Angela Serafini critica il “totem” informativo eretto in piazza Garibaldi

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Di Redazione POST IT PSE

PORTO SANT’ELPIDIO – Non potevano mancare le voci di Angela Serafini e il suo gruppo di amici a commentare l’erezione del totem in piazza Garibaldi, posto dall’amministrazione comunale a favore dei cittadini che vogliono farsi un’idea di come sarà la nuova piazza. Non sappiamo che idea possano farsi i cittadini guardando quelle tre foto e leggendo quelle dieci righe, di sicuro informare a cose fatte e poco prima dell’inizio dei lavori non è la cosa più democratica che un Sindaco possa fare. Ma purtroppo ci siamo abituati.

“Sono anni che noi cittadini chiediamo ripetutamente al sindaco di mostrare e di spiegare la bozza del disegno della piazza che vuole realizzare; ebbene, per tutta risposta, venerdì 20 ottobre 2017 fa erigere in piazza un cartellone con le immagini riguardanti la sistemazione dello spazio centrale della città”.

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La Serafini, insieme al suo gruppo, ha condotto per anni battaglie per la salvaguardia e la valorizzazione della piazza principale della nostra città, e non ci sta ad accettare l’ennesima pappa pronta dell’amministrazione. “Questo è un progetto definitivo. Così ci informano i nostri governanti e, per giunta, solo pochi giorni prima dell’inizio dei lavori! Secondo il sindaco quella messa in mostra sarebbe la nuova piazza, ma noi vediamo uno spazio massicciamente piastrellato, poco verde e un “recinto per le pecore” sul fosso”.

Poi entra nello specifico, “il sindaco afferma pure che sarà un luogo d’incontro e di aggregazione, infatti colloca i bambini nel recinto a sud-ovest fra la statale e via Piave, i giovani nella biblioteca del Teatro, e gli anziani in cerca del poco verde nella parte nord-est. Vale a dire uno spazio pavimentato, senz’anima e senza storia dove ognuno è separato dall’altro: anonimo, uguale a tanti altri luoghi di qualsiasi periferia”.

E conclude, “non avremo certamente più la nostra vera piazza Garibaldi che ci identificava, che sentivamo vicina e ricca di storia, che ha dato origine alla città. Noi cittadini avremo solo da pagare i mutui accesi dall’amministrazione per opere non qualificanti. Siamo ancora orfani della piazza della città”.

 

Un incontro per conoscere i richiedenti asilo di Porto Sant’Elpidio

Di Redazione POST IT PSE

PORTO SANT’ELPIDIO – Giovedì 25 Maggio 2017, presso la Sala Pianoforte di Villa Murri, alle ore 21.15, avrà luogo l’iniziativa :”La sfida dell’incontro – I migranti di Porto Sant’Elpidio si raccontano”, organizzata da Post It Pse, L’angolo scoperto, Mauro Tosoni e Milena Corradini, in collaborazione con gli operatori del Centro accoglienza “Gestione Orizzonti”, che da quasi un anno si occupano dell’assistenza e dell’accoglienza dei migranti africani ed asiatici ospiti presso il Residence Nazionale di Porto Sant’Elpidio.

Gli organizzatori hanno dato vita all’iniziativa nella convinzione che la non conoscenza delle persone e dei fatti complichi qualsiasi problematica. Tramite un incontro vis a vis infatti si vorrebbe far rompere il ghiaccio tra i richiedenti asilo e i cittadini locali, che molto spesso anche per un problema di compatibilità linguistica, non riescono o non hanno modo di comunicare con loro. Con l’esperienza diretta di queste ultime tre settimane abbiamo visto che tramite una conoscenza diretta si instaura sin da subito un rapporto normale di comunicazione tra individui, che va al di là dell’alone apocalittico dell’”invasione degli immigrati”, anche con soggetti che in teoria sarebbero più ostili.

Un altro obiettivo, se non il primario, è favorire la costruzione di rapporti di fiducia tra i ragazzi e il tessuto sociale locale, per far sì che si possano creare le condizioni anche per un inserimento lavorativo, vero cruccio dei richiedenti asilo, che vorrebbero e potrebbero lavorare, ma che trovano una situazione tutt’altro che rosea. In quest’ottica si andrebbe ad agire anche per prevenire possibili situazioni di disagio o pericolo scaturite da una prolungata disoccupazione e dalla frustrazione che ne deriva.

La serata si aprirà con un’esibizione musicale, a cui seguirà un dibattito aperto articolato in quattro macro temi, ognuno preceduto da una clip introduttiva e poi sviscerato dalle testimonianze dei ragazzi e degli operatori del centro. Alla fine verrà proiettato un breve video con le attività svolte in queste settimane, nelle quali gli organizzatori hanno accompagnato i ragazzi in alcune attività caratteristiche di Porto Sant’Elpidio.

Nell’intento quindi utopistico quanto necessario, di aprire una breccia nel consueto muro dell’indifferenza, del fastidio e della diffidenza, permettendo l’incontro fra persone , gli organizzatori invitano tutta la cittadinanza, nonché l’intera amministrazione comunale a partecipare alla serata.

 

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La via crucis degli sfollati, tra alberghi e casette di legno. Il punto sui fatti delle ultime settimane

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Di Marco Vesperini

PORTO SANT’ELPIDIO – L’estate del Comune rivierasco del fermano si prospetta incandescente, e il meteo questa volta non c’entra nulla. Dall’idillio tra istituzioni regionali e le strutture alberghiere per la tempestiva risposta durante le ore caotiche del terremoto del centro Marche, si è passati ad un braccio di ferro serrato sugli sfollati. Lo sfogo pubblico della scorsa settimana del direttore di uno dei centri maggiori, Daniele Gatti dell’Holiday, che denunciava l’immobilismo della Regione; le esternazioni del senatore Mario Morgoni che sul trasferimento di parte degli sfollati dalle strutture parla di “ragionamento non condivisibile per chi dice ho già fatto il massimo ma ora devo far posto ai turisti: gli albergatori devono dimostrare maggiore sensibilità”; le denunce del comitato “La nostra terra trema, noi no” sul ricollocamento che sta dividendo gli sfollati. Una situazione disarmante che cozza con le dichiarazioni riaffermate più volte dal commissario Errani: “Lasciare che il post emergenza venga gestito dalle istituzioni del territorio”.

Dopo più di una settimana di proteste, mercoledì dieci maggio viene convocato un tavolo d’urgenza presso la Prefettura di Macerata tra i sindaci dei comuni, assessori della Regione e il dirigente responsabile Protezione Civile regionale. Tavolo, bisogna sottolinearlo, chiesto dai sindaci di Pieve Torina e di Ussita. Qui viene firmato un crono-programma che prevede, tra le altre cose, un dettaglio fondamentale: entro il 24 agosto saranno pronte le “casette di legno”. Dopo 7 mesi si ha quindi una data sull’arrivo di circa 1800 unità abitative temporanee. Ma quante saranno pronte, se tutte o in parte, non è dato saperlo.

Nel frattempo la Regione Marche si sta muovendo anche in un’altra direzione: attraverso l’acquisizione, da parte dell’Erap, di appartamenti su tutto il territorio regionale con la delibera di Consiglio del 24 febbraio, che, insieme al decreto del Governo del 9 febbraio, permette l’operazione su immobili in seno a banche, imprese edili e privati. Questi ultimi sono stati introdotti grazie ad un emendamento dei consiglieri di opposizione regionale per iniziativa del Movimento 5 Stelle, e nel testo originale non erano previsti. L’azione prevede una lista di possibili acquisizioni che arriverà dopo il 18 maggio, scadenza prefissata per il secondo dei due bandi emanati. Lista non vincolante che avrà bisogno di ulteriori contrattazioni. Stiamo parlando di eventuali collocazioni temporanee, è bene ricordarlo.

I NUMERI

Il dirigente responsabile della Protezione Civile regionale dott. David Piccinini lo scorso sei maggio attestava che all’Holiday su 120 persone presenti nel camping 25 si sarebbero spostate nell’hotel, al Mimose 126 sarebbero rimaste nella struttura e 28 spostate (per il direttore Roberta Sabbatini invece 70 rimangono e gli altri hanno trovato altra sistemazione), alla Risacca ne rimarrebbero 28 a cui andrebbe trovata altra sistemazione. Vi sono, poi, altre 201 persone da ricollocare al Natural Village di Porto Potenza.

Le strutture che stanno accogliendo gli sfollati di Porto Sant’Elpidio e Porto Potenza, 413 persone, sono l’Hotel Charly (Lido di Fermo), il camping Spinnaker (Fermo), la Collina dei ciliegi (Camerino), senza contare la sistemazione autonoma con contributo d’affitto della Regione Marche. Tutti i nuovi contratti hanno per scadenza il 31/12/2017.

Dalle parole del responsabile Piccinini sembra che la Protezione Civile regionale sia stata lasciata da sola nel momento di maggior enfasi, la scadenza dei contratti del 30 aprile. Nelle settimane precedenti infatti non era stato trovato un accordo con il presidente della Regione Ceriscioli e l’assessore al Turismo Pieroni che il 27 aprile sollecitavano tramite lettera gli albergatori a non spostare gli sfollati evitando nuovi traumi. “Il 26 aprile abbiamo dovuto fare da soli e stilare una lista di persone per il ricollocamento in altre strutture che ci avevano dato la disponibilità – afferma Piccinini – in verità abbiamo cercato di farlo già da prima. Devo dire però che in generale i sindaci non ci hanno dato una mano, soltanto alcuni di essi”. Il responsabile e i suoi collaboratori hanno stilato la famosa lista “cercando di pensare a chi aveva bambini già introdotti nelle scuole del paese – specifica – se i sindaci ci avessero aiutato con i dati dei servizi sociali e dell’anagrafe avremmo risolto il problema prima delle scadenze, come abbiamo fatto con il comune di Visso e pochi altri”.

STAGIONE TURISTICA A RISCHIO

Daniele Gatti, direttore dell’Holiday, la struttura che la notte del 27 ottobre ha aperto le porte a 600 persone sostituendosi allo Stato, a 7 mesi dal sisma non ci sta a subire il fuoco incrociato di Regione e alcuni sfollati che lo accusano di essersi tirato indietro. “Si sta chiedendo ai privati di sostituire lo Stato anche dopo l’emergenza – afferma – non è vero come è stato fatto apparire dal servizio di Sky che tutti gli sfollati stanno aderendo alle proteste di questi giorni. La maggior parte ci è vicina e lo dimostra ogni giorno con attestati di stima – e continua – noi come Holiday abbiamo garantito 230 posti, cioè tutto l’hotel, ma la parte del camping ci serve per la stagione turistica, abbiamo 1030 settimane prenotate dallo scorso anno, la Regione Marche si sarebbe dovuta muovere prima per 7 mesi non ha fatto nulla”. Parole amare quelle del direttore elogiato durante l’emergenza e della struttura che ha visto una lunga kermesse di personalità pubbliche sfilare per attestare vicinanza agli sfollati, primo su tutti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il sindaco di Porto Sant’Elpidio Nazareno Franchellucci il 4 maggio ha parlato di “inutile gioco al massacro” schierandosi con gli albergatori. “Loro hanno il diritto di lavorare e di portare avanti una delle stagioni estive più complicate degli ultimi settant’anni – e continua – sono convinto che il Presidente Ceriscioli e la Regione non lasceranno da sole le strutture ricettive mediando rapidamente”.

Di rapido, per ora, c’è stata la risposta dei rappresentanti legali di Holiday e Mimose alla lettera del Presidente Ceriscioli. 

Piazza, Serafini: “il Sindaco ha paura di confrontarsi coi cittadini”

Di Angela Serafini e il suo gruppo di amici

PORTO SANT’ELPIDIO – Nell’intervista dell’8 Gennaio scorso finalmente il sindaco è venuto allo scoperto e ha detto ciò che pensa veramente: “UN NUOVO TEATRO IN PIAZZA NON LO VOGLIAMO”!

In realtà, sono i cittadini che devono volere un bene che appartiene loro di diritto e non un sindaco che guida per pochi anni la città e poi se ne va!

Il sindaco inoltre afferma “NON VOGLIO CHE I MIEI FIGLI NON ABBIANO UN LUOGO IN CENTRO CITTA’ DOVE STUDIARE E RITROVARSI… PER QUESTO E’ NECESSARIO AMPLIARE LE OPPORTUNITA’ COMMERCIALI…”

Forse che si studia solo se la biblioteca è dentro la piazza e il ritrovarsi presuppone solo gli acquisti nei negozi…?

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Santa Croce, una Contrada Condivisa

Di Riccardo Marchionni

SANT’ELPIDIO A MARE – A pochi minuti dal quartiere Fonte di Mare, tra i fiumi Chienti ed Ete Morto, c’è la Basilica Imperiale di Santa Croce al Chienti. La Basilica e il suo circondario sono state lasciate all’abbandono fino a pochi anni fa. Per far fronte a quest’inaccettabile situazione di degrado è nata un’omonima associazione che opera per il recupero, la tutela e la salvaguardia dell’Abbazia, cercando di favorire gli studi e le ricerche atti a far meglio conoscere la sua storia millenaria e per promuovere l’immagine del territorio allo scopo di rinnovare, tramandandole, le migliori tradizioni storiche, sociali e culturali elpidiensi.

L’Associazione Santa Croce ha così iniziato un lungo e complesso lavoro di pressione a vari livelli per riuscire a trovare i fondi per il recupero e la valorizzazione della Basilica. Il primo successo dell’associazione è stato il riconoscimento del vincolo tutelare della Soprintendenza ai Beni Culturali. Un’altra strada percorsa è stata quella dei soldi pubblici, e con l’aiuto del senatore Luciano Magnalbò, che aveva preso a cuore la questione, sono stati inseriti in un decreto omnibus i soldi necessari al restauro(tre milioni di euro).

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[Post-X] L’Aventino elpidiense

 

La maggioranza ha deciso, sarà Moreschini a ristrutturare una proprietà di Moreschini alle condizioni di Moreschini nella piazza di Moreschini. È quanto stabilito nell’ultimo Consiglio comunale di Porto Sant’Elpidio, dando vita ad uno dei più tristi eventi del 2016, talmente avvilente che Summa e Ciarrocca non si sono dovuti nemmeno prendere a pugni. L’opposizione ha fatto pesare la propria assenza, poi ha abbandonato il Consiglio comunale.

La consigliera Barbara Mecozzi ha subito fatto notare che la presenza di consiglieri in Consiglio comunale è diminuita del 70%. Acconcia non ci sta e replica: “Abbiamo fatto un’ampia discussione con la cittadinanza sul progetto di piazza”. Poi si è ricordato di far parte della maggioranza.

Piermartiri risponde alle critiche con decisione: “I consiglieri di opposizione hanno preso tutti insieme meno dei miei voti. Pappappero!” Franchellucci spiega: “per completare il progetto di piazza l’unico esproprio percorribile era quello dei cervelli dei consiglieri di maggioranza.”

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Votare No per arginare l’autoritarismo. Una modesta analisi della riforma costituzionale

Referendum: Trivelle; aperti seggi elettorali, 47mln al voto

Fonte immagine: Il Post

di Riccardo Marchionni

PORTO SANT’ELPIDIO – Al Referendum costituzionale del 4 dicembre voterò No. Non perché qualcuno mi abbia convinto, in realtà non mi hanno convinto le tesi degli schieramenti politici a favore del Sì, e neanche di quelli a favore del No. Il dibattito politico è pieno di semplificazioni travianti, notizie false diffuse ad hoc, strumentalizzazioni di basso livello. Non mi hanno convinto nemmeno i molti articoli scritti da economisti, giornalisti, esperti di web e marketing, e di tutta la gente che oggi conta su internet. Non conoscono nemmeno il linguaggio specifico della materia, come pretendono di scriverne?

Ho ritenuto interessanti e degni di nota invece quasi tutti gli interventi dei costituzionalisti e dei politologi, sia quelli a favore del Sì che del No. Sono molto più sensati, pertinenti, proprio come se studiassero la materia quotidianamente, guarda un po’. Poi ho comunque voluto mettere a confronto in autonomia il testo attualmente in vigore con quello della riforma Renzi/Boschi, e ne ho tratto delle conclusioni personali.

Potete seguire il mio ragionamento consultando parallelamente il confronto tra i due testi e un’infografica abbastanza completa fatta dal Sole 24 Ore(consigliata per chi ha basi di Diritto Pubblico e/o Costituzionale).

Innanzitutto bisogna analizzare il contesto in cui questa riforma è stata partorita. L’attuale Parlamento è stato eletto nel 2013 con una legge elettorale denominata giornalisticamente “porcellum”, che è stata poi dichiarata incostituzionale con sentenza n.1/2014 dalla Corte Costituzionale. Le parti più importanti che sono state abolite sono state le liste bloccate(cioè la possibilità per le segreterie di partito di stilare una lista secondo il quale ordine i candidati deputati entrano in Parlamento), e il premio di maggioranza (spropositato).

Quindi a legislatura già iniziata si è scoperto che il Parlamento era stato eletto con una legge incostituzionale. La Consulta non ha dichiarato il Parlamento illegittimo per garantire la continuità dello Stato. Perché se così non avesse fatto, si sarebbe creata una situazione di stallo istituzionale che nessuno avrebbe potuto sbrogliare.

Un gesto di correttezza da parte del Presidente della Repubblica sarebbe stato quello di sciogliere le camere il giorno dopo questa sentenza, così da dare la possibilità al popolo sovrano di eleggere un nuovo Parlamento pienamente legittimo  che avrebbe potuto operare in serenità, senza pecche morali.

È giusto quindi dire che la riforma è da bocciare perché il Parlamento è illegittimo? No. È giusto dire che questo Parlamento è formalmente legittimo ma moralmente illegittimo, e quindi non si dovrebbe azzardare a toccare niente che non sia ordinaria amministrazione.

Immaginate che nel vostro condominio un amministratore scaltro e voglioso di fare carriera faccia cambiare il regolamento condominiale a suo vantaggio durante un’assemblea senza numero legale. Che fareste? Direste per caso “ma sì, che problema c’è, anche se non c’era il numero legale va bene lo stesso, hanno fatto così anche nel condominio di mio cugino. Ormai i regolamenti si fanno così, è la modernità”?

Per semplicità esplicativa ci soffermiamo sui temi principali di questa riforma: nuovo Senato, rapporto Stato-Regioni, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale, rapporto Governo- Parlamento, strumenti di democrazia diretta.

Nuovo Senato

Nell’Art. 55 sono elencate le funzioni del Senato(che non viene abolito, ma solo depotenziato). Queste funzioni sono sconnesse tra di loro, alcune sono improprie, altre non sono chiare.

  1. Funzione di rappresentanza delle istituzioni locali (essendo composto da Sindaci e Consiglieri regionali, mi pare logico)
  2. Funzione di raccordo tra Stato e altri enti costituzionali
  3. Funzione di raccordo tra Stato, altri enti costituzionali e Unione Europea
  4. Funzione legislativa concorrente(rimangono alcune materie in cui il Senato ha gli stessi poteri della Camera nel procedimento legislativo)
  5. Funzione di partecipazione alla formazione e all’attuazione di atti normativi delle politiche dell’Unione Europea. (Come parteciperà il Senato italiano alla formazione degli atti normativi dell’Unione Europea? Servirebbe cambiare i trattati internazionali per introdurre una cosa del genere.)
  6. Funzione di valutazione delle attività delle pubbliche amministrazioni. (I Consiglieri regionali e i Sindaci si valuteranno tra di loro, ottima strategia…)
  7. Funzione di valutazione dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori(anche qui la scelta non è ottima, si fanno valutare le politiche da chi le subisce. Una situazione così si presta a valutazioni strumentali. È sempre meglio che sia qualcuno fuori dai giochi a valutare l’impatto delle politiche.)
  8. Funzione consultiva sulle nomine di competenza governativa
  9. Funzione di verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato

Più avanti vedremo quali sono le materie in cui resta il bicameralismo paritario.

L’Art. 57 tratta la composizione del Senato. Si evince da quest’articolo che il nuovo Senato sarà sproporzionato nella sua composizione sia per quanto riguarda il rapporto tra le regioni, sia per i senatori di nomina presidenziale.

Sono previsti minimo due senatori per Regione, tranne che per il Trentino Alto-Adige, che in definitiva ne avrebbe 4, perché alle provincie autonome di Trento e Bolzano(uniche a sopravvivere) vengono assegnati due senatori a testa.

Questa previsione ci da il senso di quanto questa riforma sia influenzata e contaminata da situazioni contingentali. È chiaro che i senatori di Svp hanno garantito il loro voto alla riforma a patto di ricevere condizioni più favorevoli per il loro territorio. Siamo sicuri che si possa riformare la Costituzione facendo certi compromessini da leggina ordinaria qualsiasi? O forse sarebbe il caso di non farsi influenzare da certi modi di fare, almeno in un contesto di riforma costituzionale?

Al Presidente della Repubblica spetta la nomina di 5 senatori, che durano in carica un massimo di 7 anni(art. 59). Questa seconda sproporzione è ancora più grave, in quanto fino ad ora, con la possibilità da parte del Presidente della Repubblica di nominare un massimo di 5 senatori a vita(quindi non sempre in un settennato di presidenza c’è la possibilità di nominarne 5) il potere presidenziale influiva per l’1,59% sulla composizione del Senato. Irrilevante. Con le regole della riforma il Presidente della Repubblica inciderebbe per il 5% sulla composizione del Senato, che pesa ancora di più in quanto i senatori di nomina presidenziale rimangono in carica 7 anni, mentre il resto dei senatori rimane in carica finché dura l’amministrazione dalla quale provengono. Aberrante. Infine, perché in un Senato delle istituzioni locali il Presidente della Repubblica può nominare 5 senatori che hanno illustrato la patria in determinati campi? Nonsense.

Ottimo l’inserimento nell’Art. 64 dello statuto delle opposizioni. Rimane il dubbio sull’efficacia di questo statuto se verrà scritto da una Camera dei Deputati eletta con l’Italicum che garantisce una maggioranza schiacciante al partito di maggioranza relativa. Sarà interessante vedere quanto potrà essere garantista una Camera così composta.

Ottimo anche il dovere per i membri del Parlamento di partecipare alle sedute e alle commissioni. Peccato che uno dei due rami del Parlamento sarà eventualmente composto da persone che nella loro vita fanno i Sindaci e i Consiglieri regionali. Sarà interessante vedere quanto sarà in grado di espletare al meglio le funzioni di Senatore uno che già fa il Sindaco. Ad occhio e croce, senza possibilità di delega, sono due incombenze inconciliabili.

Nell’Art. 70 viene trattata la funzione legislativa della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Dire che è complicatissimo e scritto male è un eufemismo, ma tralasciamo lo stile e soffermiamoci sulla sostanza. Il bicameralismo paritario rimane per:

  1. Leggi di revisione costituzionale
  2. Leggi costituzionali
  3. Leggi di attuazione di disposizioni a favore delle minoranze linguistiche
  4. Leggi elettorali
  5. Leggi che riguardano gli organi di governo e le funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane
  6. Disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni(ad esempio i consorzi tra Comuni)
  7. Leggi che stabiliscono norme generali, forme e termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle normative e delle politiche dell’Unione Europea
  8. Leggi che definiscono l’incompatibilità con l’ufficio di Senatore

Tutte le altre leggi sono approvate dalla Camera dei Deputati.

Al terzo comma c’è la descrizione del nuovo tipo di parlamento che risulterebbe se vincesse il Sì: un bicameralismo zoppo. Infatti viene prevista la possibilità per il Senato di esaminare ogni legge approvata dalla Camera, se a chiederlo è un terzo dei suoi componenti entro dieci giorni dall’approvazione della legge da parte della Camera. Se questo avviene, il Senato ha modo di presentare delle modifiche, che la Camera può accettare o respingere con una votazione. Ma se il Senato si riunirà due volte al mese, quando avrà il tempo di presentare ed elaborare tali richieste?

In ultimo si prevede l’autoregolamentazione tramite i rispettivi presidenti sulle questioni di competenza tra le due camere. Rimane difficile credere che questo meccanismo possa funzionare, a meno di un assoggettamento totale di una camera rispetto all’altra, come è facile che succeda se la riforma passasse.

Per concludere la parte riguardante il nuovo Senato bisogna citare l’Art. 80 in cui è prevista un’ulteriore competenza per il Senato in regime di bicameralismo paritario, cioè l’approvazione delle leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea. Le competenze legate strettamente all’Unione Europea a mio avviso sono degli appesantimenti inutili. La nostra Carta è nata prima dell’Unione Europea e nonostante ciò era già pronta ad inserirsi in un contesto sovranazionale. L’UE potrebbe mutare, o anche finire in un futuro. Ecco che trovare delle competenze a tutti i costi per giustificare l’esistenza della seconda Camera potrebbe comportare ulteriori problemi futuri.

Com’è possibile pensare che un Senato formato da Sindaci e Consiglieri Regionali, che saranno eletti dai Consigli regionali ma ancora non si sa come(non è dato saperlo leggendo la riforma, si rimanda a legge ordinaria), che si riunirà due volte al mese, che avrà un ricambio dei componenti  frequente, sconnesso e continuo, possa riuscire ad espletare tutte le funzioni che la nuova Costituzione gli darebbe?

Inoltre immaginiamo che il nuovo Senato esista già, quando mai una sfilza di amministratori locali, la maggior parte dei quali non vuol far altro che carriera personale, si metteranno contro la Camera nella quale loro ambiscono ad entrare? Come farà il nuovo Senato ad avere la forza di controbilanciare l’altro ramo del Parlamento? Che tipo di raccordo potrà creare tra lo Stato e gli altri entri costituzionali? Con che libertà verificherà la giusta attuazione delle leggi dello stato? Conosciamo tutti le logiche che esistono a livello locale per la conquista di uno scranno di livello superiore, le cronache sono piene di voti di scambio, corruzione, lotte fratricide, eccetera. Non eleverei questo modo di praticare la politica al livello Parlamentare.

Strumenti di democrazia diretta

Nell’Art. 71 è normato lo strumento della legge di iniziativa popolare. Ad oggi basta raccogliere 50mila firme per poterne proporre una al Parlamento. Ma nella storia Repubblicana poche volte le camere hanno preso in considerazione tali proposte. Va bene quindi prevedere l’obbligo di discussione e di votazione da parte della Camera dei Deputati, anche se mai nessuno riuscirà per legge ad obbligare un qualsiasi Parlamento a discutere e votare una legge che non vuole discutere e votare. Va meno bene la previsione di triplicare il numero di firme necessarie a presentare tali proposte(150mila).

L’iniziativa di legge popolare è uno strumento di democrazia diretta a disposizione del popolo per influenzare il decisore pubblico riguardo un determinato tema. Con una soglia bassa di firme necessarie alla presentazione della proposta si garantisce la possibilità anche ad una minoranza di persone, ad una categoria non rappresentata, alla quale ad esempio non sono riconosciuti alcuni diritti, di esercitare il proprio potere di pressione sul Parlamento e sull’opinione pubblica. È stupido pensare di rendere questo strumento un fucile perfetto che faccia approvare al Parlamento la legge proposta dal popolo, è più ragionevole pensare di potenziare questo strumento per rendere il lavoro di lobbying popolare più efficace, più incisivo. Per questo non si può accettare il ragionamento di chi dice che siccome il Parlamento sarà obbligato a discutere e a votare allora è giusto triplicare il numero di firme necessarie. Perché il Parlamento in sede di redazione dei regolamenti parlamentari può rendere questa prescrizione efficace o nulla a proprio piacimento.

Altra castroneria sarebbe quella per cui bisognerebbe adeguare il numero di firme all’aumentata popolazione italiana rispetto a quella del ’46-’48. Se in quegli anni c’erano 40milioni di italiani, le 50mila firme necessarie rappresentavano lo 0,125% della popolazione. Se ora contiamo 60 milioni di italiani, le 150mila firme rappresentano lo 0,25% della popolazione. In realtà si raddoppia lo sforzo necessario rispetto al rapporto previsto originariamente in costituzione.

L’altro articolo che riguarda gli strumenti di democrazia diretta è l’Art. 75, in cui viene previsto un nuovo tipo di quorum per i referendum abrogativi. Il limite resta di 500mila firme, ma se si arriva a raccoglierne fino a 800mila il quorum da raggiungere per la validità del referendum scende alla metà dei votanti delle politiche precedenti. Non è male come meccanismo, ha una sua logica.

Rapporto Governo-Parlamento

Questo è il tasto dolente della riforma. Ciò che si critica di più è proprio lo squilibrio del rapporto tra il Governo e il Parlamento che si va a piegare a favore del primo.

Nell’Art. 72 si inserisce l’istituto della votazione a data certa. Il Governo può chiedere alla Camera dei Deputati di inserire entro 5 giorni la discussione di un disegno di legge ritenuto essenziale per l’attuazione del programma di governo, nel calendario dei futuri 70 giorni. In questo caso i tempi per il Senato per chiedere l’esame della legge si dimezzano(5 giorni di tempo).

L’Art. 73 certifica una volta ancora la contingenza di queste modifiche. Si inserisce la possibilità di mandare una nuova legge elettorale alla Consulta per un parere di costituzionalità preventivo, se lo richiede un quarto dei componenti della Camera o un terzo dei componenti del Senato entro 10 giorni dall’approvazione, dopodiché la Consulta è obbligata ad esprimersi entro 30 giorni. Allora mi chiedo, se non fossimo stati scottati dal porcellum avrebbe avuto senso inserire una norma del genere in Costituzione? Certamente no. Ecco che allora questo tipo di garanzia va nel novero di quelle di facciata, della serie “siccome facciamo leggi elettorali di merda, allora ce le facciamo vagliare preventivamente dalla Corte Costituzionale”. Leggermente triste la logica di cedere al ribasso su certe questioni.

Nell’Art. 77 viene cambiato leggermente l’istituto del decreto legge. Se venisse confermata la riforma i decreti legge verrebbero convertiti dalla sola Camera dei deputati. Inoltre viene aggiustato il tiro prevedendo che i decreti legge siano di immediata applicazione, dal contenuto specifico e omogeneo rispetto al titolo. In pratica si elimina il malcostume del milleproroghe e compagnia varia. Non male come cambiamento. Se da una parte però si limita l’uso spropositato dei decreti legge, dall’altra si apre un portone per il rafforzamento del potere legislativo del Governo con il voto a data certa. I problemi escono dalla porta e rientrano dalla finestra.

Sostanzialmente si va a cristallizzare in Costituzione una delle devianze che può avere un parlamentarismo, cioè il ricorso abnorme ai decreti legge da parte del Governo, aggirando di fatto sempre la funzione legislativa parlamentare. Grazie alla riforma, oltre che con i decreti, il Governo potrebbe assoggettare il Parlamento con lo strumento del voto a data certa.

Altro articolo che rafforza il potere del Governo rispetto al Parlamento è l’Art. 77, in cui viene previsto che la dichiarazione dello stato di guerra e successivo passaggio di poteri speciali al Governo sia dichiarato soltanto dalla Camera dei deputati. Questo meccanismo  si può prestare a colpi di mano da parte di un Governo guerrafondaio o assetato di potere.

Nell’Art. 94 è regolato il rapporto di fiducia del Governo con il Parlamento. Ad oggi il Governo deve ricevere al fiducia da entrambe le Camere. Con la riforma la fiducia sarà data soltanto dalla Camera dei deputati. Questa norma fa pendere ancor di più la bilancia del potere verso il Governo.

Come abbiamo visto tutte le modifiche proposte al rapporto Governo-Parlamento sono a favore del rafforzamento dell’esecutivo, senza pensare a dei contrappesi che vadano a compensare l’aumento di potere.

Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale

La riforma modifica anche la modalità di elezione del Presidente della Repubblica(Art. 83). Ad oggi servono i 2/3 dei componenti fino al terzo scrutinio, dopodiché basta la maggioranza assoluta dei componenti. La modifica prevede che ad eleggere il Presidente della Repubblica siano deputati e senatori senza delegati regionali(a differenza di oggi). Fino al terzo scrutinio serve la maggioranza dei 2/3, dal quarto in poi basta la maggioranza dei 3/5 dei componenti, dopo il settimo scrutinio basta la maggioranza dei 3/5 dei votanti.

Il problema più grande di questo nuovo metodo è che viene eliminato un principio di imprescindibile importanza, cioè quello di calcolare i voti sulla base dei componenti dell’assemblea e non sul numero dei votanti. In questo modo si rende più difficile il dissenso, rendendo l’elezione del Presidente della Repubblica più facilmente manovrabile dalla maggioranza del momento. Il che non significa che la maggioranza si potrà eleggere da sola il proprio Presidente, ma che potrà farlo senza l’ampio consenso che serve oggi.

L’elezione dei giudici della Corte Costituzionale non cambia se non per i 5 di nomina parlamentare. Ad oggi questi vengono eletti dal Parlamento in seduta comune. Con la riforma la Camera eleggerà 3 giudici e il Senato 2. Quindi avremo tre giudici sostanzialmente di nomina governativa, e siccome cinque sarebbero stati troppi e sarebbe stata troppo palese l’ingerenza governativa, allora due vengono eletti “residualmente” dal Senato, che pure dato il suo altamente probabile asservimento all’altra Camera e al Governo, non avrà la forza e la libertà di scegliere senza ingerenze governative. Altro punto a favore del Governo e a discapito degli altri organi costituzionali.

Rapporto Stato-Regioni

Il fulcro del rapporto che riguarda le competenze legislative tra Stato e Regioni è l’Art. 117. Con la riforma costituzionale entrata in vigore nel 2001 è stata creata una situazione di concorrenza legislativa in molte materie, che ha dato molto lavoro alla Corte Costituzionale che si è dovuta occupare di dirimere moltissimi conflitti d’attribuzione tra poteri dello Stato. Questa conflittualità è data dalla non chiarezza dell’attuale 117, scritto in tutta velocità per portare a casa la riforma targata centro-sinistra. Se allora si fece l’errore di non chiarire per bene i confini tra Stato e Regioni nelle varie materie, oggi si commette un altro errore altrettanto grave, si taglia la testa al toro ri-accentrando quasi tutte le materie, e lasciando in via residuale alcune materie alla potestà legislativa delle Regioni, dando però al Governo la possibilità, se vuole, di legiferare anche sulle materie di competenza esclusiva delle Regioni, attraverso una clausola cosiddetta di supremazia, per cui l’interesse regionale soccombe di fronte a quello nazionale.

Il Governo potrà quindi legiferare su tutto ciò che vuole senza che nessuna autonomia locale potrà fare alcun tipo di rimostranza, senza che la popolazione possa ad esempio bloccare un’opera che va contro la salute pubblica influenzando gli organi regionali(vedi centrali a biomasse, inceneritori, discariche, ecc.).

Tirando le somme, questa riforma accentua enormemente il potere del Governo rispetto agli altri organi, senza prevedere alcun tipo di contrappeso. Bisogna sapere che un sistema equilibrato è un sistema sano, mentre invece un sistema squilibrato può portare a brutti inconvenienti. Se una casa ha i carichi spropositatamente appoggiati su un lato, nel momento in cui arriva un terremoto o una tempesta è più esposta a danni. Inoltre una volta danneggiata sarà molto più vulnerabile ed esposta a crolli ad una successiva scossa.

Se nel complesso è peggiorativa, non è del tutto da buttare. Ci sono alcune modifiche degne di nota(come la previsione dello statuto delle opposizioni e la possibilità di abbassare il quorum nei referendum abrogativi), altre puramente strumentali e propagandistiche(l’abolizione del Cnel, l’abolizione delle province e il “superamento” del bicameralismo paritario).

Per decidere se votare Sì o No domenica prossima, non serve andare a vedere chi ha proposto la riforma(peggiorerebbe la situazione), o quello che potrebbe succedere al Governo in carica se vincesse l’uno o l’altro schieramento. L’unica cosa da fare è leggere e capire l’attuale Costituzione, leggere e capire la proposta di riforma e poi tirare delle somme solo sulla base del nuovo funzionamento istituzionale.

A mio modestissimo avviso il Senato che si viene a creare sarà soltanto una camera-vetrina in cui gli amministratori locali potranno farsi venire l’acquolina in bocca sbirciando e assecondando ciò che fa la Camera dei Deputati, le proposte di legge popolare saranno annientate, il potere del Governo e in particolare del suo capo sarà enorme e darà campo libero a quel decisionismo senza intoppi che piace tanto a chi ha inclinazioni autoritarie.

In questo momento storico ci tocca decidere se vogliamo andare nella direzione di una maggiore democratizzazione dei processi decisionali o se vogliamo andare nel verso opposto. Gianfranco Pasquino nel descrivere le condizioni politiche che favoriscono una democrazia, parla di democrazia in entrata e di democrazia in uscita. Quella in entrata presuppone la congiunzione di due processi: liberalizzazione e inclusività, che vanno a creare un sistema poliarchico, cioè formato da tanti gruppi di potere in cui nessuno riesce ad egemonizzare il potere politico(teoria formulata da Dahl). Soddisfatte queste condizioni la democrazia è sostanzialmente conseguita. La democrazia in uscita invece riguarda il “grado di controllabilità delle decisioni prese dai governanti, di identificabilità delle loro responsabilità specifiche, di revisione delle decisioni, anche attraverso i referendum”.

Ecco, questa riforma non è inclusiva, non favorisce una poliarchia, non garantisce la controllabilità delle decisioni prese dai governanti e rende identificabili solo in parte le loro responsabilità specifiche. Apre invece la strada all’autoritarismo. Per me è No!

Il dibattito referendario a Pse

Di Riccardo Marchionni

PORTO SANT’ELPIDIO – Ho assistito a due serate informative sul Referendum costituzionale del 4 dicembre, entrambe svoltesi a villa Maroni nel quartiere Corva. In una si sostenevano le ragioni del Sì, nell’altra quelle del No.

La serata del Sì è stata macchiata da una trovata pubblicitaria che per essere eufemistici potremmo definire di cattivo gusto. Data la contingenza del terremoto che ha scosso il centro Italia, gli organizzatori hanno pensato bene di creare un evento in cui si mangiava amatriciana gratuitamente e poi a fine pasto ognuno poteva lasciare un’offerta libera. Poi dopo cena avrebbero parlato un professore universitario e un deputato. La faccia tosta e la pacchianeria di queste persone si poteva apprezzare a pieno soltanto partecipando alla serata.

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Perché le parole di Sgarbi fanno tanto male, o forse no.

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Di LMC

PORTO SANT’ELPIDIO – “Mai visto una città così brutta” ha dichiarato pochi giorni fa Vittorio Sgarbi a proposito di Porto Sant’Elpidio nel corso del suo intervento al Teatro delle Api. Certo, non fa mai piacere ricevere un’opinione negativa, ma da un critico d’arte che ha costruito la propria carriera mediatica intorno all’iperbole e a una dialettica tanto sexy quanto colorita, non dovrebbe fare poi così scalpore.
Eppure questa esternazione ha alzato un polverone infinito.

Ho provato a ricostruire la dinamica da tre diverse angolazioni, cercando di spiegarmi perché le parole di Sgarbi fanno molto male, ma potrebbero essere ottime opportunità.

Prima angolazione: un semplice rapporto di causalità.

“Caro, ho appena comprato un vestito nuovo. Come mi sta?”
Se teniamo alla buona educazione (e all’incolumità fisica, in alcuni casi), in una scala che misura l’audacia la risposta può variare dal più conservativo “d’incanto, tesoro” al più ruffiano “secondo me questo tortora non valorizza appieno la brillantezza dei tuoi occhi”. Ma a nessuno verrebbe in mente di rispondere “sembri un tombino nutrito da un anno a Big Mac”.
Le parole di Sgarbi, banalmente, fanno male alle persone perché feriscono nell’orgoglio per il tono esplicito e provocatorio.

La seconda angolazione, scatenata dalla prima, è più sottile e analizza la reazione dei cittadini all’insulto.

Ci sono due campi in cui gli elpidiensi eccellono, a seconda della propria indole:

1. la riottosità campanilistica di fonte all’insulto
2. l’autocommiserazione passivo aggressiva

Porto esempi concreti, perché potrebbe non essere chiaro.

Fuori dal perimetro cittadino o di fronte ad osservazioni di scherno da parte di terzi, per il cittadino elpidiense questo paese diventa il più grande esempio di urbanistica internazionale, oasi felice che i villeggianti bramano per lo splendido lungomare, insignito da vessilli di prestigio come la Bandiera Blu, animato da una vita notturna seconda solo a quelle di qualche isola delle Baleari, pullulante di manifestazioni fieristiche che celebrano la mai sopita tradizione artigiana, eventi enogastronomici di prim’ordine ed attrazioni turistiche di rilievo.
Nella vita quotidiana – o meglio, nella visibilità che l’internet ha portato all’interno della vita quotidiana – Porto Sant’Elpidio è la sorella triste di Beirut, un posto dove l’ellenico concetto di agorà si è ridotto a bar, seconda solo ad alcuni quartieri di Caracas per tasso di criminalità, l’ombra della fastosa e benestante Civitanova Marche, ricettacolo di prostituzione, droga, immigrazione ed eventi sportivi minori che occludono la viabilità.

Dico, non vi sembra un tantino esagerato? Tra Marlon Brando e Lino Banfi ci sono galassie.

Vestite i panni di un forestiero, cercando di lasciare a casa cliché e preconcetti.
E’un paese costiero abbastanza giovane, come altri. Ha un bel lungomare, qualche villa, verde pubblico, un calendario di eventi a volte monotono che vive picchi di stagionalità, poche attrazioni turistiche (a me piace molto Villa Baruchello, ma se fossi di Milano non farei 500km per vederla), un centro città che assomiglia ad un cantiere perché le ultime amministrazioni comunali non hanno gestito bene la situazione, opere architettoniche non particolarmente emozionanti (a me sarebbe piaciuto vedere il cineteatro tirato a lucido e avrei trattato in maniera più dignitosa la FIM, ma se fossi di Milano non farei 500km per vederla).
Questo, nel linguaggio di Sgarbi, significa “la città più brutta d’Italia”. Stateci, accettatelo. Sa benissimo che non è così, sappiamo benissimo che non è così. Non è neanche la più bella, quindi se vi aspettavate un pat pat sulla testa avete sbagliato atteggiamento. Cosa possiamo offrire ad un amante della bellezza classica (che non deve per forza essere Sgarbi)? Poca roba: alcune zone del paese sono carine, altre no. Si sta bene? A volte sì.
Ci sono storie, tradizioni e personaggi che riempiono quel vuoto che invece si avverte in altri paesi anonimi.
Per esperienza diretta, quanto ho appena affermato si percepisce quando gli elpidiensi vengono a contatto con altre persone, solitamente fuori dal paese.
Molti erano talmente incuriositi dai miei racconti che alla fine avevano davvero voglia di passare qui. Ad alcuni è piaciuto, altri l’hanno trovato un normale paese costiero, ma si sono divertiti.

Le parole di Sgarbi fanno male al paese perché fanno scoprire, per l’ennesima volta, che l’atteggiamento dei cittadini è sbagliato, provinciale, infantile.
Quindi non cercate di difendere l’indifendibile con foto di tramonti in pineta e allo stesso tempo non idolatrate le esagerazioni di un personaggio che è quasi un caratterista.

Al contrario, uscite da quello stato mentale per cui esiste solo Porto Sant’Elpidio e o fa schifo o è magnifico. Viaggiate, rubate con gli occhi da altre città gli esempi migliori, proponete, raccontate storie e tradizioni agli altri, anche quelle che vi sembrano più ovvie.
Gli ambasciatori del paese siete voi, non Sgarbi.
E a dirla tutta, converrete con me che neanche Sgarbi è fulgido esempio di bellezza apollinea (vedi foto).

La terza angolazione riguarda la pubblicità

Le parole di Sgarbi fanno male al paese perché sono cattiva pubblicità, intesa come diffusione a livello della pubblica opinione.

Per fortuna o purtroppo viviamo in un’epoca in cui è facilissimo informarsi e le notizie risaltano, correndo veloci e ubique. Se ad oggi dovessimo googlare Porto Sant’Elpidio perché la stiamo considerando come meta estiva, verrebbe fuori che è la città più brutta d’Italia. Data la scarsa capacità critica dell’internauta, probabilmente abbandonerebbe subito la ricerca ad appannaggio di un’altra meta.
Ma, per fortuna o purtroppo, le notizie vengono sostituite da altre notizie con estrema facilità. Quindi, supponendo che Porto Sant’Elpidio attirasse l’attenzione mediatica per qualche evento positivo, Google restituirebbe una visione del tutto edulcorata della nostra città.

Insomma, è l’occasione giusta per rimboccarsi le maniche: se qualcuno ha buone idee, le tiri fuori. E’ tempo di fare qualcosa “di unico e di grande”, come cantava Dalla.
Proponete e andiamo insieme a bussare alla porta dell’amministrazione comunale.
Speriamo c’apra.

Cos’è la “durata di vita utile del giacimento”? – Un approfondimento sul referendum del 17 Aprile

Di Redazione POST IT PSE – Slides Gian Vittorio Battilà

PORTO SANT’ELPIDIO – Per quelli che non hanno potuto partecipare alla serata informativa della settimana scorsa sul referendum del 17 Aprile, riproponiamo qui sul nostro Blog alcuni dei passaggi più interessanti della conferenza, direttamente dalle parole di uno dei due relatori della serata.

“Andiamo a votare per decidere il destino di impianti già esistenti entro le 12 miglia, i nuovi sarebbero vietati in ogni caso”, esordisce così l’ingegner Gian Vittorio Battilà, che ripercorre la strada delle attuali leggi vigenti e delle prospettive che potrebbero avere origine dall’esito delle votazioni.

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Nella consultazione del 17 Aprile si chiederà agli italiani se vogliono abrogare la parte della “legge di stabilità” che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia, di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

Allo stato attuale, il comma 17 del decreto legislativo 152 stabilisce che sono vietate le «attività di ricerca, di prospezione, nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi» entro le 12 miglia marine dalle coste italiane. Mentre gli impianti già esistenti entro questa fascia, possono continuare la loro attività fino alla data di scadenza della concessione, che su richiesta può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento.

Si tratta quindi di permettere o meno, la prosecuzione delle estrazioni in acque territoriali dagli impianti già esistenti.

Una vittoria del “Sì” obbligherebbe a cessare l’attività di estrazione secondo la scadenza fissata al momento del rilascio delle concessioni, al di là delle condizioni del giacimento. Lo stop quindi non sarebbe immediato, ma arriverebbe nel momento della naturale scadenza dei contratti già stipulati.

Se vince il “No” o non si raggiunge il quorum , le attività di ricerca potrebbero proseguire fino all’esaurimento dei giacimenti.

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A oggi nei mari italiani, entro le 12 miglia, sono presenti 35 concessioni di coltivazione di idrocarburi, di cui tre inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (al largo delle coste abruzzesi), 5 non produttive dal 2015. Le restanti 26 concessioni, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi, sono distribuite tra mar Adriatico, mar Ionio e canale di Sicilia. Di queste, 9 concessioni (per 38 piattaforme) sono scadute o in scadenza ma con proroga già richiesta; le altre 17 concessioni (per 41 piattaforme) scadranno tra il 2017 e il 2027 e in caso di vittoria del Sì arriveranno comunque a naturale scadenza.

“Il referendum avrebbe conseguenze già entro il 2018 per 21 concessioni in totale sulle 31 attive: 7 sono in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata e in Emilia-Romagna, una in Veneto e nelle Marche. Il quesito referendario riguarda anche 9 permessi di ricerca, quattro nell’alto Adriatico, 2 nell’Adriatico centrale davanti alle coste abruzzesi, uno nel mare di Sicilia, tra Pachino e Pozzallo, uno al largo di Pantelleria”.

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Le ventisei concessioni entro le 12 miglia producono il 27% del totale del gas e il 9% del greggio estratti in Italia (il petrolio viene estratto nell’ambito di 4 concessioni dislocate tra Adriatico centrale – di fronte a Marche e Abruzzo – e nel Canale di Sicilia).

La produzione nel 2015 di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc si va a scontrare con  i consumi di petrolio in Italia nel 2014 che sono stati di circa 57,3 milioni di tonnellate. Quindi l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%).

Per il gas, i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale.

“Non si può sempre tirar fuori questa storia del dover comprare petrolio all’estero, dato che l’1% è davvero una miseria – aggiunge Battilà -, la minaccia non tiene. Allo stesso modo, non è vero che passeranno più petroliere, dato che dalla Basilicata sta per arrivare altro petrolio anche da Tempa Rossa.”

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Nel testo si parla di “vita utile del giacimento”, ma cosa vuol dire?   “È una definizione approssimativa – conclude Battilà – soprattutto se l’Ente di controllo non definisce i parametri. Sarebbe stato positivo se qualcuno avesse definito tali parametri in maniera esplicita ed oggettiva; le multinazionali ragionano molto sui numeri e consegnano i resoconti all’Ente di controllo strettamente su quanto richiesto. Non c’è etica definita sul tema, a parte la questione del rispetto delle norme ambientali. Dunque, si lascia nelle mani delle stesse compagnie concessionarie la definizione di fine giacimento.”

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In questa maniera possono continuare ad estrarre con più calma dilazionando lo sfruttamento dei giacimenti, allontanando così i relativi costi di dismissione delle piattaforme. Lo Stato invece, perde il controllo sui termini e sulla certezza della dismissione.

Inoltre, le Royalties basate sulle quantità estratte permettono alle Compagnie di estrarre poco alla volta azzerando le spese di mantenimento(e non facendo incassare nulla all’erario), ma facendo rischiare a noi di non vedere mai la dismissione e la bonifica delle strutture usate per l’estrazione e il trasporto. Ovviamente si va incontro al rischio che queste possano restare a carico dello Stato.

“Questa situazione non creerebbe ne’ garantirebbe gli attuali posti di lavoro, in quanto basta un operatore che osservi l’andamento della produzione minima da remoto. Infine,  chi dice che nell’arco di altri 10 o 20 anni non si acquisiscano tecnologie tali da permettere di andare più in profondità per cercare altro materiale?”.

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Tutta la questione si snoda intorno alle scelte strategiche nel campo delle politiche energetiche. Se parliamo di cifre irrisorie, perché non cominciare proprio da qui, dalle acque territoriali, una campagna di cambiamento del nostro approvvigionamento energetico? Se la fase di transizione sarà lenta, perché non iniziare da subito e in un contesto così favorevole?

Da quello che è emerso negli ultimi giorni riguardo ai rapporti tra il Ministero dello sviluppo economico e le società che girano intorno agli affari petroliferi, abbiamo molto probabilmente la risposta alle nostre domande: il governo è fortemente condizionato dalle richieste delle grandi società, in questo caso dell’energia.

C’è inoltre il problema ambientale che rimane latente. Nelle zone circostanti alle piattaforme estrattive si rileva un inquinamento non indifferente. Per di più, un recente studio finanziato dall’Unione Europea evidenzia che un incidente petrolifero nell’Adriatico avrebbe conseguenze “incalcolabili” per tutto il Mediterraneo.

Durante la serata è stato proiettato un video emblematico riguardo a ciò che può significare un incidente petrolifero. Si tratta dell’incidente verificatosi nel comune di Trecate, in provincia di Novara, nel 1994. Ve lo riproponiamo.

 

 

Puoi scaricare dal link sottostante l’intera presentazione dell’ingegner Battilà.

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