Si può augurare la morte politica a chi amministra contro l’interesse pubblico?

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Foto: Post It Pse

Di Riccardo Marchionni

PORTO SANT’ELPIDIO – Il Comune di Porto Sant’Elpidio non si costituisce parte civile nel processo penale per la mancata bonifica d’ufficio del danno ambientale presente all’ex Fim.

Questa notizia ai più potrebbe non interessare, e forse alcuni non vorrebbero che se ne parlasse, ma in realtà deve interessare tutti noi. In piccolo questa delibera racchiude tutto il malo modo di agire di questa amministrazione comunale, e più o meno ugualmente di almeno le ultime quattro amministrazioni precedenti. Emette un atto evidentemente contro l’interesse pubblico, a favore della propria corporazione, per coprire la mala amministrazione precedentemente messa in atto, basandosi su pretestuosi formalismi burocratici. La pezza è peggio del buco!

La bonifica e la riqualificazione di tutta l’area Fim è la questione più importante per tutti noi. Stiamo parlando di una zona fronte mare, che si colloca perfettamente al centro della città, che poteva essere, e che forse può ancora essere il baricentro del nostro paese.

Ma andiamo alla delibera con cui la Giunta guidata da Nazareno Franchellucci decide di non costituirsi parte civile:

“PREMESSO :

  • che in data 1.12.2015 prot.n. 43665 è stato notificato l’ “avviso di fissazione dell’udienza preliminare” (n. 636/15 mod 20 e n. 3052/14 R.G.N.R.) a carico dei Sig.ri “omissis” con cui il Comune di Porto Sant’Elpidio, nella persona del Sindaco viene dichiarato parte offesa con udienza fissata avanti il Tribunale di Fermo, Ufficio del Giudice per l’udienza preliminare;

  • che agli imputati del presente procedimento sono stati ascritti i seguenti reati: <<del delitto p. e p. dagli artt. 110, 328 comma 2 del codice penale in relazione agli arttt. 242 e 250 del D.Lgs. 3 aprile 2006 n, 152 (T.U. in materia ambientale) per non avere , in concorso tra loro (…) compiuto gli atti del proprio ufficio, come predisposto dal succitato T.U. ambiente (che prevede la bonifica d’ufficio da parte del Comune territorialmente competente (…); segnatamente (…)>>”

“Il Giudice per l’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio degli imputati per i reati loro ascritti”. Il reato a loro ascritto sarebbe quindi l’omissione di atti d’ufficio.

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Il nostro Comune non si sarebbe sostituito al privato inadempiente e non avrebbe effettuato la bonifica dell’area anche se il Testo Unico sugli Enti Locali lo prevede.

Ora gli attuali amministratori, forse per non far sgarbo a chi amministrava al tempo (cioè le stesse forze politiche, e quasi le stesse persone) decide ipocritamente di non costituirsi parte civile, e stabilisce che “qualora dovessero emergere nel corso del giudizio penale de quo eventuali profili di danno cagionato all’ente, ci si riserva di assumere le determinazioni del caso e di procedere di conseguenza in sede civile”. Che senso ha? Sa di presa per i fondelli.

Dopo aver citato eminenti fonti giurisprudenziali che sostengono che l’ente comunale può costituirsi parte civile anche solo per danno all’immagine, decide comunque di non farlo perché non c’è stato il danno patrimoniale. È ovvio che non c’è stato un danno patrimoniale quantificabile, non hanno fatto niente. Invece di procedere alla bonifica d’ufficio come prevede la legge, non l’hanno fatto, non hanno agito affatto. Ci sono anche i danni non economici. Si può credere che una persona sana di mente non veda il danno all’immagine arrecato al nostro Comune a causa della mancata bonifica?

Dalla delibera dello scorso 30 dicembre:

“ACQUISITA la relazione tecnica del Dirigente Area Tecnica Ing. Fabio Alessandrini prot. n. 5359 del 15.02.2016, agli atti, mediante la quale sono stati relazionati i fatti oggetto del procedimento penale, e sono state formulate le seguenti conclusioni <<(…) si può affermare che per quanto di competenza di quest’Ufficio non c’è stato danno patrimoniale, salva la valutazione di eventuali danni di natura non patrimoniale riconducibili al Comune nella sua qualità di Ente esponenziale della comunità locale>>”

Si cita poi l’indirizzo giurisprudenziale in materia di danno ambientale “<<La legittimazione a costituirsi parte civile nei processi per reati ambientali spetta non soltanto al Ministro dell’Ambiente per il risarcimento del danno ambientale ma anche agli enti locali territoriali, i quali deducano di avere subito, per effetto della condotta illecita, un danno diverso da quello ambientale, avente natura anche non patrimoniale>>”

In oltre la delibera cita una sentenza della Cassazione, che per danno non economico intende: “pregiudizi derivanti dalla lesione di diritti della personalità compatibili con l’assenza di fisicità quali il diritto all’esistenza, all’identità, al nome, alla reputazione, all’immagine“.

Alla luce di questo comportamento, si può augurare la morte politica del Sindaco Franchellucci e del modo di amministrare suo e dei suoi predecessori? O si rischia di far levare l’ipocrita coro del politicamente corretto a tutti i costi che si alza da destra a sinistra ogni qual volta qualcuno esce dalle righe?

P.s. gli imputati “omissis” facendo due semplici conti dovrebbero essere l’ex Sindaco Mario Andrenacci e l’ex dirigente ai Lavori Pubblici Stefano Stefoni. Giusto per completezza d’informazione.

Santa Croce, una Contrada Condivisa

Di Riccardo Marchionni

SANT’ELPIDIO A MARE – A pochi minuti dal quartiere Fonte di Mare, tra i fiumi Chienti ed Ete Morto, c’è la Basilica Imperiale di Santa Croce al Chienti. La Basilica e il suo circondario sono state lasciate all’abbandono fino a pochi anni fa. Per far fronte a quest’inaccettabile situazione di degrado è nata un’omonima associazione che opera per il recupero, la tutela e la salvaguardia dell’Abbazia, cercando di favorire gli studi e le ricerche atti a far meglio conoscere la sua storia millenaria e per promuovere l’immagine del territorio allo scopo di rinnovare, tramandandole, le migliori tradizioni storiche, sociali e culturali elpidiensi.

L’Associazione Santa Croce ha così iniziato un lungo e complesso lavoro di pressione a vari livelli per riuscire a trovare i fondi per il recupero e la valorizzazione della Basilica. Il primo successo dell’associazione è stato il riconoscimento del vincolo tutelare della Soprintendenza ai Beni Culturali. Un’altra strada percorsa è stata quella dei soldi pubblici, e con l’aiuto del senatore Luciano Magnalbò, che aveva preso a cuore la questione, sono stati inseriti in un decreto omnibus i soldi necessari al restauro(tre milioni di euro).

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Cos’è la “durata di vita utile del giacimento”? – Un approfondimento sul referendum del 17 Aprile

Di Redazione POST IT PSE – Slides Gian Vittorio Battilà

PORTO SANT’ELPIDIO – Per quelli che non hanno potuto partecipare alla serata informativa della settimana scorsa sul referendum del 17 Aprile, riproponiamo qui sul nostro Blog alcuni dei passaggi più interessanti della conferenza, direttamente dalle parole di uno dei due relatori della serata.

“Andiamo a votare per decidere il destino di impianti già esistenti entro le 12 miglia, i nuovi sarebbero vietati in ogni caso”, esordisce così l’ingegner Gian Vittorio Battilà, che ripercorre la strada delle attuali leggi vigenti e delle prospettive che potrebbero avere origine dall’esito delle votazioni.

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Nella consultazione del 17 Aprile si chiederà agli italiani se vogliono abrogare la parte della “legge di stabilità” che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia, di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

Allo stato attuale, il comma 17 del decreto legislativo 152 stabilisce che sono vietate le «attività di ricerca, di prospezione, nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi» entro le 12 miglia marine dalle coste italiane. Mentre gli impianti già esistenti entro questa fascia, possono continuare la loro attività fino alla data di scadenza della concessione, che su richiesta può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento.

Si tratta quindi di permettere o meno, la prosecuzione delle estrazioni in acque territoriali dagli impianti già esistenti.

Una vittoria del “Sì” obbligherebbe a cessare l’attività di estrazione secondo la scadenza fissata al momento del rilascio delle concessioni, al di là delle condizioni del giacimento. Lo stop quindi non sarebbe immediato, ma arriverebbe nel momento della naturale scadenza dei contratti già stipulati.

Se vince il “No” o non si raggiunge il quorum , le attività di ricerca potrebbero proseguire fino all’esaurimento dei giacimenti.

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A oggi nei mari italiani, entro le 12 miglia, sono presenti 35 concessioni di coltivazione di idrocarburi, di cui tre inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (al largo delle coste abruzzesi), 5 non produttive dal 2015. Le restanti 26 concessioni, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi, sono distribuite tra mar Adriatico, mar Ionio e canale di Sicilia. Di queste, 9 concessioni (per 38 piattaforme) sono scadute o in scadenza ma con proroga già richiesta; le altre 17 concessioni (per 41 piattaforme) scadranno tra il 2017 e il 2027 e in caso di vittoria del Sì arriveranno comunque a naturale scadenza.

“Il referendum avrebbe conseguenze già entro il 2018 per 21 concessioni in totale sulle 31 attive: 7 sono in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata e in Emilia-Romagna, una in Veneto e nelle Marche. Il quesito referendario riguarda anche 9 permessi di ricerca, quattro nell’alto Adriatico, 2 nell’Adriatico centrale davanti alle coste abruzzesi, uno nel mare di Sicilia, tra Pachino e Pozzallo, uno al largo di Pantelleria”.

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Le ventisei concessioni entro le 12 miglia producono il 27% del totale del gas e il 9% del greggio estratti in Italia (il petrolio viene estratto nell’ambito di 4 concessioni dislocate tra Adriatico centrale – di fronte a Marche e Abruzzo – e nel Canale di Sicilia).

La produzione nel 2015 di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc si va a scontrare con  i consumi di petrolio in Italia nel 2014 che sono stati di circa 57,3 milioni di tonnellate. Quindi l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%).

Per il gas, i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale.

“Non si può sempre tirar fuori questa storia del dover comprare petrolio all’estero, dato che l’1% è davvero una miseria – aggiunge Battilà -, la minaccia non tiene. Allo stesso modo, non è vero che passeranno più petroliere, dato che dalla Basilicata sta per arrivare altro petrolio anche da Tempa Rossa.”

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Nel testo si parla di “vita utile del giacimento”, ma cosa vuol dire?   “È una definizione approssimativa – conclude Battilà – soprattutto se l’Ente di controllo non definisce i parametri. Sarebbe stato positivo se qualcuno avesse definito tali parametri in maniera esplicita ed oggettiva; le multinazionali ragionano molto sui numeri e consegnano i resoconti all’Ente di controllo strettamente su quanto richiesto. Non c’è etica definita sul tema, a parte la questione del rispetto delle norme ambientali. Dunque, si lascia nelle mani delle stesse compagnie concessionarie la definizione di fine giacimento.”

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In questa maniera possono continuare ad estrarre con più calma dilazionando lo sfruttamento dei giacimenti, allontanando così i relativi costi di dismissione delle piattaforme. Lo Stato invece, perde il controllo sui termini e sulla certezza della dismissione.

Inoltre, le Royalties basate sulle quantità estratte permettono alle Compagnie di estrarre poco alla volta azzerando le spese di mantenimento(e non facendo incassare nulla all’erario), ma facendo rischiare a noi di non vedere mai la dismissione e la bonifica delle strutture usate per l’estrazione e il trasporto. Ovviamente si va incontro al rischio che queste possano restare a carico dello Stato.

“Questa situazione non creerebbe ne’ garantirebbe gli attuali posti di lavoro, in quanto basta un operatore che osservi l’andamento della produzione minima da remoto. Infine,  chi dice che nell’arco di altri 10 o 20 anni non si acquisiscano tecnologie tali da permettere di andare più in profondità per cercare altro materiale?”.

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Tutta la questione si snoda intorno alle scelte strategiche nel campo delle politiche energetiche. Se parliamo di cifre irrisorie, perché non cominciare proprio da qui, dalle acque territoriali, una campagna di cambiamento del nostro approvvigionamento energetico? Se la fase di transizione sarà lenta, perché non iniziare da subito e in un contesto così favorevole?

Da quello che è emerso negli ultimi giorni riguardo ai rapporti tra il Ministero dello sviluppo economico e le società che girano intorno agli affari petroliferi, abbiamo molto probabilmente la risposta alle nostre domande: il governo è fortemente condizionato dalle richieste delle grandi società, in questo caso dell’energia.

C’è inoltre il problema ambientale che rimane latente. Nelle zone circostanti alle piattaforme estrattive si rileva un inquinamento non indifferente. Per di più, un recente studio finanziato dall’Unione Europea evidenzia che un incidente petrolifero nell’Adriatico avrebbe conseguenze “incalcolabili” per tutto il Mediterraneo.

Durante la serata è stato proiettato un video emblematico riguardo a ciò che può significare un incidente petrolifero. Si tratta dell’incidente verificatosi nel comune di Trecate, in provincia di Novara, nel 1994. Ve lo riproponiamo.

 

 

Puoi scaricare dal link sottostante l’intera presentazione dell’ingegner Battilà.

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