E la chiamano estate…

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Arriva Caron dimonio con occhi di bragia (che è lo stesso dell’anno scorso, i tempi c’impongono di riciclare anche gli anticicloni, e le stronzate dei metereologi) e, come auspicabile, mi traghetta verso l’anelato refrigerio dei lidi locali, con le tradizionali remate nei reni a trentasei gradi centigradi. Per una villica tradizione, o per ancestrali reminiscenze di vita in branco, mi reco da anni nello stesso pezzo di spiaggia libera, chiuso tra due ali di ombrelloni a pagamento e tagliato in due da un fossato perpendicolare che, dal nulla, sbuca dalle profondità ghiaiose, e come una trincea che non difende nulla, ma suscita visioni di decomposto abbandono e fluttuante olezzo nei giorni di umido piattume, si tuffa rapida nei flutti nostrani insigniti di bandiere di un cromatismo fuori luogo. Tant’è, sono affezionato a cotanto sfarzo di bella stagione, e non riesco ad immaginare nulla di più bello, niente che possa reggere il confronto con questo mio angolo di paradiso a poche decine di falcate dalla mia abitazione.Così, vista la vicinanza, scelgo a caso un mezzo di locomozione di mia proprietà, preferibilmente con motore a scoppio, per arrivare in spiaggia, cosa che denota a gran voce la mia appartenenza a questa intraprendente comunità. Dopo un esotico parcheggio sono finalmente sull’acciottolato della spiaggia con a destra il fosso che ruggisce grigio.

Negli ultimi tempi, devo ammettere, non trovo più quell’intima solitudine, caratteristica dei giorni feriali, e i fan della tintarella sono decuplicati, tanto che spesso trovo difficile accamparmi in un fazzoletto che abbia intorno almeno quei sette barra otto metri di raggio vuoti, a garanzia di una distanza minima di sopravvivenza da altre forme di vita. Con discrezione mi defilo e trovo il mio lembo di terra, dribblando ombrelloni multicolore piantati a casaccio come mine antiuomo. I miei vicini di bagno hanno una caratteristica comune: la multietnicità. Direi che, a parte un drappello di enthusiasts provenienti dalle province del nord, come da quelle del sud, e dai famigerati coppi calpestati dell’interno, un buon sessantacinque per cento arriva dall’Europa unita dell’est, da quelle lande gloriose che ci ricordano il fine pasto, o da quelle distese di querce nere, sotto le cui chiome, le abitanti di quelle zone sono solite riunirsi in crocchio, per scambiarsi opinioni di generale cultura e filosofeggiare sullo scibile umano. Cosa che oggi fanno nei pressi dei nostri, più radi, lampioni dell’illuminazione stradale, al massimo in coppia per non dare nell’occhio, e, qui, a pagamento elargiscono consulti di varia natura, che poi inevitabilmente portano a conclusione nei loro studi, tutti siti lungo la statale, dove ovviamente si recano per interrogare voluminosi tomi in cui trovano le più disparate risposte alle esigenti domande dei propri clienti. Cosa che avviene con incredibile celerità, dieci minuti al massimo, dopo i quali i soddisfatti avventori escono dai lignei portoni con passo rapido, di sicuro per l’esaustiva risposta che l’oracolo dell’est ha con professionalità saputo dare, e con capo chino a custodire gelosamente da occhi altrui la nuova verità di cui sono portatori. Ecco, mi sembra di riconoscere, più nei fondoschiena discinti, che nei volti inguainati da gigantesche lenti al fumè, quelle inesauribili professioniste. Dico dai fondoschiena perché, non essendo avvezze al torrido clima esotico locale, le onniscienti fanciulle sono solite abbigliarsi leggere anche nei mesi più rigidi, da loro preferiti per via dell’inevitabile riferimento con l’aria di casa, mettendo in mostra, oltre che la professionalità, dei generosi quarti di manzo. In tutto questo sfoggio di facce viste, una signora del posto, colloquiando amabilmente con una forestiera non di Porto S.Elpidio, non della provincia di Fermo, nemmeno della regione Marche e dello stato italiano, ma dell’Euro zona tutta, avendo caratteri inequivocabilmente asiatici sparsi sul viso, si profonde in una considerazione dettata dai tempi: “Ehhhhhh, vedi? Stemo diventenne un postu turisticu!”. Di rimando colui che, in canotta bianca a costine, di sicuro è la sua dolce metà: “Ao guarda che le puttane ci sta de casa ecco lu Portu. Loco, de là de la ferrovia”, e lei, cercando di nascondere un velato imbarazzo, “E daglie sciapu!”.

Una volta disteso sul telo da mare avverto già la freschezza dei trentasei gradi all’ombra frollarmi le membra, e valuto la possibilità di un istantaneo tuffo in acqua, così mi siedo carponi e inevitabilmente scruto intorno a me. Svetta, a qualche metro sullo sfondo, il trespolo rosso del bagnino, figura mitologica delle estati in genere, forse romagnole, perché qui da noi di mitologico c’è solo la speranza vederli fare qualcosa di inerente alla loro attività, cioè adescare fanciulle consapevolmente ingenue per collezionare trofei in quantità, di cui pavoneggiarsi insieme ai compiaciuti colleghi. Nello specifico c’è un serpeggiante e pericoloso narcisismo in questi testosteronici giovanotti. Il bronzo di Riace che svetta di fronte a me, ad esempio, sfoggia una banana cotonata di brillantina che anche Elvis avrebbe avuto pudore a mostrare in pubblico, abbronzatura impeccabilmente tostata, maglietta d’ordinanza tirata su a mostrare la scacchiera degli addominali, Ray Ban a specchio da Poncharello, e, in tutto questo, pensi che di lì a poco si produrrà in ore di sesso pubblico sulla spiaggia con qualsiasi turista, o locale, di genere femminile che inconsapevole attraversi la sua visuale. Ed invece tutte le sue ormonali energie sono tese a fotografare, con il fido smartphone, altri amici, pseudo palestrati e portatori di innaturali rotondità toraciche che, di fronte ai miei occhi quanto meno dubbiosi, si lanciano in pose da discoboli e lanciatori di grechi giavellotti. Effigi che poi con smisurato orgoglio verranno ostentate in bacheche virtuali al pubblico ludibrio. Colpito dall’equivoca visione, vengo brutalmente risvegliato, dal mio torpore, dal dirompente frastuono che un crocchio di taglie forti genere alla mia sinistra: tre donne e due bambini, tutti che alla bilancia non avrebbero passato l’ammissione all’incontro valido per il titolo di ciccione del millennio, per eccesso di adipe e assoluta mancanza di buon gusto. Mentre i cuccioli di pachiderma sguazzano ghignanti e spruzzanti sulla battigia, le matrioske, dalle enormi casse toraciche, ululano grida acutissime pronunciando random i nomi degli infanti, e dando loro perentori ordini di uscita dai flutti forza nove, secondo loro inspiegabilmente agitati, vista la mancanza di vento, e oggettivamente stagnanti nell’afa delle dodici. Le urla di disperazione dei piccoli barbapapà non si fanno attendere e lacerano, come una vetrata infranta da un sasso, il brusio dell’acqua che sciaborda e il ciarlare di gente lontana. Le scaltre massaie ricattano i cinghiali in erba con minacce di medievali pene corporali, prima, e allettandoli con promesse di abbuffate culinarie, poi, lanciandosi in una litania con evidente accento partenopeo: “la volète la fetta a latte? La volète la fetta al latte? La volete la fetta al latte?”, e poi tra loro “Marì la vuuuoi la fetta a latte? La vuuuuoi la fetta al latte? La vuuuuoi la fetta al latte??????”. Nello stesso istante un autoctono non troppo lontano da me, fronte corrugata, denti stretti e faccia da mocassino di cuoio, esclama sardonico: “Signò magneteve pure sa fetta a latte, parete cinque varattoli demmerda!”.

Decido che l’ora è matura per reidratare i miei padiglioni auricolari, mi alzo in piedi e gigioneggio circospetto verso l’acqua. A riva due ruderi meneghini tirati a festa, inguainati in bikini che a stento trattengono strabordanti tessuti morti, pinnano festosi tra un “uè testina” e l’altro. Con i piedi ormai a mollo alzo lo sguardo verso la costa Slava, ed incredulo inizio una panoramica della superficie marina: da nord a sud mi si para davanti una distesa liquida color ruggine, sul pelo della quale si estende per centinaia di metri una schiumetta beige che, diciamocelo, è vero star bene su tutto ma, insomma, non mi sembra faccia pandane col resto della scenografia. Tuttavia l’acqua è affollata di incuranti bagnanti che tra tuffi olimpionici, bracciate vigorose e spruzzi d’acqua sguazzano in questa pozza putrescente bevendone a piene mani. Resto per qualche istante combattuto ed immobile, fino a quando sento dietro di me i sassi muoversi veloci e, girandomi, vedo una donna cinese, con cappello di paglia e mercanzia d’ordinanza svolazzante, correre come i vietcong bombardati al napalm. A seguirla un ragazzo di colore sommerso da parei e asciugamani, con falcate di sicuro più toniche ed efficaci, raggiungerla, ed entrambe tentare di sfuggire ad un agente, di non so quale corpo dell’italico stato in declino, in pantalone di flanella grigio, camicia celestino e fondina di pelle nera stretta dalla mano destra mentre col braccio sinistro tenta di dare slancio alla sua corsa in un copioso imperlarsi di sudore dell’ampia fronte glabra. Dal lido lombardo sento alzarsi commenti da sciure in meno pausa da sempre: “Uè, era ora è!”, e l’unico pensiero che mi balena in testa è “Pensi sia il più grosso dei tuoi problemi Tutankhamon? Tieni a mollo le tue vene varicose nello scolo della fogna!”. Mentre rifletto su tutto questo, decido che per oggi di refrigerio ne ho abbastanza, e già caricata tutta la mia poca roba, penso al divano in soggiorno, alla birra nel frigo e al climatizzatore sulla parete. Mi giro in direzione dell’Africa e, con malcelata rassegnazione ed ostentato orgoglio, esclamo: “Caronte, stacce tu a sputà sango ecco”.

                                                                                                                             Atticus Finch

Post Scriptum “Elidù, non mangi?”
“No ma’, grazie, non posso mangià idrocarburi.”

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Bruno Martino

Fonte img1 e img2, blogstop.com

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