Episodio 1:Prologo
Vi siete mai chiesti cosa succede nelle cucine dei ristoranti che abitualmente frequentate, di norma nel fine settimana, voi elpidiensi? Vi siete mai chiesti? Vi siete mai chiesti quanto sia reale l’affabilità e la cortesia di camerieri diciottenni, quando va bene, assunti perennemente a nero con i contratti classici della categoria “Setacciatori di pietre preziose della costa d’avorio”, sempre. Dicevo, vi siete mai chiesti se questa professionalità manifesta in sala sia la stessa che li accompagna nel tratto che dalla cambusa porta le pietanze al vostro tavolo? O se, più plausibilmente, questo folle amore per il proprio lavoro sottopagato e non contributivo, quindi già sufficientemente a rischio, non evapori come l’acqua salata de “li spaghetti a lo scoglio, zì” a seguito di richieste, esotiche nei modi e quanto meno singolari nel contenuto, che arrivano dalle vostre fauci ripiene della classica “la focaccia non ci sta più, capo??”. Vi siete mai chiesti? Se non lo avete mai fatto e vi ritrovate nella categoria esclusiva dei facoltosi, anche se “cullù non c’ha na lira pe piagne”, ciabattini abituè dei più rinomati opifici di prelibatezze ittiche del lungomare nostrano, beh vi invito caldamente a farlo, prima di continuare la lettura di questa che, nel caso in cui scoprirete di appartenere a cotanto gotha, sarà la cronaca efferata di terroristiche azioni che vi hanno visto nel ruolo dell’impotente manifestante di piazza, preso ad ombrellate dai guardiani della democrazia, o delle cavie elettorali alle quali viene propinato il cambiamento per la restaurazione e la restaurazione per il cambiamento, che alla fin fine “ma io a chi cazzacciu duvrio votà allora?”. Insomma, scoprirete che chi semina vento raccoglie tempesta e chi “roppe lu cazzu a lu cameriere magna de mmerda” se non quando “magna la mmerda”. I fatti che sto per narrare sono leggende, ormai di molti anni fa, riguardanti tutti i ristoranti del litorale e nessuno in particolare, dai caratteristici nomi marinari che i titolari manco fossero Salgari e Melville, in cui prestarono servizio generazioni di giovani che con leggerezza approcciarono alla ristorazione per mera convenienza, ma che negli anni se ne trovarono indelebilmente invischiati. Così non ci sono nomi che posso fare per indicare gli attori di questa vicenda, perché essi stessi sono il simbolo, la bandiera, gli eroi di tutti quei camerieri che furono prima figli vessati dai loro padri carnefici, e poi divennero folli vendicatori da condannare. Se anche vi fosse stata la remota possibilità di palesare l’identità di questi martiri, IO ,al fine di tutelare il più possibile la privacy di tutti e lasciare immacolati i carichi pendenti futuri dei protagonisti, non avrei esitato a celarla.
Accadeva soprattutto d’estate di lavorare a pranzo e a cena. Doppio turno. Tanto per gradire. Certo, si guadagnava il doppio, e in effetti sembravano un piccolo tesoro, a fine settimana, tutte quelle banconote da diecimila, ventimila, forse un taglio da cinquantamila lire, ma cavolo! era più di quanto potessi spendere. Falso. Regolarmente finivano agli sgoccioli della paga successiva e, in fin dei conti, era estate, avevamo vent’anni, una gloriosa utilitaria italiana dal nome da primato assoluto, con un motore che letteralmente “buttava lo foco”. Andava senz’acqua e senza olio, probabilmente qualche chilometro l’avrà fatto anche senza benzina. C’era l’isola pedonale che iniziava da “casa de Cima” e finiva di fronte a “Promenade”. Poi, a sud, più niente per chilometri. A nord, un altro mondo con i fasti della psichedelica sala giochi alle porte dell'”Holiday”, anche se i più informati sapevano che il vero divertimento era oltre i cancelli del campeggio estivo.
Lavorare a pranzo e a cena, in ogni caso, lasciava poco margine per vivere tutte queste mirabolanti attrazioni e si finiva per arrivare all’orario di chiusura della movida elpidiense stanchi ma vogliosi di divertimento, e ci si accontentava delle briciole. Questa è comunque un’altra storia. Il punto era che si lavorava. Si lavorava in un ristorante al mare. Specialità pesce, che indubbiamente è il trofeo più ambito dei palati dilaniati locali, è il punto di arrivo dopo una settimana “de cottomate”. E’ motivo di vanto quando abbiamo la consapevolezza di avere notizie riservate e confidenziali che ci danno la capacità di intimare ad un cliente “de fori”: “te cce porto io a magnà lo pesce zì”. Arrivare alle nove del mattino di ogni giorno della settimana nella spiaggia assolata, preparare la sala, apparecchiare i tavoli con sullo sfondo file di ombrelloni aperti, occupati dagli sporadici avventori delle mattinate lavorative e, oltre, la tavola sconfinatamente blu di un mare brillante alla luce del sole estivo, beh questa era già una bella soddisfazione. L’incanto che questa perenne distesa d’acqua genera negli animi sensibili è lo stesso che colpisce come una mazzetta da cinque chili le menti più semplici, e si misura nell’apertura sconsiderata della mascella che, disarticolandosi dal cranio, conferisce a chiunque la celeberrima espressione da ebete di fronte a questa meraviglia della natura. Ma la visione quotidiana di cotanto spettacolo finisce inevitabilmente per banalizzare anche la più eclatante delle bellezze, soprattutto col senno di ciò che sarebbe venuto poi. Così infatti, dopo stagioni di erculee fatiche culinarie, io e il mio socio vivevamo questi momenti che negli anni passarono da trepidanti a stucchevoli, a “me pisto li coglioni”, a “perché non gliete tutti a sputà sango”. Colui che convenzionalmente chiamerò qui “il mio socio” era un ragazzo garbato, responsabile, dedito al lavoro, una persona semplice, un sempliciotto verrebbe da dire. Un animo gentile che, come la maggior parte di chi a quell’età s’imbarcava nell’avventura di questo lavoro, lo faceva quasi esclusivamente per pagarsi gli studi universitari in quella conca del sapere che era “Macerata Macerata ogni passu na cacata!”, e che si ritrovava suo malgrado a dover fronteggiare una quantità di stress tale che al confronto “Diritto di procedura penale” era una lettura da fare sulla tazza del cesso. Va da sé che la sua naturale propensione all’accondiscendenza verso il prossimo, ad un lavoro ben svolto, ad un servilismo sottile, all’appecoronamento progressivo ma dignitoso per ottenere uno scopo, ecco, tutto questo in lui iniziò a scemare negli anni. Dapprima in maniera impercettibile, subdolamente lenta, poi con l’andare delle ore di lavoro in modo irreversibilmente più rapido e cruento, fino ad esplodere in ciò che con orrore scoprirete alla fine. Questa escalation dell’insofferenza aveva indubbiamente radici profonde nella selezionatissima clientela che noi ci trovavamo a servire, come efficientissimi paggi medievali alla corte di bifolchi imbellettati. Il nostro senso critico non ci permetteva di essere indifferenti alle migliaia di comportamenti sopra le righe, uscite fuori luogo, espressioni infelici, “una manica de contadì che non te dico”, per lo meno dopo aver studiato a fondo il fenomeno, dopo averlo approcciato in modo rigorosamente scientifico, dopo aver strenuamente tentato di dargli una soluzione quale che fosse e soprattutto dopo essere giunti all’amara conclusione che l’unico modo per arginare il dirompente divulgarsi di questo cancro era esasperare a livelli sconosciuti ed inconoscibili la nostra già altissima e apprezzata professionalità. Ma, nello specifico, è giusto cercare di comprendere il clima di quelle giornate non del tutto spensierate, di quegli istanti passati a chiedersi se davvero tutto questo ci avrebbe elevato, se lo sforzo immane sostenuto per contrastare l’impatto di questo maglio di pervicace ignoranza ci avrebbe reso migliori.
Vi accompagnerò per mano tra le grida di giubilo di commensali che “manco li cà magna cuscì”, tra gli sguardi sottili pieni di giudicante livore di chi “glie pare da esse cazzu”, tra le espressioni altezzose e i nasi arricciati di coloro i quali, nuca indietro e mento infuori, pensano “ma che cazzu stai dicenne?”, neanche troppo velatamente, per approdare infine insieme alla salvifica riva dell’emancipazione, della catarsi, dell’affrancarsi dalla condizione di zerbini incassatori per occupare i più nobili gradini della scala sociale, quelli degli impalatori dell’analfabetismo, degli sterminatori dell’arroganza, dei dittatori dell’equità e della giustizia. Vi porterò dove nessuno vi ha mai condotto: nei luoghi in cui i vostri peccati vengono giudicati e puniti senza attendere giorni di universale giudizio. Perché, in definitiva, “chi vole a Cristo se lu prega”, ma la realtà delle cose è ben diversa.
Atticus Finch

Che darei per tornare a quei tempi.
Un cliente mi domanda: “ma è bono sto pesce fritto?”
Gli frego un calamaro dal piatto direttamente con le mani, lo assaggio ed esclamo: “sci è bono!”
E questo è nulla di ciò che si meritavano “lì contadì cò du sordi” che per pagare 25/30.000 Lire tiravano fuori un rotolo di due tre milioni con banconote accuratamente in fila che sfogliavano una ad una fino ad arrivare ai pezzi più piccoli e e pagarti la cena.
è forte! quelli che tiravano fuori il rotolino di soldi volevano far vedere che ce li avevano ,però era troppo caro!adesso non è pensabile che abbiano il rotolino!!adesso si fermano guardano e si prendono un cartoccio di frittura e vanno sotto la pineta a mangiare!!!