lei girando nervosamente il collo a destra e a sinistra come un canarino biondo “Culo? Che culo? Cosa dici culo tu?!”, “E’ culu culu…… dopo te lo spiego io che dico, lascia perde”. Il conto purtroppo si rivelava esatto, con mille arzigogoli veniva riproposto tale e quale e inevitabilmente: “Ma tu pensa porcaccia la ——-…..e questa rride…..che cazzu glie ne freca a essa….te piace lo pesce è? …In babbuasia da vogliatri magnarete na ota a lu mese… Sci sci parla ciargianese, ma chi te capisce…E rride…..senti fa na cosa tu, pigghiete sti sordi ma damme na vuttiglia de checcò… mettemela su llu tavulu llà ffò….che addè la faccio mbriacà po glie la daco na bbella torta d’osse… guarda và…guarda che culu che porta…..e glirete fatte vede………….”.

E questo era l’esempio che va moltiplicato per cento. Il momento più difficile del servizio però era la tavolata di calzaturieri, le cene di fabbrica, le ammorbanti riunioni di uomini chiusi per giorni, mesi, anni in scatoloni di calcestruzzo a correre dietro carrelli verdi stracolmi di puntali, suole, pezzi forti, tomaie, forme da bollare, masticiare, lucidare, scatolare e infine spedire e vendere. Uomini votati al comune intento del profitto collettivo, dediti al sacrificio, lavoratori ignoranti e impresentabili che creavano l’oggetto del desiderio di milioni di fashion victims: la scarpa, consacrata sull’altare della moda, prodotto che non conosce crisi, gallina dalle uova d’oro, mezzo per guadagni milionari e per vite da nababbi, da lasciar fare oggi a cinesi clandestini…Ma insomma, non starò qui ad ammorbarvi con le cronache di questi caotici convivi, basterà riportare le espressioni di questi campioni del sacrificio, liberi dalle incombenze lavorative, per farvi un’idea :

“Ciao bonasera ciao bonasera ciao bonasera, do stemo?…ecco?….ao ———– venne quà mettete a capotavola dagghie”

“O vellu portece mmoccò de vì”

“Non cumincià ——— du vecchiè e po mattegghi”

“Capo capo capo capo capo capo capo! Ragazzo ragazzo ragazzo ragazzo ragazzo! Ao ao ao ao ao ao ao ao ao ao! Giovane giovane giovane giovane giovane! CAMERIERE PORCO —!

“Chi è nato a gennaio si alzi si alzi chi è nato a gennaio si alzi in piè!!!!!!!!”

“Li scampi portece li scampi zi! Ao sente se d’è bboni sti scampi!”

“Chi è nato a febbraio si alzi si alzi chi è nato a febbraio si alzi in piè!”

“Jemo? Dagghie jemo là lu cessu. Ce l’hai le sigherette? Dagghie jemo!”

“Fumemo coso? Na marlborina è? Jemo jemo”

“Chi è nato a marzo si alzi si alzi chi è nato a marzo………..”

“Ao senti stu arrostu! a me a me n’atru scampu zi porta ecco!”

“Un brindisi, facemo un brindisi! Tutti in piedi ragazzi! Grazie ———- pe la cena!!!!! Per ——— ipppippurrà!!!!!!!”

“Chi è nato aaaaaaaaaaprile si alzi si alzi chi è…………….”

“Ao jemo? Ce l’hai? Jemo jemo”

“Lo vì, mostro, portece lo vì! Ecco è finito zi! Po a d’è callo so vì, non te lo paghemo sà!”

“Chi è nato a maggio si alzi si alzi chi è nato…………….”

“Lo caffè! Chi pigghia lo caffè? Ao lo caffè lo caffè lo caffèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè!”

“Fumemo zi? Dopo lo caffè? Sci zi dopo lo caffè ce ccimemo!”

“Ao vanne là lu cessu dagghie sta pronta vanne”

“Chi è nato a giugno si alzi si alzi chi è………”

“Sorbetto? Sorbetto pe tutti!!!! Sorbetto pe tutti pe tutti pe tuttiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!”

“Chi è nato a luglio si alzi si alzi chi è nato a …….”

“Io lo caffè lo piglio a bancò”

“Ao ma chi ci sta dentro stu cessu, è sempre chiuso porco —“

“Mostro me fai un caffè, un bicchiere d’acqua gassata e na sambuca con ghiaccio” “L’acqua è rimasta solo naturale”, momenti di imbarazzato silenzio……. “Liscia? Lo sai che a bè l’acqua liscia è comme leccà la fica co le mutanne?”

“Chi è nato aaaaaaaaagosto si alzi si alzi chi èèèèèèè…….”.

Avete, ora, una minima idea delle dimensioni dell’Orrore?

                                                                                                                           Atticus Finch

Fonte immagine: http://elladrondebicicletas.files.wordpress.com/2011/08/sorpasso2.jpg

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