La Bella e la Bestia: storia di un “salvataggio” atipico

Incontri ravvicinati del terzo tipo a Porto Sant’Elpidio. In questa calda giornata di fine giugno, intorno alle sedici, una bagnina, Irina Muriega, è stata protagonista del “salvataggio” di un cinghiale di circa un quintale. L’animale, già deceduto, è stato avvistato dalla bella soccorritrice argentina, all’altezza della zona sud della pineta. Probabilmente annegato e trasportato dalla piena del fiume Chienti, il cinghiale è stato trascinato dalla corrente lungo la costa.

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Il cinghiale pescato in mare

“Quando l’ho avvistato in acqua pensavo fosse un tavolo che galleggiava, così mi sono avvicinata con il pattino e mi sono accorta che era un cinghiale – afferma Irina – in un primo momento non volevo portarlo verso la riva, per tutelare la sicurezza dei bagnanti; così ho cercato di portarlo più a largo e fissarlo con gli ancorotti in mare, aspettando la capitaneria. Ma la corrente lo trascinava verso riva, così, dopo averlo fissato con le corde al pattino, l’ho trasportato verso la costa per poterlo trascinare a riva”. Così è stato. Infatti all’altezza dello chalet Moby Dick, sono arrivati in soccorso il bagnino presente sul posto, Lorenzo Galandrini, e il suo collega di Papillon, che insieme ad altri due uomini, hanno aiutato Irina nel faticoso lavoro.

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La carcassa coperta in attesa dell’arrivo degli specialisti

“Pesava moltissimo, in quattro uomini dalla riva sono riusciti a trascinarlo a fatica, probabilmente per l’acqua ingerita, era gonfio ed aveva soltanto una piccola ferita”. Sul posto è arrivata la polizia municipale, avvertita dai bagnanti, seguiti da una pattuglia dei carabinieri. La carcassa dell’animale è stata ricoperta da un telo in attesa che chi di dovere venga a prelevarla. La procedura prevede che sia l’Asl, già avvertita dalle forze dell’ordine, che a sua volta incarichi una ditta specializzata in questo tipo di “rimozioni”. Nel frattempo è stato vietato ai bagnanti di entrare nelle acque del tratto di mare coinvolto nella vicenda, per una possibile infestazione dovuta al rilascio di batteri dalla carcassa. La capitaneria nella giornata di domani si adopererà di effettuare i prelievi per accertarsi dello stato delle acque.

Una storia a lieto fine. Certo non propriamente una bella immagine per un comune che la scorsa settimana ha inaugurato la Bandiera Blu. Forse sarebbe il caso di attivarsi per trovare nuove soluzioni alle piene del Chienti, con un maggior controllo degli enti competenti  sui detriti trascinati alla foce, prima che questi raggiungano la costa. Le belle bagnine con tanto spirito di servizio, sono più uniche che rare.

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La coraggiosa Irina

Marco Vesperini

Pescato cinghiale in mare a Pse

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Oggi, domenica 30 giugno 2013, intorno alle 16:00 nei pressi dello chalet Moby Dick, è stato avvistato da due bagnini un cinghiale in mare. Subito dopo è stato trainato a riva dai bagnini legandolo per le zampe al pattino di salvataggio. L’animale è un cinghiale femmina adulto, di grossa taglia, ed in evidente rigor mortis. Ancora non si sa come l’animale sia finito in mezzo al mare.

Riccardo Marchionni

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Le domande che dovreste farvi #4

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Episodio 4: Il buio oltre la sala

Ecco. Era questa la melma in cui sguazzavamo. Mattina e sera, senza soluzione di continuità. Difficile credere di poter vivere tutto questo senza esserne segnati. Impensabile non cercare di dare dignità al nostro lavoro. Imperdonabile non provare ad educare una massa informe di consumatori senza il minimo concetto di cosa siano le buone maniere. Noi, animi sensibili, eravamo sconvolti da questa sfida impari che ci si parava contro, ma riuscimmo in qualche modo a capire. Realizzammo che l’unico modo per sconfiggere questa dilagante ignoranza che cercava di fagocitarci era spingere all’apice la nostra professionalità, cancellare le nostre sbavature, eseguire un perfetto servizio di cortesia e affabulazione. In sala, certo, perché nel retrocucina le nostre giovani menti, che rischiavano il collasso, dovevano trovare vendetta.

Ora eccomi qui, dietro le quinte, il mio ruolo in tutto questo era quello di lavapiatti per scelta. Dopo stagioni in sala, a contatto con la clientela, non riuscivo più a tollerare, allora “sai che c’è?” laverò i piatti da solo, io e il lavandino, non voglio contatti umani. Ma, va da se, che vedere il mio socio costretto ad affrontare da solo tutto quello di cui sopra mi fece seriamente preoccupare per la sua salute mentale. Di fatto, le sue interminabili notti, passate di fronte allo specchio a menarsi l’uccello, pensando alle avventrici della spiaggia, di regola consorti di uomini di affari locali, lo deperirono nel fisico. Tanto che lo staff del ristorante, imputando questo suo stato a di lui sorprendenti e misconosciute doti amatorie, con enormi pacche sulle sue fragili spalle esclamavano compiaciuti: “Magnece lo pa’ zì!”.

Mentre l’estate gli vorticava intorno, rapida ed incurante, le sue meningi andavano via via liquefacendosi, il suo sguardo, sempre più fisso nel vuoto, non trovava più il pertugio nel quale infilarsi per scappare da una realtà che lo aveva piegato ed abbrutito. Rimaneva ben poco di quell’aitante giovane pieno di belle speranze, oggetto degli appetiti sessuali delle mantidi elpidiensi. In quei pantaloni neri troppo larghi, in quelle camice bianche svolazzanti come tende su finestre spalancate alla tramontana, la sua freschezza scemava, e somigliava sempre di più ad uomo da marciapiede.

Dovevo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Così tentai di distrarlo, coinvolgendolo in attività ludiche che lo vedevano protagonista di scherzi di un’ilarità strabordante, come riempirgli le scarpe che avrebbe indossato nel dopo lavoro di scarti di pesce o, che so, bersagliarlo con avanzi di cocomero sulla camicia bianca durante il servizio, e via dicendo. Incredibilmente in lui la scintilla si riaccese, si appassionò a tutto questo e sembrò dimenticare i difficili momenti vissuti in sala. Iniziò a rispondere ai miei atti di goliardia con sue personali trovate, che via via si fecero sempre più pesanti: gettare i piatti da lavare direttamente nel secchio dell’immondizia, cospargere il piano di lavoro pulito di olio, sugo e crostacei masticati dai clienti, scagliarmi contro con violenza patate intere, melanzane intere, zucchine intere, buttarmi i piatti puliti nel solito buzzico lercio dell’immondizia, e così via.

Le nostre giornate passavano spensierate, traboccanti di sana gioia e propositivo spirito nel trovare sempre qualcosa di nuovo per compiacere l’amico fraterno. Succedeva però che la quotidianità in sala era sempre la stessa, gli stessi avventori, la stessa maleducazione, la stessa poca stima in noi stessi che ci infondeva il non essere apprezzati per quello che facevamo. Come l’infante che impara dai sui giuochi, così noi fummo illuminati, e capimmo che non c’era altro da fare che unire l’utile al dilettevole, che si sarebbe inevitabilmente trasformato in delittuoso.

Successe naturalmente, senza premeditazione. Un giorno il mio socio, faccia spenta, si presenta da me ad inizio lavoro e m’informa “Ci sta lu solitu testa de cazzu”. Lo vedevo già appassito, disinteressato ad ogni mio tentativo di distogliere la sua attenzione dalla sua condizione penosa.

Non rispondeva alle mie sollecitazioni, appoggiava i piatti sporchi e se ne andava via mesto.

Decisi che era il tempo delle decisioni irrevocabili. Dovevo scuoterlo, fargli capire che la realtà delle cose non finiva in quella stupida sala da pranzo. Dovevo rendermi protagonista di un atto eclatante. Casualmente il socio si affacciò nella mia postazione con in mano un piatto da portata stracolmo di un sugoso primo di pesce. Lo guardai, lo chiamai, gli chiesi: “Per chi d’è sa robba? Per issu?” lui annuì e, con lo sguardo fisso da schizofrenico, capii che aveva già intuito. Gli ordinai: “Venne qua”. Si avvicinò sornione, sempre con gli occhi sgranati fissi su di me, e, in un serafico mistico silenzio, lo guardai anche io e alzai le mani, guantate di gomma sudicia di pattume, come un chirurgo prima di un’operazione. Strizzai gli occhi come un perfetto Eastwood e, con uno scatto da pistolero, intinsi entrambe le mani nel mucchio di spaghetti striscianti. La sorpresa lo colse alla gola insieme all’irrefrenabile ironia, così tanto che per lunghi istanti non riuscì a respirare. Dopo aver dato una bella mescolata anche in fondo dissi: “Vanne, è prontu”. Le lacrime gli ostruivano le orbite ed una risata convulsa gli batteva in petto, riuscì tuttavia a ricomporsi e a servire la specialità.

Da quel fatidico giorno non riuscimmo più a fermarci. Ogni volta che si presentava qualche ospite sgradito la punizione era automatica: con portamento ferale da maggiordomo integerrimo il socio si presentava da me e io, ligio al dovere, correggevo all’aroma di guanto primi, secondi e caffè. Trascorremmo giornate di interminabile giubilo, pieni, finalmente, di gioia per il nostro lavoro e addirittura impazienti che questo avesse inizio. Fino a quando la cosa non ci sfuggì di mano. Il socio, troppo entusiasta per aver finalmente trovato il senso del suo servire, si lasciò andare in atteggiamenti pericolosi che io notai, ma che, mio malgrado, non riuscii a correggere.

Il segno dell’evidente squilibrio lo notai quando lo sorpresi a spazzare il tagliere del pane con l’abominevole scopa utilizzata per ramazzare il circondario. La sua faccia deformata dalla follia mi fissava mentre le sue braccia continuavano ad andare avanti e indietro. L’operazione aveva ormai perso il suo carattere chirurgico per colpire democraticamente o arbitrariamente chiunque. Ma un fatto mi portò a dubitare delle mie azioni, visto che il mio compare criminale era fuori controllo. Quel fatidico giorno si era ormai al dessert e, come capitava quotidianamente, avevamo messo in atto tutte le nostre pratiche di sabotaggio ma io continuavo a scrutarlo, e lo vedevo impaziente e teso, fin poi a sentirlo armeggiare nell’angolo del sorbetto. Allarmato mi avvicinai e ciò che vidi fece vacillare ulteriormente la mia fede nel prossimo: con sforzi da settantenne catarroso, il socio, paonazzo in volto, tirava su col naso e, con roboante fragore, espettorava l’iniquo viscidume nella poltiglia biancastra al limone che continuava a mulinare nella sua sede, mentre con le mani riforniva i fluts del suo personalissimo latte più. Un capogiro mi prese alla testa. Cercai appoggio in quel caos rotolante in cui all’improvviso si era trasformato il retro cucina. Quello che riuscii a dire fu più o meno: “Ma….ma….ma…..ma…..ma…….ma che cazzu fai?”.

Il socio, in preda a convulsioni e manie di onnipotenza, rideva a bocca spalancata che potevo chiaramente vedere il suo esofago. Imperturbabile, dispose i bicchieri sul vassoio e si avviò, mentre io indietreggiavo inorridito. Rimasi così, immobile, solo, roso dal colossale senso di colpa per aver liberato un mostro dalla sua gabbia. Fino a che nel mio campo visivo apparve candida e giuliva la cuoca che, con passettini misurati, si avvicinava al fetido strumento di morte dove galleggiava pericolosamente inerme il denso abominio. La glottide mi si bloccò di traverso in gola. Non riuscivo più ad associare i pensieri, a dare loro una linearità di causa ed effetto. Pietrificato, sapevo di non poter dire nulla. Di non poter fare alcunché per cambiare il corso degli eventi. Infatti ciò che vidi fu la donna afferrare un bicchiere, posarlo sotto al beccuccio della macchina, aprire il rubinetto, riempire per tre quarti il vitreo recipiente e, nella calura estiva, ingollare il vischioso agrume miscelato con i fluidi corporei del socio impazzito e compiaciuta esclamare un “ahhhhhhhhhh!” di rinfrancante godimento. Gli istanti successivi mi videro, attanagliato da conati, lanciarmi verso il bagno dove, abbracciato il water, vomitai copioso il pranzo, la colazione e la cena della sera prima. Ormai svuotato mi ricomposi e con occhi orribilmente rossi e gonfi tornai sul luogo del delitto, dove vidi il boia, l’impalatore, lo sterminatore del dessert refrigerante, immobile sulla soglia della cucina, da dove aveva seguito tutta la scena, e la sua faccia allampanata mi diede l’esatta misura della sua follia: l’ignominia di cui era stato artefice e la mostruosità che si era succeduta sotto i nostri occhi inermi aveva provocato al socio un coito, un eiaculatio precox, si era venuto nei pantaloni in un’orrenda macchia di viscido liquame spermatico.

Questo è quanto volevo raccontare. Giudicate voi l’accaduto, liberi da ogni pregiudizio. Ognuno di noi, più volte nella vita, è stato avventore di un ristorante, se sgarbato o rispettoso questo solo voi, nel profondo, potete saperlo. Forse non tutti abbiamo vissuto la stessa situazione dalla parte di chi serve, di chi cucina, di chi ci permette di passare dei momenti di relax lontani dalla routine quotidiana. La sola cosa che probabilmente c’è da imparare da tutto questo è che la priorità è il rispetto verso il prossimo, e che qualora decidessimo di assurgere a giudice e boia nei confronti di chi maleducatamente sbaglia, dovremmo aver fin dall’inizio chiaro in testa che le nostre successive azioni, guidate dal nostro insindacabile giudizio, potrebbero essere miopi, colpire degli innocenti e ritorcersi contro di noi nei secoli a venire.

Atticus Finch

 P.S. ” Jean Louise Finch alzati in piedi. Sta passando tuo padre.”

Perticarini critica Franchellucci sul commercio

Franchellucci in campagna elettorale aveva incontrato i commercianti del nord promettendo l’opposto di quello che sta accadendo oggi. Un mercato di 12 bancarelle (tra cui espositori cinesi e di altre nazionalità che nulla c’entrano con il commercio locale) di domenica su un suolo dove ci sono parcheggi a pagamento togliendo soldi alla pubblica utilità, e posti auto ai cittadini e turisti che vogliono trascorrere la giornata al mare, penalizzando così i commercianti della zona. Sono allibito nel vedere che ancora una volta il commercio locale venga penalizzato. Considerato che il sindaco ha deciso di tenere per se la delega al commercio e visto che i commercianti del nord sono giustamente indignati per la mancanza di tutela da parte dell’amministrazione chiediamo che venga fatto subito un incontro tra i commercianti del nord e il sindaco per togliere subito questo mercato inutile della domenica e che attui subito il piano per il commercio coordinato con tutti i commercianti della città per favorire il commercio locale ed evitare quanto accaduto fino ad oggi.
Giacomo Perticarini
Capogruppo lista civica L’Alternativa

I commenti di due capigruppo dell’opposizione sulla “squadra Franchellucci”

“È dura commentare a caldo la giunta, a me sembra una cosa folle, non sembra vero.” Sono le parole di Roberto Cerquozzi del movimento 5 stelle. “Dopo tutto quello che è stato detto in campagna elettorale: novità, cambiamento ecc, sembra una notizia di satira. È una vergogna, stiamo partendo proprio male.” E continua spiegando come avrebbero agito loro: “Io avrei fatto una squadra di quattro assessori così composta: sociale, sport e cultura; uno con turismo, commercio, pesca e agricoltura; Bilancio, trasparenza, semplificazione e connettività; ed uno con urbanistica, ambiente, rifiuti e lavori pubblici.” Continua dicendo che avrebbe dato “alcune deleghe ai consiglieri comunali, ed eventualmente avremmo creato un supporto all’assessore ai lavori pubblici e urbanistica con un tecnico o addirittura con la commissione urbanistica. In casi eccezionali, per snellire il pesante lavoro di assessorati così ampi in particolari momenti avremmo pensato ad un quinto assessorato solo commercio, solo sociale o solo lavori pubblici.”

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Andrea Putzu usa parole eloquenti. “Una giunta scelta con metodi vecchio stile”. E ancora. “Mi fa piacere che il sindaco ha copiato la mia proposta di nominare consiglieri comunali con delega m quando si copia a volte si rischia di sbagliare. Il Pd con urbanistica e grandi infrastrutture vuole tenere ancora il controllo della città pur nominando la Pasquali che non ha competenze in merito e togliendole la cultura dove lei è competente”. Implacabile, il consigliere di Fratelli d’Italia. “L’assessorato al nulla e’ stato preso da Vallesi che oltre alla delega alla Polizia Locale (questione seria dove andava messa questione capace e competente), gli ha affidato l’agenda digitale (penso si tratti dell’agenda del sindaco…), la partecipazione e la semplificazione”. E poi ancora. “Per quanto riguarda il sindaco che ha deleghe come commercio, le grandi infrastrutture e il sociale dimostra di non reputare competenti nessuno sul sociale e commercio. Ovviamente i commercianti di Porto Sant’Elpidio sapranno con chi prendersela da oggi in poi se il commercio cittadino non decollerà e il sindaco non avrà scusanti”.

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Parole dure da due dei capigruppo dell’opposizione. Eppure il sindaco aveva voluto condividere la scelta della giunta, ascoltando prima i consiglieri non appartenenti alla maggioranza. Rimane ancora una figura da scegliere: il presidente del Consiglio comunale. Franchellucci farà una manovra inconsueta dandolo all’opposizione oppure la scelta ricadrà su uno dei vari nomi circolati in questi giorni?

                                                                                                                        Marco Vesperini

Le domande che dovreste farvi #3

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Episodio 3: Intraprendenti Imprenditori

In quegli anni un altro diffusissimo esemplare della fauna locale era il piccolo imprenditore calzaturiero, folgorato sulla via di Pietroburgo dai narco dollari della casa Russia che, come un fiume in piena, invasero la costa, desiderosi quanto mai prima di fare il pieno di stivali, stivaletti, polacchetti, chanel, sandali “co li strasse”, e comunque di tutto ciò in cui la manifattura del luogo riusciva a trasformare la pelle. La costante di questi acquirenti ex kgb era di avere al seguito uno stuolo così nutrito di eleganti bellezze dell’est che gli sprovveduti elpidiensi non potevano non esclamare “Ma quanta fica ci sta in Russia!?”.

Si sa, gli italiani sono i migliori amanti del globo terraqueo, il loro debole per il sesso femminile va oltre l’effimero concetto di volontà, sgretola come un muro fatto di argilla l’insignificante valore della dignità. Non parliamo nemmeno di quella sciocchezza da froci che è l’istituzione del matrimonio e diciamo a chiare lettere che l’esemplare elpidiense di stilista della calzatura, imprenditore di se stesso, forgiatore del gusto mondiale, scopritore delle mode e dei momenti, insomma questo essere mistico metà forma e metà “curtellu” ha più fascino da solo di tutta la cavalleria pesante di Gengis Khan, è lo stallone da monta che nessun cosacco è mai riuscito a selezionare tra i sui rozzi cavalli del don, è miele per le api e ape per i mieli e merda per le mosche. E’, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’oggetto del desiderio più ambito dal genere femminile di tutto il mondo animale. Era quindi ovvio che le apparentemente frigide bellezze lituane, ucraine e siberiane si sciogliessero di fronte a cotanto sfoggio di prorompente sessualità ed evaporassero come un calippo al sole d’agosto. Queste donne, a detta di molti le più belle della terra, perdevano ogni freno inibitorio e lasciavano il loro destino nelle mani di questi condottieri in spinzer, supplicandoli fino ad inginocchiarsi e reclinare il capo in avanti come peccatori penitenti, anche se il più delle volte erano troppo vicine all’inguine del tombeur de femme, e le mani non giunte, ma a tener su i di lui glutei, che tutto sembravano tranne che pentite di qualcosa. Dicevamo, supplicandoli di portarle a pranzo per continuare a pasteggiare con dei pesci, stavolta morti.

Bèh lo spettacolo, che ve lo dico a fare, era vedere arrivare questi uomini di mezza età, dal profilo greco, calzanti camice bianche allacciate quel tanto da lasciare che il petto rigonfio mostrasse fiero la sua flora, sulla quale spesso scintillava un crocefisso d’oro, probabilmente regalo della comunione, superare la porta d’ingresso con falcate da saltatore triplo e col capo e il sopracciglio sinistro “accennà lu nove” in direzione dell’eterea bellezza che lo seguiva su tacchi cento, gonna bianca a ginocchio, perizoma, camicia candida senza maniche, colletto alto e bottoni che tentavano di contenere una quarta abbondante.

C’è da dire che i pallidi uomini di successo della finanza locale, di cui sopra, all’arrivo di queste mastodontiche pertiche succhiacazzi avvertivano una scossa lungo la colonna vertebrale di potenze oltre i tre chilowatt standard, e di colpo la loro attenzione tornava fervida e, quando non conoscevano il cavaliere che la accompagnava e lo salutavano come un massone saluta un altro massone, iniziavano ad ammiccare in direzione della madonna ortodossa con risolini languidi e occhiatine bagnate come se fossero novelli Johnny Strabler, nei loro stomaci dilatati, nelle loro occhiaie cadenti e nelle feroci stempiature. Il gallo cedrone, sprezzante e disincantato, superava gli astanti con le lingue all’infuori gocciolanti e, rivolto al mio socio che li accoglieva col solito raggiante “Buongiorno”, chiedeva con tono di sfida “Qualu d’è lu tavulu?”, e lui “Prego seguitemi, è questo vicino alla vetrata, come aveva chiesto il signore”, e l’altro “Brau, addè vamme a chiamà —— e levete de li coglioni”, e lui “Subito signore!”.

Mentre il cameriere lasciava il tavolo per avvertire il titolare dell’arrivo della strana coppia, come gli era stato garbatamente chiesto, non poteva non essere notato il sorriso complice e l’occhiata vellutata che la damigella moscovita produceva nella sua direzione, cioè verso l’unico maschio sessualmente attivo della sala, in mezzo ad una selva di prostate ammuffite e da rottamare. Fatto sta che, dopo i convenevoli rituali, l’ordinazione veniva presa: “Cosa prendete?”, “Portece… portece tutto”, “Subito!”, “E da bere?”, “Ce l’hai lo greco de tufo? E lo degu…degusss….degussssttt…..comme cazzacciu se chiama?!”, “Gewurztraminer” , “E’ è è è là robba llà, bè io che so ditto? Non fa tanto lu sverdu”, “No signore”, “Vanne và”. Tutto nella norma.

 La cosa davvero incredibile e per cui valeva la pena essere lì in quel momento era un’altra. Avete mai visto una donna russa mangiare pesce? Signori, quei lineamenti così delicati su quella pallida pelle di porcellana alla prima portata del primo antipasto rompevano gli argini e si distorcevano orribilmente, slogando le articolazioni delle mascelle per ingollare più cibo possibile, o cibo più grosso come i pitoni. Le mani curate, abituate a stringere ma non così forte e a prodursi in movimenti verticali ascendenti e discendenti dalla costante velocità, roteavano vorticosamente per accaparrarsi tutto ciò che veniva lasciato sul tavolo, mentre al posto degli ipnotici occhi verdi comparivano delle orride palle nere che roteavano all’indietro ad ogni boccone. Questo era il ritmo del pasto. Di tutto il pasto. Un prova olimpionica di ingozzamento, dall’insalata di seppie al sorbetto al limone. Ad ogni nuova portata il campione di fascino conquistatore delle terre dell’est non era più tanto sicuro di sè, così, nettandosi discretamente col tovagliolo il sudore che lo imperlava tutto,  si vedeva costretto ad esclamare all’indirizzo di un incolpevole cameriere: “Un corbu se magna quessa!”.

Il momento solenne, l’apice, l’apoteosi della schifezza, era l’istante di pagare il luculliano pasto. I due si alzavano, lei impeccabilmente bbona come prima di sedersi, nonostante aver ingollato i quantitativi di plancton del pasto di una megattera adulta, lui madido, ascella pezzata, fascino e sfrontatezza iniziali lasciati morti sulla sedia, si avvicinavano al titolare che chiedeva cortese: “Fattura o ricevuta?”, e il gringo “Non me fa un cazzu dagghie. Leeme checcò. Quanto sciupo?”. L’oste, dopo algoritmi indecifrabili, snocciolava una cifra che avrebbe dovuto prevedere per legge un leasing per essere saldata ed infatti lo stupore del casanova della zona industriale non si faceva attendere: “Che!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!!?!?!?!?!?!? Ma che madonna dici? Che cazzu so rotto? Non è possibbile…….dagghie rcontrolla mpò porco —“, e rivolto ad Anal Vaginova “E tu che cazzu rridi? Co tutto quello che te si magnato minimo lu culu me devi dà”, e lei girando nervosamente il collo a destra e a sinistra come un canarino biondo “Culo? Che culo? Cosa dici culo tu?!”, “E’ culu culu…… dopo te lo spiego io che dico, lascia perde”. Il conto purtroppo si rivelava esatto, con mille arzigogoli veniva riproposto tale e quale e inevitabilmente: “Ma tu pensa porcaccia la ——-…..e questa rride…..che cazzu glie ne freca a essa….te piace lo pesce è? …In babbuasia da vogliatri magnarete na ota a lu mese… Sci sci parla ciargianese, ma chi te capisce…E rride…..senti fa na cosa tu, pigghiete sti sordi ma damme na vuttiglia de checcò… mettemela su llu tavulu llà ffò….che addè la faccio mbriacà po glie la daco na bbella torta d’osse… guarda và…guarda che culu che porta…..e glirete fatte vede………….”.

E questo era l’esempio che va moltiplicato per cento. Il momento più difficile del servizio però era la tavolata di calzaturieri, le cene di fabbrica, le ammorbanti riunioni di uomini chiusi per giorni, mesi, anni in scatoloni di calcestruzzo a correre dietro carrelli verdi stracolmi di puntali, suole, pezzi forti, tomaie, forme da bollare, masticiare, lucidare, scatolare e infine spedire e vendere. Uomini votati al comune intento del profitto collettivo, dediti al sacrificio, lavoratori ignoranti e impresentabili che creavano l’oggetto del desiderio di milioni di fashion victims: la scarpa, consacrata sull’altare della moda, prodotto che non conosce crisi, gallina dalle uova d’oro, mezzo per guadagni milionari e per vite da nababbi, da lasciar fare oggi a cinesi clandestini…Ma insomma, non starò qui ad ammorbarvi con le cronache di questi caotici convivi, basterà riportare le espressioni di questi campioni del sacrificio, liberi dalle incombenze lavorative, per farvi un’idea :

“Ciao bonasera ciao bonasera ciao bonasera, do stemo?…ecco?….ao ———– venne quà mettete a capotavola dagghie”

“O vellu portece mmoccò de vì”

“Non cumincià ——— du vecchiè e po mattegghi”

“Capo capo capo capo capo capo capo! Ragazzo ragazzo ragazzo ragazzo ragazzo! Ao ao ao ao ao ao ao ao ao ao! Giovane giovane giovane giovane giovane! CAMERIERE PORCO —!

“Chi è nato a gennaio si alzi si alzi chi è nato a gennaio si alzi in piè!!!!!!!!”

“Li scampi portece li scampi zi! Ao sente se d’è bboni sti scampi!”

“Chi è nato a febbraio si alzi si alzi chi è nato a febbraio si alzi in piè!”

“Jemo? Dagghie jemo là lu cessu. Ce l’hai le sigherette? Dagghie jemo!”

“Fumemo coso? Na marlborina è? Jemo jemo”

“Chi è nato a marzo si alzi si alzi chi è nato a marzo………..”

“Ao senti stu arrostu! a me a me n’atru scampu zi porta ecco!”

“Un brindisi, facemo un brindisi! Tutti in piedi ragazzi! Grazie ———- pe la cena!!!!! Per ——— ipppippurrà!!!!!!!”

“Chi è nato aaaaaaaaaaprile si alzi si alzi chi è…………….”

“Ao jemo? Ce l’hai? Jemo jemo”

“Lo vì, mostro, portece lo vì! Ecco è finito zi! Po a d’è callo so vì, non te lo paghemo sà!”

“Chi è nato a maggio si alzi si alzi chi è nato…………….”

“Lo caffè! Chi pigghia lo caffè? Ao lo caffè lo caffè lo caffèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè!”

“Fumemo zi? Dopo lo caffè? Sci zi dopo lo caffè ce ccimemo!”

“Ao vanne là lu cessu dagghie sta pronta vanne”

“Chi è nato a giugno si alzi si alzi chi è………”

“Sorbetto? Sorbetto pe tutti!!!! Sorbetto pe tutti pe tutti pe tuttiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!”

“Chi è nato a luglio si alzi si alzi chi è nato a …….”

“Io lo caffè lo piglio a bancò”

“Ao ma chi ci sta dentro stu cessu, è sempre chiuso porco —“

“Mostro me fai un caffè, un bicchiere d’acqua gassata e na sambuca con ghiaccio” “L’acqua è rimasta solo naturale”, momenti di imbarazzato silenzio……. “Liscia? Lo sai che a bè l’acqua liscia è comme leccà la fica co le mutanne?”

“Chi è nato aaaaaaaaagosto si alzi si alzi chi èèèèèèè…….”.

Avete, ora, una minima idea delle dimensioni dell’Orrore?

                                                                                                                           Atticus Finch

Fonte immagine: http://elladrondebicicletas.files.wordpress.com/2011/08/sorpasso2.jpg

La “giunta Franchellucci”

Ecco a voi la giunta che governerà Porto Sant’Elpidio per i prossimi cinque anni: Annalinda Pasquali urbanistica, politiche giovanili e scolastiche. Milena Sebastiani turismo e sport. Monica Leoni bilancio, cultura e rapporti con i quartieri. Carlo Vallesi semplificazione, partecipazione, agenda digitale e polizia municipale. Daniele Scotucci vice sindaco, lavori pubblici e ambiente. Il sindaco Nazareno Franchellucci tiene per se le deleghe alle grandi opere, servizi sociali e commercio.

A Franchellucci si sono allineati proficuamente alcuni pianeti. Con la provvidenziale dimissione di Vallesi Renato si è liberato un posto da assessore in provincia dove piazzare Rosanna Vittori, molto vicina a Petrini, che la voleva come assessore ai servizi sociali di Pse. Il sacrificio di Vallesi padre inoltre, spiana la strada dell’assessorato a Vallesi figlio. E qui entra in causa il vicesindaco Daniele Scotucci, che all’inizio della campagna elettorale, durante il freddo febbraio, dichiarava che avrebbe fatto “un macello al prossimo incarico dato a Vallesi”. Vale solo per Vallesi Renato o anche per Vallesi Carlo?

Daniele Stacchietti invece, che sembrava da tempo destinato ai lavori pubblici è rimasto a bocca asciutta. Franchellucci ha dovuto rinunciare a piazzare un suo uomo di fiducia, per sbrogliare la matassa della sua coalizione e delle richieste pressanti dei capi delle liste che lo hanno sostenuto.

Vitaliano Romitelli è stato avvistato a macinare chilometri in macchina per le vie del centro, in attesa che gli vengano riconosciuti i 334 voti che ha preso, che l’hanno reso il secondo candidato consigliere più votato. Lui, si sa, ambisce al posto di presidente del consiglio comunale, ma sono in molti a bramarlo adesso. Cercando di superare le polemiche uscite in campagna elettorale, dobbiamo riflettere sull’opportunità di riconoscere al secondo più votato un ruolo di qualche tipo, e se non verrà fatto, bisognerà spiegarne il perché.

Chi esce a testa alta, vincitore, è sicuramente Scotucci e la lista “Patti chiari per il cambiamento”, che grazie anche al fortunato posizionamento sulla scheda elettorale, è la seconda lista della coalizione ed ora può pretendere tanto dal sindaco, anche il presidente del consiglio comunale a quanto pare. Certo è, che passare da “disturbatore della coalizione che rischiava ogni giorno di essere cacciato” a vicesindaco, è proprio un bel salto di qualità per Scotucci.

Alla luce di tutto ciò, sorgono spontanee alcune domande.

Come mai la votatissima Pasquali non è stata riconfermata alla cultura? Con quale criterio le è stata affidata l’urbanistica? Perché la cultura è stata accorpata al bilancio?

Come mai la delega al commercio l’ha tenuta il sindaco e non è stata accorpata con turismo e sport? Qualche problema di conflitto d’interesse?

L’assessorato di Vallesi è molto singolare(per usare un eufemismo), ha l’aria di un assessorato ad personam, creato soltanto per affidargli un incarico. Praticamente, a che serve?

Durante la campagna elettorale il “sociale” è stato sulla bocca di tutti, in particolare di Franchellucci. I servizi sociali non meritavano un assessorato a parte?

Ciò che viene fuori dalla composizione di questa giunta è un qualcosa di molto confusionario. I ruoli non sono ben definiti, le competenze non sembra siano state prese in considerazione per l’assegnazione di tutti gli incarichi. Sembra un’accozzaglia indefinita di contentini post-elettorali. Non dubito che il lavoro di mediatore in una coalizione così larga come quella di Franchellucci sia molto difficile, ma una giunta così pazza non poteva venir fuori neanche dalla mente malata dei nostri autori satirici.

Prima impressione sulla giunta: pessima. Speriamo di ricrederci osservandone l’operato.

Riccardo Marchionni

Comunicato stampa di Perticarini. Altre critiche alla Sebastiani

Siamo sempre alle solite…il lupo perde il pelo ma non il vizio!!

Stiamo assistendo in questi giorni al preludio di quello che ci attende nei prossimi mesi, il caos. Milena Sebastiani, vera vincitrice di tutte le elezioni, ha fatto, continua a fare e farà tutto quello che vuole indisturbata da tutti, fino alle prossime elezioni regionali, vero e unico obiettivo della signora….altrimenti come piu volte ribadito non si spiega tutta questa voglia di apparire, quando non si è nemmeno assessori, e si organizzano Feste, che sono il vero obiettivo programmatico del Sindaco Franchellucci, ma nella foga del fare, si fa un manifesto raffazzonato, dove nemmeno tutti gli sport sono raffigurati, ma ancor più sconosciuto è quanto ci costano tutti questi eventi, visto che non ci sono tracce, da nessuna parte, credo che il costo zero, sia morto da tempo .

Non bastasse questo assopiamo al walzer dei Vallesi dalla provincia al comune, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia sempre un Vallesi c’è non importa se è il padre o il figlio, ovviamente nobile è stato il padre nel lasciare l’assessorato in provincia per il suo giovane pargolo. Ovviamente tutto questo lascia una casella aperta, che il buon Petrini non può che non coprire con la sua sempre verde fedelissima Vittori, che scalpitava già in citta per una riconoscenza.

Ma la vera sorpresa, la vera sconfitta è stata la Pasquali, la piu votata e la più bocciata!! Per lei si profila un cambio, dalla cultura ai servizi sociali!!
Ma come non aveva fatto tanto bene, perche non riconfermarla, forse ostica a qualche direttore artistico…

E poi c’è sempre lui, Mister posto sicuro, vitaliano Romitelli , al quale non interessa il ruolo, basta che sia a gettone altrimenti rompe tutto e scappa via, bisogna dargli la presidenza, chi meglio di lui!!

Caro sindaco, avrai pure la macchina accesa, ma ancora non hai capito come si mette la marcia, perdi tempo dietro a tutti e non guardi la città!

Giacomo Perticarini
Capogruppo lista civica L’Alternativa

Comunicato di Franchellucci, la biblioteca comunale “Carlo Cuini” ancora più telematica ed efficiente

Anche la biblioteca “Carlo Cuini” di Porto Sant’Elpidio facente parte del Sistema Interprovinciale Piceno approda al WEB 2.0.

Il prossimo venerdì 21 giugno è, infatti,  il giorno di un nuovo traguardo.

Collegandosi al sito www.bibliosip.it e cliccando su Catalogo 2.0 si entrerà nell’ultima   applicazione messa a disposizione dal SIP.

Un’interfaccia semplice ed accattivante dove l’utente registrandosi con il codice e la pw forniti dalla sua biblioteca di riferimento, può, oltre che usufruire dei servizi “classici” disponibili da molti anni (prenotazione, richiesta di prestito, suggerimenti d’acquisto, situazione lettore), votare e commentare i documenti del catalogo, salvare ricerche e creare bibliografie personalizzate sul suo argomento preferito, condividerle con gli amici o con “tutti” automaticamente in Facebook e Twitter.

Ed anche prendere in prestito e scaricare ebook, ascoltare musica, crearsi un’edicola personalizzata, accedere a  video e filmati.

Tutto ciò ancora una volta gratuitamente.

Collaborativa, aperta, con SebinaYOU la biblioteca inaugura un nuovo rapporto con gli utenti e si presenta con servizi in linea e con le opportunità offerte dalle tecnologie di ultima generazione: lo scaffale virtuale permette di “vedere” i libri con le loro copertine esattamente come se si fosse davanti allo scaffale, di scegliere quelli di maggior interesse e di chiederli in prestito. Ci sono i consigli di lettura, bibliografie a tema, la top ten in evidenza, le novità in biblioteca e tanto altro.

“In questi anni – afferma il Sindaco Franchellucci – si è assistito ad una continua evoluzione dei servizi offerti al cittadino. A Porto Sant’Elpidio sono circa 1.650 gli utenti registrati che usufruiscono quotidianamente dei servizi messi a disposizione: consultazione in sede di libri e giornali, prestito domiciliare, consultazione internet, prestito interbibliotecario e document delivery, questi  ultimi due particolarmente cari a studenti e ricercatori. Si ha infatti la possibilità, a km 0 ed a costo zero, di ricevere libri e digitalizzazioni di parti di articoli e saggi da biblioteche anche molto lontane. Con questo nuovo servizio l’utente sarà ancor più  al centro della vita della biblioteca ed in ognuna di esse i bibliotecari sapranno accompagnarlo in questo amichevole percorso nel mondo dello studio e dell’informazione”.

La biblioteca di Porto Sant’Elpidio è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 15,30 alle 19,30 mentre il sabato dalle 9 alle 13. Questi i recapiti tel. 0734/908311 fax 0734/908322 E-mail psebiblioteca@elpinet.it  URL: www.elpinet.it

La biblioteca offre i seguenti servizi:  4 postazioni internet, Sala Audio-Video con videoteca di Film, Documentari e Cartoni animati, Riproduzioni e fornitura documenti,  Prestito interbibliotecario. Il patrimonio librario posseduto ammonta a circa 10 mila volumi.

Flavio Oreglio, la vera storia del cabaret

Un’informale Flavio Oreglio quello che nella giornata di ieri è stato partecipe, presso il palazzo del Municipio, dell’iniziativa della Controra di Musicultura: “La vera storia del cabaret”. Il libro, pubblicato a fine 2012 da Garzanti, scritto insieme a Giangilberto Monti, che narra la cronistoria del cabaret, della sua nascita e dell’approdo nel Bel Paese.

“L’idea a cui viene associato il termine cabaret in Italia è sbagliata. Si pensa che sia valida l’equazione cabaret = comicità. La comicità è un concetto molto ampio e sicuramente una parte di essa (soprattutto quella di stampo satirico-umoristico) passa anche attraverso il cabaret, ma credere che tutta la comicità sia cabaret è come pensare che tutto ciò che si mangia sia caviale. Quello che viene propinato è varietà, avanspettacolo e animazione da villaggio generi di tutto rispetto (se fatti bene) ma che assolutamente non hanno niente a che fare con il cabaret che è  fatto si di satira e umorismo, come già detto, ma anche e soprattutto di poesia e canzone d’autore”. Un percorso di vita, di storie vissute tra le due sponde della Senna, ma anche, e soprattutto, della svolta italiana dei futuristi, del genio-folle degli artisti italiani del periodo postbellico.

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Partiamo dall’inizio. Dall’incontro tra un giornalista, poeta, Émile Goudeau, e un pittore scapestrato, Rodolphe Salis. Siamo nella Parigi del XIX secolo, in piena Belle Époque, i caf’conc o cafè chantant (spettacoli di piccole rappresentazioni teatrali e arte varia, durante i quali si beveva e mangiava) sono al massimo splendore. Goudeau era il leader degli Hydropahtes (colui che l’acqua rende malato) uno dei più noti circoli letterari parigini, contava più di settanta membri che si esibivano declamando poesie e testi di prosa. Salis invece, capendo di essere poco avvezzo alla pittura, si reinventa imprenditore e decide di aprire un locale, che diventerà famoso come Le Chat Noir. Infatti, il nostro sfigatissimo artista, era un frequentatore dell’ambiente impressionista e il suo locale, aperto a pochi passi da quello arredato proprio degli impressionisti, sfoggiava la stessa visione stilistica. Ma Salis voleva di più, qualcosa di innovativo, e reclutò l’intera compagnia degli Idropatici. Fu lui l’inventore del Cabret, dove vi racchiuse: poesia, satira, nuovi linguaggi e musica d’autore.

“Una differenza abissale tra la satira e il varietà, era che quest’ultima nasce sotto il controllo della polizia, un’arma distrazione di massa, doveva far ridere in poco tempo senza che avvenisse nessuna riflessione nel singolo – afferma Oreglio e continua – In Italia parallelamente avevamo avuto una buona idea con il movimento della Scapigliatura, ma come spesso accade nel nostro paese, non ci siamo presi sul serio”. Il più grande fallimento italiano, secondo il cabarettista, è stato il Futurismo. Perché fu Filippo Tomasso Marinetti, leader dei futuristi, il nostro Salis. Anche se quest’ultimi si rifanno al varietà rispetto al cabaret, lo stravolgono, apportando profonde modifiche e lo fanno diventare teatro futurista, con elementi molto simili al cabaret.

Durante il fascismo (il quale come il nazismo e altre dittatura, censuravano il cabaret ed esaltavano il varietà) Mussolini propose ai teatri di diventare cinematografi. Cosi che chi non accettò tale proposta si ritrovò a combattere la concorrenza delle pellicole. Le compagnie teatrali più facoltose portarono il varietà all’eccesso, creando la rivista, un modello sontuoso e stupefacente del predecessore. Mentre le compagnie povere seguirono il percorso opposto, spostandosi verso il minimalismo, crearono quello che verrà poi chiamato avanspettacolo (genere di pochi minuti dove i comici intrattenevano il pubblico prima dell’esposizione cinematografica). Di questa scuola faranno parte Totò, Sordi, Magnani ecc. Nel periodo postbellico invece, a Roma, Franca Valeri (ospite domenica a Macerata), Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli, reintroducono il cabaret con il teatro dei Gobbi, con testi surreali per lo più fuoriusciti dalla mente geniale dell’artista romana. Parallelamente, a Milano, presso il Piccolo Teatro, il gruppo Fò, Durano, Parenti, portano avanti la loro idea di teatro e cabaret con spettacoli visionari come Dito nell’occhio e Sani da legare. Anche Genova è foriera di artisti, laboratorio di sperimentazione, come il locale Borsa di Arlecchino, dove si esibivano Paolo Villaggio, Fabrizio De André e Carmelo Bene.

“Il mito del Derby Club dei primi anni settanta, che assurge a locale simbolo del cabaret italiano, va un pó smitizzato perché ha passato dei periodi ambigui alternando direttori che hanno fatto varietà e direttori che hanno fatto cabaret. Questo fino alla fine degli anni sessanta, quando Enzo Jannacci entrò nel Derby con il “Gruppo Motore”, Cochi e Renato, Lino Toffolo, Felice Andreasi. Questa – continua Oreglio – è l’ultima generazione, che in quegli anni faceva ancora cabaret. Poi si è passati, sempre al derby ad un altro tipo di comicità, quasi identica al varietà”. Complice anche il cambiamento culturale dell’epoca e l’esplosione delle televisioni commerciali che puntavano a fare business con la comicità. L’esempio più lampante è la trasmissione Drive In; ed è proprio questo tipo di varietà che distorce il pensiero comune per cui questo tipo di comicità sia cabaret. “Abbiamo la distruzione della semantica. Quando una trasmissione ha una durata lunga nel tempo, ad esempio vent’anni, significa che non da fastidio a nessuno, mentre il cabaret è una denuncia al potere e alla società. Da questo punto di vista anche Zelig, trasmissione alla quale io ho partecipato fino al 2005, era nata sotto questo segno, denunciare il sistema. All’inizio ci è riuscita, anche nei primi anni di televisione, quando ancora era in seconda serata. Poi c’è stato il passaggio alla prima serata, cercando di fare una comicità per famiglie, e in Italia questo significa la fine del cabaret, perché si innesca una censura indiretta che passa sotto la forma del seguente trucco: questa cosa non funziona, io non la farei. Facendo passare la censura per controllo o sottolineatura artistica. Per questo ho lasciato Zelig, che si è rivelato un altro buco nell’acqua, venendo meno alla sua intenzione iniziale”.

                                                                                                                        Marco Vesperini