La “giunta Franchellucci”

Ecco a voi la giunta che governerà Porto Sant’Elpidio per i prossimi cinque anni: Annalinda Pasquali urbanistica, politiche giovanili e scolastiche. Milena Sebastiani turismo e sport. Monica Leoni bilancio, cultura e rapporti con i quartieri. Carlo Vallesi semplificazione, partecipazione, agenda digitale e polizia municipale. Daniele Scotucci vice sindaco, lavori pubblici e ambiente. Il sindaco Nazareno Franchellucci tiene per se le deleghe alle grandi opere, servizi sociali e commercio.

A Franchellucci si sono allineati proficuamente alcuni pianeti. Con la provvidenziale dimissione di Vallesi Renato si è liberato un posto da assessore in provincia dove piazzare Rosanna Vittori, molto vicina a Petrini, che la voleva come assessore ai servizi sociali di Pse. Il sacrificio di Vallesi padre inoltre, spiana la strada dell’assessorato a Vallesi figlio. E qui entra in causa il vicesindaco Daniele Scotucci, che all’inizio della campagna elettorale, durante il freddo febbraio, dichiarava che avrebbe fatto “un macello al prossimo incarico dato a Vallesi”. Vale solo per Vallesi Renato o anche per Vallesi Carlo?

Daniele Stacchietti invece, che sembrava da tempo destinato ai lavori pubblici è rimasto a bocca asciutta. Franchellucci ha dovuto rinunciare a piazzare un suo uomo di fiducia, per sbrogliare la matassa della sua coalizione e delle richieste pressanti dei capi delle liste che lo hanno sostenuto.

Vitaliano Romitelli è stato avvistato a macinare chilometri in macchina per le vie del centro, in attesa che gli vengano riconosciuti i 334 voti che ha preso, che l’hanno reso il secondo candidato consigliere più votato. Lui, si sa, ambisce al posto di presidente del consiglio comunale, ma sono in molti a bramarlo adesso. Cercando di superare le polemiche uscite in campagna elettorale, dobbiamo riflettere sull’opportunità di riconoscere al secondo più votato un ruolo di qualche tipo, e se non verrà fatto, bisognerà spiegarne il perché.

Chi esce a testa alta, vincitore, è sicuramente Scotucci e la lista “Patti chiari per il cambiamento”, che grazie anche al fortunato posizionamento sulla scheda elettorale, è la seconda lista della coalizione ed ora può pretendere tanto dal sindaco, anche il presidente del consiglio comunale a quanto pare. Certo è, che passare da “disturbatore della coalizione che rischiava ogni giorno di essere cacciato” a vicesindaco, è proprio un bel salto di qualità per Scotucci.

Alla luce di tutto ciò, sorgono spontanee alcune domande.

Come mai la votatissima Pasquali non è stata riconfermata alla cultura? Con quale criterio le è stata affidata l’urbanistica? Perché la cultura è stata accorpata al bilancio?

Come mai la delega al commercio l’ha tenuta il sindaco e non è stata accorpata con turismo e sport? Qualche problema di conflitto d’interesse?

L’assessorato di Vallesi è molto singolare(per usare un eufemismo), ha l’aria di un assessorato ad personam, creato soltanto per affidargli un incarico. Praticamente, a che serve?

Durante la campagna elettorale il “sociale” è stato sulla bocca di tutti, in particolare di Franchellucci. I servizi sociali non meritavano un assessorato a parte?

Ciò che viene fuori dalla composizione di questa giunta è un qualcosa di molto confusionario. I ruoli non sono ben definiti, le competenze non sembra siano state prese in considerazione per l’assegnazione di tutti gli incarichi. Sembra un’accozzaglia indefinita di contentini post-elettorali. Non dubito che il lavoro di mediatore in una coalizione così larga come quella di Franchellucci sia molto difficile, ma una giunta così pazza non poteva venir fuori neanche dalla mente malata dei nostri autori satirici.

Prima impressione sulla giunta: pessima. Speriamo di ricrederci osservandone l’operato.

Riccardo Marchionni

Comunicato stampa di Perticarini. Altre critiche alla Sebastiani

Siamo sempre alle solite…il lupo perde il pelo ma non il vizio!!

Stiamo assistendo in questi giorni al preludio di quello che ci attende nei prossimi mesi, il caos. Milena Sebastiani, vera vincitrice di tutte le elezioni, ha fatto, continua a fare e farà tutto quello che vuole indisturbata da tutti, fino alle prossime elezioni regionali, vero e unico obiettivo della signora….altrimenti come piu volte ribadito non si spiega tutta questa voglia di apparire, quando non si è nemmeno assessori, e si organizzano Feste, che sono il vero obiettivo programmatico del Sindaco Franchellucci, ma nella foga del fare, si fa un manifesto raffazzonato, dove nemmeno tutti gli sport sono raffigurati, ma ancor più sconosciuto è quanto ci costano tutti questi eventi, visto che non ci sono tracce, da nessuna parte, credo che il costo zero, sia morto da tempo .

Non bastasse questo assopiamo al walzer dei Vallesi dalla provincia al comune, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia sempre un Vallesi c’è non importa se è il padre o il figlio, ovviamente nobile è stato il padre nel lasciare l’assessorato in provincia per il suo giovane pargolo. Ovviamente tutto questo lascia una casella aperta, che il buon Petrini non può che non coprire con la sua sempre verde fedelissima Vittori, che scalpitava già in citta per una riconoscenza.

Ma la vera sorpresa, la vera sconfitta è stata la Pasquali, la piu votata e la più bocciata!! Per lei si profila un cambio, dalla cultura ai servizi sociali!!
Ma come non aveva fatto tanto bene, perche non riconfermarla, forse ostica a qualche direttore artistico…

E poi c’è sempre lui, Mister posto sicuro, vitaliano Romitelli , al quale non interessa il ruolo, basta che sia a gettone altrimenti rompe tutto e scappa via, bisogna dargli la presidenza, chi meglio di lui!!

Caro sindaco, avrai pure la macchina accesa, ma ancora non hai capito come si mette la marcia, perdi tempo dietro a tutti e non guardi la città!

Giacomo Perticarini
Capogruppo lista civica L’Alternativa

Comunicato di Franchellucci, la biblioteca comunale “Carlo Cuini” ancora più telematica ed efficiente

Anche la biblioteca “Carlo Cuini” di Porto Sant’Elpidio facente parte del Sistema Interprovinciale Piceno approda al WEB 2.0.

Il prossimo venerdì 21 giugno è, infatti,  il giorno di un nuovo traguardo.

Collegandosi al sito www.bibliosip.it e cliccando su Catalogo 2.0 si entrerà nell’ultima   applicazione messa a disposizione dal SIP.

Un’interfaccia semplice ed accattivante dove l’utente registrandosi con il codice e la pw forniti dalla sua biblioteca di riferimento, può, oltre che usufruire dei servizi “classici” disponibili da molti anni (prenotazione, richiesta di prestito, suggerimenti d’acquisto, situazione lettore), votare e commentare i documenti del catalogo, salvare ricerche e creare bibliografie personalizzate sul suo argomento preferito, condividerle con gli amici o con “tutti” automaticamente in Facebook e Twitter.

Ed anche prendere in prestito e scaricare ebook, ascoltare musica, crearsi un’edicola personalizzata, accedere a  video e filmati.

Tutto ciò ancora una volta gratuitamente.

Collaborativa, aperta, con SebinaYOU la biblioteca inaugura un nuovo rapporto con gli utenti e si presenta con servizi in linea e con le opportunità offerte dalle tecnologie di ultima generazione: lo scaffale virtuale permette di “vedere” i libri con le loro copertine esattamente come se si fosse davanti allo scaffale, di scegliere quelli di maggior interesse e di chiederli in prestito. Ci sono i consigli di lettura, bibliografie a tema, la top ten in evidenza, le novità in biblioteca e tanto altro.

“In questi anni – afferma il Sindaco Franchellucci – si è assistito ad una continua evoluzione dei servizi offerti al cittadino. A Porto Sant’Elpidio sono circa 1.650 gli utenti registrati che usufruiscono quotidianamente dei servizi messi a disposizione: consultazione in sede di libri e giornali, prestito domiciliare, consultazione internet, prestito interbibliotecario e document delivery, questi  ultimi due particolarmente cari a studenti e ricercatori. Si ha infatti la possibilità, a km 0 ed a costo zero, di ricevere libri e digitalizzazioni di parti di articoli e saggi da biblioteche anche molto lontane. Con questo nuovo servizio l’utente sarà ancor più  al centro della vita della biblioteca ed in ognuna di esse i bibliotecari sapranno accompagnarlo in questo amichevole percorso nel mondo dello studio e dell’informazione”.

La biblioteca di Porto Sant’Elpidio è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 15,30 alle 19,30 mentre il sabato dalle 9 alle 13. Questi i recapiti tel. 0734/908311 fax 0734/908322 E-mail psebiblioteca@elpinet.it  URL: www.elpinet.it

La biblioteca offre i seguenti servizi:  4 postazioni internet, Sala Audio-Video con videoteca di Film, Documentari e Cartoni animati, Riproduzioni e fornitura documenti,  Prestito interbibliotecario. Il patrimonio librario posseduto ammonta a circa 10 mila volumi.

Flavio Oreglio, la vera storia del cabaret

Un’informale Flavio Oreglio quello che nella giornata di ieri è stato partecipe, presso il palazzo del Municipio, dell’iniziativa della Controra di Musicultura: “La vera storia del cabaret”. Il libro, pubblicato a fine 2012 da Garzanti, scritto insieme a Giangilberto Monti, che narra la cronistoria del cabaret, della sua nascita e dell’approdo nel Bel Paese.

“L’idea a cui viene associato il termine cabaret in Italia è sbagliata. Si pensa che sia valida l’equazione cabaret = comicità. La comicità è un concetto molto ampio e sicuramente una parte di essa (soprattutto quella di stampo satirico-umoristico) passa anche attraverso il cabaret, ma credere che tutta la comicità sia cabaret è come pensare che tutto ciò che si mangia sia caviale. Quello che viene propinato è varietà, avanspettacolo e animazione da villaggio generi di tutto rispetto (se fatti bene) ma che assolutamente non hanno niente a che fare con il cabaret che è  fatto si di satira e umorismo, come già detto, ma anche e soprattutto di poesia e canzone d’autore”. Un percorso di vita, di storie vissute tra le due sponde della Senna, ma anche, e soprattutto, della svolta italiana dei futuristi, del genio-folle degli artisti italiani del periodo postbellico.

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Partiamo dall’inizio. Dall’incontro tra un giornalista, poeta, Émile Goudeau, e un pittore scapestrato, Rodolphe Salis. Siamo nella Parigi del XIX secolo, in piena Belle Époque, i caf’conc o cafè chantant (spettacoli di piccole rappresentazioni teatrali e arte varia, durante i quali si beveva e mangiava) sono al massimo splendore. Goudeau era il leader degli Hydropahtes (colui che l’acqua rende malato) uno dei più noti circoli letterari parigini, contava più di settanta membri che si esibivano declamando poesie e testi di prosa. Salis invece, capendo di essere poco avvezzo alla pittura, si reinventa imprenditore e decide di aprire un locale, che diventerà famoso come Le Chat Noir. Infatti, il nostro sfigatissimo artista, era un frequentatore dell’ambiente impressionista e il suo locale, aperto a pochi passi da quello arredato proprio degli impressionisti, sfoggiava la stessa visione stilistica. Ma Salis voleva di più, qualcosa di innovativo, e reclutò l’intera compagnia degli Idropatici. Fu lui l’inventore del Cabret, dove vi racchiuse: poesia, satira, nuovi linguaggi e musica d’autore.

“Una differenza abissale tra la satira e il varietà, era che quest’ultima nasce sotto il controllo della polizia, un’arma distrazione di massa, doveva far ridere in poco tempo senza che avvenisse nessuna riflessione nel singolo – afferma Oreglio e continua – In Italia parallelamente avevamo avuto una buona idea con il movimento della Scapigliatura, ma come spesso accade nel nostro paese, non ci siamo presi sul serio”. Il più grande fallimento italiano, secondo il cabarettista, è stato il Futurismo. Perché fu Filippo Tomasso Marinetti, leader dei futuristi, il nostro Salis. Anche se quest’ultimi si rifanno al varietà rispetto al cabaret, lo stravolgono, apportando profonde modifiche e lo fanno diventare teatro futurista, con elementi molto simili al cabaret.

Durante il fascismo (il quale come il nazismo e altre dittatura, censuravano il cabaret ed esaltavano il varietà) Mussolini propose ai teatri di diventare cinematografi. Cosi che chi non accettò tale proposta si ritrovò a combattere la concorrenza delle pellicole. Le compagnie teatrali più facoltose portarono il varietà all’eccesso, creando la rivista, un modello sontuoso e stupefacente del predecessore. Mentre le compagnie povere seguirono il percorso opposto, spostandosi verso il minimalismo, crearono quello che verrà poi chiamato avanspettacolo (genere di pochi minuti dove i comici intrattenevano il pubblico prima dell’esposizione cinematografica). Di questa scuola faranno parte Totò, Sordi, Magnani ecc. Nel periodo postbellico invece, a Roma, Franca Valeri (ospite domenica a Macerata), Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli, reintroducono il cabaret con il teatro dei Gobbi, con testi surreali per lo più fuoriusciti dalla mente geniale dell’artista romana. Parallelamente, a Milano, presso il Piccolo Teatro, il gruppo Fò, Durano, Parenti, portano avanti la loro idea di teatro e cabaret con spettacoli visionari come Dito nell’occhio e Sani da legare. Anche Genova è foriera di artisti, laboratorio di sperimentazione, come il locale Borsa di Arlecchino, dove si esibivano Paolo Villaggio, Fabrizio De André e Carmelo Bene.

“Il mito del Derby Club dei primi anni settanta, che assurge a locale simbolo del cabaret italiano, va un pó smitizzato perché ha passato dei periodi ambigui alternando direttori che hanno fatto varietà e direttori che hanno fatto cabaret. Questo fino alla fine degli anni sessanta, quando Enzo Jannacci entrò nel Derby con il “Gruppo Motore”, Cochi e Renato, Lino Toffolo, Felice Andreasi. Questa – continua Oreglio – è l’ultima generazione, che in quegli anni faceva ancora cabaret. Poi si è passati, sempre al derby ad un altro tipo di comicità, quasi identica al varietà”. Complice anche il cambiamento culturale dell’epoca e l’esplosione delle televisioni commerciali che puntavano a fare business con la comicità. L’esempio più lampante è la trasmissione Drive In; ed è proprio questo tipo di varietà che distorce il pensiero comune per cui questo tipo di comicità sia cabaret. “Abbiamo la distruzione della semantica. Quando una trasmissione ha una durata lunga nel tempo, ad esempio vent’anni, significa che non da fastidio a nessuno, mentre il cabaret è una denuncia al potere e alla società. Da questo punto di vista anche Zelig, trasmissione alla quale io ho partecipato fino al 2005, era nata sotto questo segno, denunciare il sistema. All’inizio ci è riuscita, anche nei primi anni di televisione, quando ancora era in seconda serata. Poi c’è stato il passaggio alla prima serata, cercando di fare una comicità per famiglie, e in Italia questo significa la fine del cabaret, perché si innesca una censura indiretta che passa sotto la forma del seguente trucco: questa cosa non funziona, io non la farei. Facendo passare la censura per controllo o sottolineatura artistica. Per questo ho lasciato Zelig, che si è rivelato un altro buco nell’acqua, venendo meno alla sua intenzione iniziale”.

                                                                                                                        Marco Vesperini

Le domande che dovreste farvi #2

il sorpasso

Episodio 2: Colonie e Classe Dirigente

Si iniziava presto con i simpatici pargoli delle colonie estive, che a frotte di piccoli hobbit invadevano dapprima la spiaggia, dove le maestrine, in qualche caso, producevano tra il personale dello stabilimento balneare esclamazioni di approvazione quali “Si visto a cosa? …che pezzu de fica!”, o “E’ sempre stata vona.”. Dicevo, le maestrine tentavano di decimare la popolazione della festante e urlante orda di nani abbandonandoli al loro destino tra i flutti del mare forza nove, o lasciandoli a mollo dopo appena un’ora dalla colazione, quando le gelide temperature mediterranee avrebbero provocato un arresto cardio circolatorio in quei piccoli corpicini di operai, capo fabbrica, tagliatori, modellisti, “patrù” in erba. I sopravvissuti, di certo la futura classe dirigente, a metà mattinata, usciti incolumi dalle insidie del mare e dalle temperature africane del sole a picco delle undici, che notoriamente “scalla li pianciti e li pianciti me coce li pe”, si scagliavano come un solo corpo contro il bar dello chalet al grido unanime di “PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA!”.

Dopo aver consumato il pan di via in religioso silenzio, tornavano alla carica più mesti e appesantiti, con quelle vocine acute e discrete ma con un tono comunque perentorio chiedevano “un bicchiere d’acqua di carta per favore”. Qualcuno aggiungeva “della cannella, grazie”. Poi via, direzione kinderspielpatz: un agghiacciante recinto con dentro scivoli, altalene e poco altro, sorvegliato da guardie in uniforme con pastori ringhianti alla catena, dove i funamboli rasoterra venivano proiettati verso l’infinito e oltre o, spinti dai loro stessi compari, si infilzavano nella sabbia da veri virgulti quali erano. Una precisazione sulla sabbia: l’area preposta al divertimento infantile era stata preparata ad hoc perché, come per tutto il resto di porto s.elpidio, la spiaggia era, è, e sarà sempre “de matù”, i quali conferiscono agli sventurati turisti a piedi nudi la classica caracollante andatura gigesca e, come un’infallibile cartina di tornasole, ci indicano con precisione assoluta chi di fatto “non è de lu portu”.

Come ogni essere senziente, anche il socio, alle nove anti meridiane, aveva le sue evidenti difficoltà di approccio col genere umano adulto, figurarsi arginare una caotica folla di imprevedibili gnomi della riviera e le loro richieste secche e inappellabili. I suoi lineamenti cadenti, le borse sotto gli occhi che, vista l’ambientazione marinaresca, potremmo tranquillamente chiamare come tradizione c’insegna “calamà”, indicavano chiaramente i fasti della sera precedente. Dopo essersi scolato gli avanzi alcolici della cena, discretamente dalle bottiglie mezze vuote prima, e direttamente dai calici dei commensali poi, non avendo più nulla da fare, visto che il divertimento elpidiense, come è noto, all’una di notte evapora, si era recato mesto a casa dove, in bagno di fronte allo specchio che lo fissava allampanato, aveva lasciato che la sua mano sinistra, per avere quella sensazione di straniante novità, fosse guidata dall’impellente spinta onanistica che sempre più spesso lo coglieva a quell’ora.

Questo comportamento, fu poi chiaro, era da imputare a quel mix di stress che gli veniva causato dal normale servizio ai tavoli, in concomitanza con il suo venire professionalmente in contatto con signore discinte di mezza età, frequentatrici della spiaggia, che ad ogni occasione ammiccavano al suo indirizzo non facendo mistero dei loro appetiti sessuali da dominatrici frustanti. Il poveraccio si trovava così a dover convivere con fantasie deviate che lo vedevano servire al tavolo, completamente nudo con su solo un colletto di camicia e una farfalla nera, un donnone pettuto, “carcagnu paccatu” da zoccoli lignei con tacco, al quale con il solito savoir faire si trovava a chiedere “Cosa le porto oggi signora?”, e lei di rimando, “Un bel cazzone al vapore, grazie!”, mentre i truci commensali intorno lo schernivano con degli eloquenti “Dagghie co su cappisì!”. Era evidente che l’equilibrio psichico del socio era sull’orlo del baratro, e tutti gli mettevano una mano sulla spalla per spingerlo oltre.

La mattinata scivolava via verso l’ora di pranzo, quando i pargoli ormai grigliati a puntino venivano come pecore ricondotti in gregge verso il trasporto animali comunale, organizzato in pullman gialli con propulzione a carbone, viste le sbuffate nere dei tubi di scarico. Eravamo nella terra di nessuno, tra le dodici e le dodici e trenta, in cui lo staff pranzava, prendeva caffè, fumava e pronti via accoglieva i primi clienti. Le tariffe dei ristoranti della riviera non erano del tutto popolari, vuoi per la freschezza delle materie prime, vuoi per la qualità dei manicaretti, vuoi per la sorprendente capacità commerciale dei titolari di dare loro un colpettino al rialzo durante i periodi di alta stagione, manco fosse la costa azzurra. Questo fatto, in ogni caso, attirava professionisti della zona in enormi macchine blu, manco fossero consoli, non necessariamente imprenditori calzaturieri, che in ogni caso rimanevano il grosso della clientela.

Questi impiegati di concetto delle alte sfere bancarie, notarili, immobiliari e via di questo passo, avevano tutti delle caratteristiche peculiari che li accomunavano: la fretta, l’assoluta mancanza di ironia, la spocchia che ostentava sprezzante superiorità nei confronti del genere umano, quasi fossero ufficiali dell’einsatzgruppen ai bordi di una fossa comune, e la totale mancanza di cortesia. Quest’ultima, forse, caratteristica estendibile a chiunque. Dopo essersi accomodati e aver incassato il flautato “buongiorno signori cosa possiamo prepararvi oggi?” del socio, le prime parole che uscivano da quelle labbra sottili erano “Portami questo primo, veloce che fra mezz’ora devo sta in ufficio”. L’ordinazione girata in cucina era “E’ rriatu cazzo ao, sbrigheteve che fra mezz’ora deve gli a fasse nculà”. Poteva capitare che a volte questi opachi burocrati ordinassero antipasti, per affrontare con leggerezza gli impegni pomeridiani, e bisognava essere pronti ad ascoltare lamentele tipo “Questo antipasto freddo è appena uscito dal congelatore?”, alludendo alla poca freschezza del prodotto, o “Questo antipasto caldo brucia”. Già, è caldo, altrimenti sarebbe stato tiepido, o meglio ancora freddo, ma poi probabilmente sarebbe anche stato pesce di laghi contaminati africani.

Quello che metteva più a dura prova l’equilibrio psichico della cucina tutta, e automaticamente l’aplombe del cameriere che doveva traslare alla cucina stessa l’arroganza del commensale, era riportare indietro un piatto per i motivi più svariati, dal generico ma offensivo “Non è buono”, al più specifico e supponente “Non è cotto”. Ecco. Non potete dire ad un qualsivoglia cuoco che la pietanza che ha preparato uguale per vent’anni non è cotta, perché la naturale risposta sarà: “Non è cottu??? La fica de la madre non è cotta!”, con relativo scroscio di porcellana in pezzi contro il muro.

Altro atteggiamento irritante di questi quotati manager di questa beneamata minchia, era passare la maggior parte del pranzo al telefono, cosa che li escludeva dal presente e dal considerare il cameriere, che invano tentava di attirare la loro attenzione, con quattro cinque piatti in mano, perché capissero che l’unica speranza per loro di mangiare qualcosa era di togliere quei gomiti, inguainati in giacche di lino chiaro, per permettere al malcapitato di poggiare la sua ordinazione con l’unica contorsione possibile. Perché il loro piatto era il primo a dover essere scaricato, quello tenuto su dall’anulare e dal mignolo, quello che tra l’altro scottava, “Te pigliesse un corbu, lea se cazzu de mane!”.

Questo era il tenore di questi pranzi di lavoro, quale fosse il lavoro a parte il nostro non l’ho mai capito, e andava avanti così fino al caffè, che veniva ordinato con uno schiocco delle dita seguito da un perentorio “Caffè!”, fissando ovviamente qualcosa oltre la consistenza del cameriere, come se fosse evanescente, a differenza del suo “Cuscì ce chiami a mammeta” sussurrato tra i denti. Dopo il limite invalicabile di mezz’ora, l’impegnatissimo professionista rimaneva seduto al tavolo, per un’altra buona ora, a dialogare amabilmente con il suo ospite. Tanto che il socio non poteva non esclamare sarcastico “Fortuna che c’avia fuga stu testa de cazzu”.

E il peggio doveva ancora arrivare.

Atticus Finch

Fonte immagine: http://parolesantels.blogspot.it/2011/07/il-sorpasso-dino-risi-1962.html

Post It Pse intervista Giorgio Montanini

1)      Giorgio Montanini, comico, attore, doppiatore, dottore in comunicazione, perito chimico, com’è cambiato il tuo mondo dopo il “salto” in Rai o ancora cerchi di fabbricare bombe artigianali?

Il mio mondo non è cambiato per niente dopo il salto in Rai. Perché li come ci sono andato ritorno qui; è un piccolo salto di qualità, ma soltanto mediatico perché sei visto da più persone. Riguardo la qualità artistica quella si perde in Rai, quindi un passo in avanti perché una puntata in televisione è vista da cinquecento mila persone, mentre per raggiungere quella cifra mi ci vorrebbero venti anni di teatri tutti pieni. Un’esperienza importante ma relativa. #Aggratis! È una trasmissione che era partita con un’idea, forte, di portare la Stand-up comedy in Italia, cosa che noi facciamo nei locali ma in televisione non c’era mai stata. Ma come è partita è fallita subito perché non è stata recepita immediatamente né dalla Rai né dalla produzione, e quindi siamo rimasti come i dieci piccoli indiani, sempre di meno finché siamo rimasti io e Pietro Sparacino. Per fare la rivoluzione prima fai tante battaglie, le perdi, e poi piano piano arrivi a quella finale e la vinci.

2)      Usando un’estensione morfologica, meglio fica o topa?

Questa della fica e la topa è assurda; quando si dice che questo paese è allo sfascio mica si vede dalla crisi economica, si vede da quanto sta indietro da un punto di vista culturale. Noi siamo un paese che sta veramente messo male. Se tu pensi che in televisione a mezzanotte non si può dire fica, capisci che la televisione non recepisce quello che è la realtà. Sessant’anni fa dire questa parola magari era rivoluzionario, per usare un termine abusato, oggi rischi di diventare già vecchio. Il fatto che non si possa dire è l’esempio lampante che un paese è arretrato culturalmente. Se loro considerano topa un termine più elegante, quando nessuno lo dice, forse in Toscana, secondo me è molto più volgare nell’accezione negativa, io che della volgarità faccio un cavallo di battaglia, volgarità da vulgus, linguaggio del popolo, che io cerco di riportare in maniera schietta e immediata, li non è permesso.

3)      La stand-up comedy riesce ad infrangere le barriere in Italia? Data la tua esperienza sul campo, credi che gli italiani siano pronti a ridere delle proprie perversioni?

Io penso di si. La satira comunque infrange dei tabù, finché ci sono è giusto che esista la satira; quando questi tabù saranno ormai infranti non ci sarà più bisogno di parlare di certe cose. L’Italia è pronta da trent’anni, stiamo in ritardo. Tutto quello che noi facciamo adesso in America avviene da cinquant’anni. Siamo stracotti per essere pronti a fare un  esperimento del genere. Ho fatto il mio spettacolo vietato ai minori, satirico, da Milano, Bergamo, Vicenza, centro Italia fino a Catania, dovunque sono stato nel 80-90% dei casi la gente che sapeva cosa andava a vedere si è divertita. Chi fa televisione, dirigenti ecc., non è al passo con quelle che sono le esigenze di una parte considerevole de pubblico. Perché noi possiamo anche essere una nicchia rispetto quello che può coprire la comicità nazional popolare, ad esempio Vanzina, Brignano, Siani; saremo sicuramente una nicchia ma di qualche milione di persone secondo me, quindi un programma televisivo ci starebbe perfettamente, teatri tutti pieni, quindi si prontissimi.

Manca una visione dell’offerta?

Si, manca qualcuno che si prenda la responsabilità, noi lo facciamo già sul palco; la devono prendere qualcuno che decide di fare qualcosa di diverso. La comicità in Italia è morta. Non è che me ne sono accorto io, quale programma comico oggi fa ridere? Ma non perché facciamo comicità solo noi, non è questo, ma quando tu hai fatto comicità per trent’anni sempre sulle stesse cose, su luoghi comuni, su tormentoni, fai ridere una volta, due, tre, poi diventa stantia quel tipo di comicità. Se Zelig chiude un motivo c’è. Questo la dice lunga sul livello della comicità in Italia.

Non potrebbe essere legato al controllo della politica, in questo caso la Rai, nei confronti della dirigenza?

Non so quanto la politica interverrebbe, ma sicuramente accadrebbe nella misura in cui tu riesci a fare certe cose; ad esempio disturbi qualcuno in televisione, ti arrivano diecimila mail di protesta perché insulti il papa, per dire una cosa, e allora qualcuno interviene. Ma se non interviene nessuno è perché tu non hai fatto una provocazione. La comicità è una tra le forme d’arte più nobili e ogni forma d’arte è rivoluzionaria in se. Se tu proponi cose a livello comico che non siano rivoluzionare da nessun punto di vista, facendoti rilassare sui tuoi luoghi comuni invece che sconvolgerti, lasciandoti di stucco, è una comicità reazionaria, funzionale al sistema. Dire che la donna pensa solo ai vistiti, che non ha mai voglia di fare sesso invece l’uomo è sempre arrapato, e che a Roma c’è il traffico, è una cosa che strappa una risata vuota ma lascia il tempo che trova. Secondo me uno che sale su un palco deve avere almeno qualcosa da dire, poi una volta che sai questa la puoi mettere anche in forma comica, o pittorica, o cinematografica, poi la forma d’arte la scegli tu. Non mi voglio definire un artista perché mi repelle che qualcuno mi definisca così, però bisogna capire da che parte stiamo andando. Si deve continuare con una comicità fatta di tormentoni che non dicono un cazzo o si può fare qualcosa che sconvolga positivamente lo spettatore?

Io parlo sempre della catarsi nel mio spettacolo, la funzione principale del teatro, la forza purificatrice che l’artista riesce a darti a te spettatore perché i vuoti e le paure della vita quotidiana le rivivi in una situazione protetta. Non ha senso dire una cosa se tutti la pensano a quel modo, peggio se è un luogo comune. Noi siamo un pó dei pionieri in Italia; perché le persone in televisione ci vedevano come degli alieni. La gente dice: “ho voglia di sentirlo?”. Tanti no ma moltissimi si.

“Martellate” contro “Martellone”? 

Ah ah ah, ma è bello prendere a martellate le cose! Se tu lo fai rompi il guscio ed esce fuori una parte che tu non conoscevi. Questo fa la satira. Guarda la stessa cosa che guardi tu e guarda lui, ma lo fa da un punto di vista diverso. “The Dark Side of the Moon”. La parte oscura della luna; noi guardiamo una cosa da dove nessuno ha voglia di andare a vedere, o ha paura di andare a vedere. Quindi dire quelle cose in pubblico che tu avresti paura di tirare fuori, sentire qualcuno che te le spara sulla faccia, ti lascia un attimo perplesso, colpito. Questa è la funzione della satira, rompere gli schemi.

4)      Secondo te c’è un mezzo per distinguere cos’è satira da cosa da cosa cerca di esserlo?

C’è il rischio di salire su un piedistallo dicendo che c’è un mezzo per distinguerla. Quello che penso io, ad esempio parlare di Berlusconi adesso, tutti sanno quello che ha fatto, sia chi lo vota che chi non lo vota. Questo è l’esempio più lampante, ce ne sono molti altri. Quindi che senso ha dire su un palco che Berlusconi probabilmente era colluso con la mafia, che è un puttaniere, un dittatore venuto in Italia pensando di fare la Repubblica delle Banane, ci occorre che lo dica io? Lo sanno tutti. Se stupra un bambino stasera e si ritrova un video che lo riprende, ci sarà chi dirà no non è vero è stato montano ad arte, è stato adescato, e ci sarà chi dirà basta di questo paese io me ne vado all’estero. È stupido.

Io sono molto più curioso di indagare su chi e perché si va a votare. Forse la democrazia è un sistema superato? Questo mi interessa. Perché se non c’è gente preparata ad accettarla, come nei momenti peggiore di un paese, quando c’è crisi economica, arretrato culturalmente, si trova male, difficilmente fa una rivoluzione democratica culturale, di solito fa una svolta reazionaria-autoritaria, fascismo e nazismo. Siamo in un momento in cui potrebbe tranquillamente avvenire una svolta autoritaria. Ecco, da questo punto di vista Beppe Grillo l’unica cosa “positiva” che ha fatto è intercettare voti che probabilmente sarebbero andati all’estrema destra; perché lui ha delle pulsioni estremiste. Lui vent’anni fa era uno che quando saliva sul palco tutti temevano cosa potesse dire, perché aveva dei connotati satirici molto forti. Adesso è uno che è salito sul piedistallo pontificando, dicendo cosa è giusto, cosa è sbagliato. Chi fa satira si sporca le mani di merda più di quelli che denuncia in quel momento; secondo me il pubblico non deve sentirsi accusato o indottrinato. Dovrebbe dire: “vedi, questo qui si mette in gioco per raccontarci una cosa e non è migliore di quello che racconta”. Perché io non sono migliore di quello che racconto dato che prima di tutto è già passato attraverso le mie esperienze.

Io che odio Brignano, anche dal punto di vista personale, lo trovo una persona scorretta artisticamente, come Siani per citarne un altro, è di cattivo gusto, non onesto intellettualmente. Chi sale su un palco non dovrebbe essere mai un paraculo, non dovrebbe essere disonesto intellettualmente nei confronti delle persone che hai davanti. Io mi posso permettere di dirlo perché non sono nessuno, lui è uno da cinquantamila euro a serata che riempie la curva sud del Napoli; e io quando vedo trentamila persone che osannano una persona mi viene in mente più il saluto romano piuttosto che un comico. Detesto chi sceglie la via più facile.

5)      Adesso stai lavorando a qualcosa?

Si ho appena fatto l’anteprima del mio terzo monologo satirico in tre anni; diciamo che nonostante tutto mi sono mantenuto abbastanza prolifico. Per questo devo anche ringraziare Satiriasi (n.d.r.  il progetto ideato da Filippo Giardina che racchiude spettacoli di Stand-up comedy V.M. 18) perché li noi dobbiamo lavorare come bestie per sei mesi e a fine anno ti ritrovi con un monologo praticamente pronto. Adesso ho fatto due giorni di anteprima e lo spettacolo è andato praticamente bene. Sono soddisfatto perché comunque non sai se è meglio questo di adesso o quello di prima, sono cose diverse, forme di provocazione diverse. Quello precedente era più senza speranza, più cupo, dove la razza umana ne esce distrutta. Questo c’è forse più speranza per le persone. Non lo so sinceramente, io mi diverto anche più del pubblico a volte. Speriamo vada bene com’è andato il precedente.

Giorgio Montanini

Comunicato di Franchellucci su turismo estivo ed eventi

IL SINDACO: BENE LE INIZIATIVE, MA LA PRIORITÁ VA DATA ALLE MANUTENZIONI.

LA PAROLA CHIAVE: COLLABORAZIONE

 

E’ trascorsa appena una settimana dal suo insediamento ma il neo Sindaco Nazareno Franchellucci si è già messo all’opera per organizzare la macchina comunale.

 

Tra le varie questioni affrontate c’è stata anche quella dell’organizzazione degli eventi e delle manifestazioni cittadine visto l’imminente periodo estivo che ci apprestiamo ad affrontare. Il primo cittadino si è messo subito a lavoro con gli uffici tecnici comunali per gestire le innumerevoli iniziative che anche quest’anno animeranno l’estate elpidiense.

 

La vocazione turistica della città ha fatto sì che, negli anni, esercenti ed associazioni cittadine abbiano mostrato la volontà di organizzare iniziative di vario genere tanto da rendere il calendario estivo un  enorme contenitore di oltre 200 manifestazioni che spaziano dallo sport, allo spettacolo, dall’eno-grastronomia alla danza, dalla musica all’arte ecc… e che vedono impegnati a tempo pieno gli operai comunali per far fronte alla logistica che ogni evento richiede.

 

Siamo favorevoli – spiega il Sindaco – ad accogliere le proposte che ci vengono dai cittadini perché crediamo nel turismo quale volano per la nostra città e siamo convinti che in questo momento di difficile congiuntura economica proporre un’offerta variegata di eventi possa venire incontro alle esigenze di visitatori e turisti che scelgono P.S.Elpidio per trascorrere le loro vacanze. In quest’ottica però abbiamo bisogno di tanta più collaborazione da parte delle varie associazioni che organizzano le iniziative estive. Seguendo il modello di quanto già fanno i comitati di quartiere o altre associazioni storiche cittadine, sarebbe importante che privati e associazioni cooperino in maniera più capillare con l’Amministrazione affinché gli operai ed i tecnici del Comune abbiano la possibilità di occuparsi della città e nello specifico delle manutenzioni e dell’arredo urbano. Gestiremo nella maniera più efficiente possibile questi mesi, ma fin da subito siamo al lavoro per chiedere molta più collaborazione alle associazioni che vogliono organizzare eventi in città ed è nostra intenzione proporre l’approvazione di un regolamento per la concessione in uso di attrezzature di proprietà comunale al fine di tutelare l’utilizzo e la cura delle stesse.

 

Dal prossimo anno cominceremo ad individuare delle “aree eventi” dove, nel periodo estivo, le varie associazioni potranno organizzare le loro iniziative. Non escludo che si potrebbe ragionare sulla costituzione di un nuovo gruppo di lavoro, magari composto da persone tendenzialmente prive di occupazione e con le giuste competenze, che nel periodo estivo possano gestire la logistica delle varie iniziative, lasciando il tempo all’ufficio tecnico di occuparsi della nostra città a 360 gradi”

Turchia, la repressione continua: ferito fotografo italiano

Non cessa la repressione del governo Erdogan contro i manifestanti. Nella giornata di ieri, dopo violenti scontri in cui la polizia turca ha fatto uso di idranti con sostanze urticanti e gas lacrimogeni contro migliaia di manifestanti, anche disabili, sono state arrestate 441 persone a Istanbul e 56 nella capitale, Ankara. Durante gli scontri sembrerebbe che sia stato ferito da colpi di manganello anche un fotografo free-lance italiano, Daniele Stefanini, livornese, prima trasportato in ospedale in stato di shock e poi in caserma per essere ascoltato. La Farnesina ha fatto immediatamente sapere che non c’è pericolo per il connazionale, che attualmente è stato raggiunto da due funzionare del Consolato italiano ed ha sentito la famiglia per via telefonica.

La Turchia è in fiamme dopo che nella giornata di sabato le forze dell’ordine hanno sgomberato Gezi Park, simbolo della protesta. L’ultimatum era stato lanciato dal premier in persona. “Liberate Gezi Park entro domenica o lo faranno le forze di sicurezza”. L’attacco è arrivato all’improvviso, nel pomeriggio, quando nel parco c’erano famiglie e bambini. Gli agenti, con indosso le maschere antigas, hanno cominciato ad avvertire i manifestanti con i megafoni di abbandonare l’area. Poi due camion ad acqua sono riusciti ad entrare nel piccolo bosco e hanno aperto gli idranti contro la popolazione. “Taksim è ovunque, Taksmin è per sempre”. Gridavano dalle uomini, donne e bambini. Poi sono partiti i lacrimogeni. E i poliziotti hanno sfogato la propria rabbia con i manganelli su tende, i pronto soccorso, la biblioteca, ovunque si rifugiassero i difensori del parco. Perfino l’hotel Divan, di fronte al parco, non è stato risparmiato dalle cariche.

Dall’inizio delle proteste tre manifestanti sono stati uccisi (tutti giovanissimi) e 7500 feriti, almeno 50 dei quali risultano in condizioni gravi, mentre 11 hanno perso la vista. Un poliziotto è morto cadendo da un ponte in costruzione mentre effettuava una carica. Questi i dati ufficiali, ma le cose potrebbero essere peggio. Molte voci di attivisti e giornalisti da tutto il mondo, confermano che varie persone morte negli ospedali per le ferite subite negli scontri non vengono annoverate tra i morti ufficiali. Anche perché il governo ha retto una cortina di ferro, minacciando direttamente i medici di non far trapelare possibili collegamenti. Tra questi vi è la testimonianza dal blogger italiano Fabio Perrone, studente erasmus ad Izmir, terza città per grandezza, ha assistito in prima persona alle violenze della polizia. Ieri infatti, alcuni appartenenti all’ordine, sono stati arrestati perché avevano prestato soccorso ai manifestanti, ritenuti criminali dal governo Erdogan. L’indifferenza per diritti fondamentali, di un paese membro dell’Unione Europea, sono agghiaccianti. Le forze dell’ordine negli scontri prendono di mira soprattutto i giornalisti, i reporter, che non hanno il tesserino governativo, pestandoli con i manganelli, distruggendo le strumentazioni e in alcuni casi arrestandoli.

La situazione è sfuggita di mano. Intanto è stato organizzato uno sciopero generale dei sindacati contro la violenza della polizia nel Paese, come dichiarato il Disk (Confederazione dei sindacati progressisti) e il Kesk (Confederazion dei sindacati del settore pubblico) per chiedere che cessino immediatamente le violenze perpetrate dagli agenti nel disperdere le manifestazioni anti-governative nate dal Gezi Park di Istanbul. Sono centinaia di migliaia i lavoratori rappresentati da questi sindacati e lo sciopero da loro indetto avrà conseguenze sul funzionamento di scuole, ospedali e uffici pubblici. Ma il ministro degli interni turco Muammer Guler ha dichiarato “illegale” lo sciopero proclamato oggi dai due grandi sindacati Disk e Kesk per denunciare la violenza della polizia e ha avvertito che le forze dell’ordine “non lo consentiranno”. Secondo Guler “c’è la volontà di far scendere la gente in piazza con azioni illegali come uno sciopero e un’astensione dal lavoro”. Allo sciopero hanno aderito i sindacati dei medici, dei dentisti e degli architetti.

l’Associazione dei giornalisti progressisti della Turchia ha condannato le violenze della polizia. In particolare, l’associazione ha riferito del caso di Gokhan Bicici della IMC TV, che è stato picchiato da cinque poliziotti, buttato a terra e ammanettato prima di essere arrestato. Ad altri, invece, è stato impedito di svolgere il proprio lavoro in quanto non erano in possesso di pass rilasciati dal governo. “I giornalisti sono diventati un obiettivo per evitare che la gente sia messa a conoscenza degli attacchi condotti dalla polizia – denuncia l’associazione – Il vero obiettivo degli attacchi, rivolti principalmente ai lavoratori delle istituzioni dell’opposizione, è il diritto a comunicare in privato e i diritti umani universali in generale”. L’Unione degli avvocati turchi ha lanciato un appello al Segretario del Consiglio d’Europa Thornbjorn Jagland: il Consiglio d’Europa, di cui fa parte la Turchia, ha la facoltà secondo l’articolo 52 della Convenzione europea dei diritti umani, di chiedere formalmente spiegazioni a un paese membro sul rispetto delle libertà fondamentali.

In queste ore si sta svolgendo il G8 in Irlanda del Nord, i potenti del mondo si dicono “scioccati” per gli avvenimenti in Turchia. Mentre Erdogan dopo la condanna della brutalità delle forze dell’ordine afferma. “Non riconosco il Parlamento Europeo”. Durante il summit irlandese la concentrazione ricadrà sulla Siria, chissà se le urla dei manifestanti anti-governativi turchi raggiungeranno Belfast.

                                                                                                                        Marco Vesperini

Stoccaggio Gas, la Regione Marche verso il no

Di Marco Vesperini

I cittadini di Sant’Elpidio a Mare continuano la loro battaglia, insieme all’Amministrazione comunale, per bloccare qualsiasi possibilità di concessione di estrazione all’Edison. Questo il messaggio uscito dal convegno sulle problematiche inerenti lo stoccaggio del gas, tenutosi lunedì 10 giugno presso il cine-teatro “L.Cicconi” del borgo medievale. Promotori dell’iniziativa il Comune, con la presenza dell’assessore all’urbanistica Marcello Diomedi e il Movimento 5 Stelle, tra cui il geologo Serafino Angelini e il consigliere di Porto Sant’Elpidio Roberto Cerquozzi. Relatrice per l’occasione la Prof.ssa Maria Rita d’Orsogna, fisico, ordinario di dip. di matematica alla Northridge California State University.

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La zona “Palazzo Moroni” dove dovrebbe sorge l’impianto comprende due pozzi, in questi giorni alcuni addetti della società energetica stanno effettuando non specificati rilevamenti in loco. Probabilmente dovuti alla ricerca di una “scappatoia” dalla procedura avviata dal Comune per evitare il rilascio del N.o.f (Nulla osta di fattibilità), così da evitare che venga data la concessione dal Ministero dello sviluppo economico. Ma quest’ultimo deve aspettare l’ok della Regione che sembra orientata per il no, riguardo al caso elpidiense. “La provincia ci ha sostenuto formalmente in questa vicenda – afferma Diomedi – chi non ha espresso il parere ufficiale è la regione, ma l’assessore Sandro Donati ci aveva detto ufficialmente che la regione dirà no, e anche se l’assessore è cambiato sembra non essere cambiata quest’idea”. A Sandro Donati è subentrata la morrovallese  Sara Giannini.

Elevata l’affluenza all’evento di elpidiensi e non, di tutte le età. A dimostrazione di quanto la cittadinanza sia coinvolta e non voglia lasciare sola l’amministrazione in una battaglia che, purtroppo, sarà lunga e logorante. Lo sa bene la Prof. d’Orsogna che durante la serata ha esposto le problematiche riguardo l’estrazione petrolifera, lo stoccaggio del gas nei pozzi svuotati dal carburante fossile, i problemi legati alla subsidenza e i terremoti registrati nella vicinanza delle strutture di stoccaggio in America e in Europa. “L’estrazione del petrolio o gas italiano, il primo classificato ai maggiori livelli di impurità, avviene, come in ogni altra parte del mondo, con la tecnica del “fracking” (n.d.r. fratturazione idraulica). Attraverso lo sfruttamento della pressione di un fluido, in genere acqua, per creare e poi propagare orizzontalmente una frattura in uno strato roccioso, precedentemente trivellato fino ad una certa profondità. Lo stoccaggio del gas – continua il fisico – è consequenziale, dato che proprio questi bacini vengono usati come magazzini naturali per l’inserimento del metano nel sottosuolo”.

Tale tecnica è altamente pericolosa, sia per la problematica riguardante la subsidenza, cioè all’abbassamento del livello del terreno, e l’aumento delle probabilità di terremoti anche in aree non sismiche. L’esempio più evidente della prima è quello del ravennese, dove un’ampia zona costiera è soggetta a questo inarrestabile “affossamento” del terreno; tanto che negli anni c’è stata la completa distruzione dei peschi, alberi con profonde radici che al contatto con l’acqua marina fattasi strada attraverso il terreno e contaminando anche le falde acquifere soprastanti. Proprio vicino Ravenna vi sono dei pozzi attivi di metano dell’Agip. E il collegamento può ritrovarsi anche nella legislazione, tanto che nella città e nelle zone limitrofe un cittadino non può costruire un pozzo artesiano tranne che per l’Eni.

Zone di stoccaggio in Lombardia, quelle rosse sono zone a rischio sismico, in quelle nere dovrebbe essere stoccato il gas.

Zone di stoccaggio in Lombardia, quelle rosse sono zone a rischio sismico, in quelle nere dovrebbe essere stoccato il gas.

Per quanto riguarda la probabilità del generarsi dei terremoti invece, gli esempi portati sono vari, dalla numerosa letteratura americana in materia, allo studio olandese fatto preventivamente la costruzione di questo tipo di impianto. “Lo studio olandese ha stimato che lo stoccaggio causerà terremoti fino a 3.9 Ml Richter e che nella durata della concessione potranno avvenire terremoti con intensità maggiori. Tanto che Shell ha stanziato 100 milioni di euro per eventuali danni alla popolazione”. Quel sito soggetto allo studio è una zona non a rischio sismico.

Un’altra problematica riguarda la depurazione del petrolio italiano, che nei suoi minuscoli giacimenti sparsi nel territorio (così bassi i quali insieme potrebbero coprire soltanto il 6 % del fabbisogno annuale di energia), necessitano di una depurazione da zolfo in loco. Di esempi ce ne sono vari, quello più vicino a noi è il progetto esistente in Abruzzo, presso Ortona. I desolforatori, cosi vengono chiamati questi impianti, bruciano nell’aria lo zolfo, bruciando anche idrogeno, benzene e altre sostanze cancerogene. Per darvi un’idea della pericolosità ambientale e per la salute, il benzene negli anni 50 è stato ritenuto pericolo a contatto con l’aria oltre lo 0 %.

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In Italia, i precedenti governi sono stati tutti favorevoli sia all’estrazione con la tecnica del “fracking” sia allo stoccaggio del gas, l’attuale governo è tuttora favorevole. Oltre a ciò, le compagnie multinazionali vedono l’Italia come uno stato fertile per i loro business, a differenza di altri paesi dove la legislazione è chiara e le barriere sono molte. “Come fa notare in una sua slide agli investitori la Petrolceltic, una compagnia inglese, che investire in Italia conviene perché la benzina costa cara, il rischio politico è basso, le concessioni costano pochissimo, non bisogna pagare niente per i danni, controlli bassi e spesso in conflitto di interessi”. Afferma il fisico della Northridge. Aggiungerei che in Italia lo Stato chiede l’1,9 al metro cubo per se, ai livelli più bassi del mondo, basti pensare che in Europa l’ultimo posto lo occupa l’Ungheria con il 3,1 e il primo è la Germania con il 10,9.

A Sant’Elpidio a Mare, Marcello Diomedi rassicura. “Abbiamo costretto l’Edison a fare, oltre che quattro previsioni documentali, anche una quinta molto pesante per loro, un rapporto preliminare di sicurezza. Non vi è dubbio che la partita si giocherà nella prossima conferenza finale dei servizi, ma se anche la Regione ci appoggerà, siamo fiduciosi del risultato e – continua l’assessore – senza il N.o.f. loro non possono costruire. Sono più ottimista di qualche mese fa, speriamo che la Regione non si tiri indietro”.