Pennette o porchetta? Le parole non si mangiano mica.

Siamo arrivati al capolinea di queste amministrative, c’è già chi festeggia e chi morde il freno sognando un riscatto. Nella giornata di ieri si sono svolte le rispettive feste conclusive dei due candidati sindaco. Il ballottaggio più noioso che l’umanità possa ricordare, combattuto a colpi di facebook perché la popolazione è troppo anziana soltanto per l’uso di twitter, senza poi andare oltre.

La strategia del “portone” della compagine di centro-sinistra, ritornare casa dopo casa per riportare la gente al voto e perché no a convincere quella parte di elettorato che non si riconosce nella figura di Putzu sindaco. La strategia del “vorrei che fossimo tutti insieme appassionatamente ma alcuni fanno gli stronzi” ha portato il candidato dei civici di destra (così ci inventiamo anche nuove etichette) a giocare il suo ballottaggio. Il si al papello pentastellato, un infrangersi di boccale con Belletti, un abbraccio con il Pdl locale che sembra aver capito cosa fare. Una risposta coerente con la propria campagna elettorale, nessuna poltrona e la frase ripetuta come un mantra in questi giorni. “Loro sono sempre gli stessi, è tempo di cambiamento”. Con tanto di magliette per chiarire che fanno sul serio. Una volta ci si sfidava a duello ma va bè si sa che è da coglioni crepare per un affronto alle proprie idee.

Arrivati sul posto, più che a due feste conclusive di campagna elettorale, sembrava il set di un film di Sergio Leone. Rojo contro Baxter. Con tanto di striscia di Gaza a separare i due schieramenti, armati di porchetta, pennette e vino novello, preferibilmente in boccioni di plastica come vuole la tradizione. Tra le file dei democratici si respirava un clima di certezza, non una gioia mascherata, no no proprio gioia. Ne era un esempio la futura assessora Annalinda Pasquali, volteggiando raggiante tra i convenuti o Milena Sebastiani, dispensatrice di sorrisi e strette di mano. C’erano tutti alla gran festa, dall’onorevole Paolo Petrini, all’ex sindaco Mario Andrenacci; quest’ultimo in sella alla bicicletta si mescolava con i 5 Stelle, tutti rigorosamente su Grazielle. Sui pronostici sono stati tutti molto cauti in casa del Pd, tranne Petrini che con la sicurezza di chi la sa lunga ha sentenziato: “1000 voti di vantaggio”. Ma Nazareno Franchellucci è stato più diretto. “Non basta mettersi una maglia con scritto cambiamento per far si che questo avvenga. Oggi ci vuole anche una vena di follia per guidare un’amministrazione, con i tanti problemi che ci sono e le restrizioni a cui siamo sottoposti. Dobbiamo chiedere scusa quando sbagliamo ed essere in grado di dire no quando è necessario. Abbiamo fatto un grande lavoro e siamo convinti di poter portare a casa la vittoria”.

Passato il fronte, dove vi sono stati anche feriti involontari (speranzosi che il signor Martellini si rimetta in sesto dopo la brutta caduta), l’immagine dell’avversario, schierato con le sue truppe su due grandi file di tavoli, stringeva il cuore. O forse era lo stomaco, trasportato dal profumo delle pennette arrabbiate. Andrea Putzu, gioviale ed entusiasta per il risultato del “primo ballottaggio dopo quindici anni”, intratteneva i suoi invitati, anfitrione inossidabile. L’aria anche da questa parte del mondo era in festa, anche se i numeri non sono dalla loro parte, la speranza di riunire tutti contro il nemico è forte. “Dicono che siamo divisi, in realtà siamo persone che stanno sempre in mezzo alla strada. Lo dico chiaramente a questi politici da quattro soldi che parlano di volti nuovi, la realtà parla chiaro, sono sempre gli stessi”. Poi i ringraziamenti agli “alleati” o ai “possibili alleati”. Poi le stoccate finali. “Diciamo a queste persone che oggi pomeriggio c’è stata una rapina a mano armata, di fronte le poste, per cinquanta euro. Questo significa che a Porto Sant’Elpidio non c’è sicurezza e quest’ultima va di pari passo con una crisi economica dilagante. Noi siamo persone vive, non siamo telecomandati. Non dobbiamo piegarci a scelte di partito. Vinceremo noi e il cambiamento, perché la protesta si fa con il voto tra chi ha fatto scelte schifose o una nuova classe dirigente”.

Se fossimo stati in un set di Leone, si sarebbe consumata la sfida sul campo. Con tanto di scena clou, lo scontro finale dove Ramón spara ripetutamente a Joe, mentre quest’ultimo si rialza dopo ogni colpo subito. Nell’incredulità dei suoi uomini, Ramón sfiancato capisce l’inganno, mentre il suo avversario lascia cadere la protezione di ferro sotto il poncho. Poi la certezza della sconfitta negli occhi, prima di essere freddato insieme ai suoi. “Al cuore Ramón, se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore”. Soltanto un film. Eppure domenica e lunedì, sarete voi quelli chiamati a dare un volto agli attori di quest’epica conclusione.

Marco Vesperini

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