[Post.X] Week-end col porco!

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Pescato un cinghiale in mare a Porto Sant’Elpidio. Ma è niente se pensate che a Visso un cacciatore ha abbattuto uno stormo di calamari.
All’inizio si pensava che la vittima avesse occupato il “marciapiede sbagliato” invece, molto probabilmente, l’animale, ferito, è stato travolto di sorpresa dalla corrente del fiume e poi trascinato giù sino alla spiaggia senza dargli il tempo di procurarsi un’adeguata crema protettiva solare.
Sul corpo del cinghiale è ben visibile la ferita d’arma da fuoco che lo ha colpito, il povero animale è morto poco dopo tra atroci sofferenze, dopo essersi abbeverato nei pressi del fosso di Castellano.
E’ stato ripescato in acqua senza vita nel primo pomeriggio, eppure lo sanno tutti che non bisogna fare il bagno, prima delle 4.

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Mancavano ancora 48ore al primo consulto della nuova giunta, in molti speravano che il lugubre evento potesse ravvivare un consiglio comunale, ma si sbagliavano. Infatti è caos nel comune dopo il clamoroso ripescaggio. Il peso, oltre un quintale, ha complicato non poco le operazioni per la sistemazione, ma alla fine comunque è stato eletto presidente del consiglio comunale.
Il corpo dell’animale invece, è rimasto per tutto il giorno adagiato sulla riva tra l’indifferenza degli altri cinghiali in spiaggia.
Mentre i mezzi di informazione locali continuano a prelevare foto da Post-It PSE senza neanche un grazie, il Corriere Adriatico, famelico di carcasse, si è fiondato con puntualità elvetica sulla notizia come nel caso del mattatoio di Ripatransone (con tanto di foto del Sindaco che brinda a champagne in mezzo ad un lago di sangue, carcasse di bovini e per coerenza, l’articolo di un macellaio) o come i 10mila auguri di compleanno a Mauro Tosoni ed ha trovato il tempo di intervistare l’assessore Vallesi che ha puntualizzato che lo smaltimento di un cinghiale deve essere affidato ad una società specializzata e non nell’umido, come quando lo trovi morto dentro un piatto di pappardelle. Per questo, durante il consiglio comunale, lo stesso Vallesi è stato elogiato da Putzu: “Non fa parte del mio partito”.

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Ma la notizia della settimana è senza dubbio il giovane sangiorgese beccato a masturbarsi davanti al parco sul lungomare di Porto Sant’Elpidio.
I genitori dei bambini presenti hanno subito avvisato le forze dell’ordine che lo hanno bloccato, il giovane poi ha cercato di giustificare il suo gesto: “Bambini??? Scusate, credevo fossero nani!”.
Però d’altronde come biasimarlo? Neanche io riuscirei a masturbarmi avendo davanti il lungomare di Porto San Giorgio.

Vittorio Lattanzi

Grazie ad Andrea Michielotto ed Augusto Rasori di Acido Lattico/Lercio

Pescato cinghiale in mare a Pse

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Oggi, domenica 30 giugno 2013, intorno alle 16:00 nei pressi dello chalet Moby Dick, è stato avvistato da due bagnini un cinghiale in mare. Subito dopo è stato trainato a riva dai bagnini legandolo per le zampe al pattino di salvataggio. L’animale è un cinghiale femmina adulto, di grossa taglia, ed in evidente rigor mortis. Ancora non si sa come l’animale sia finito in mezzo al mare.

Riccardo Marchionni

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Le domande che dovreste farvi #4

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Episodio 4: Il buio oltre la sala

Ecco. Era questa la melma in cui sguazzavamo. Mattina e sera, senza soluzione di continuità. Difficile credere di poter vivere tutto questo senza esserne segnati. Impensabile non cercare di dare dignità al nostro lavoro. Imperdonabile non provare ad educare una massa informe di consumatori senza il minimo concetto di cosa siano le buone maniere. Noi, animi sensibili, eravamo sconvolti da questa sfida impari che ci si parava contro, ma riuscimmo in qualche modo a capire. Realizzammo che l’unico modo per sconfiggere questa dilagante ignoranza che cercava di fagocitarci era spingere all’apice la nostra professionalità, cancellare le nostre sbavature, eseguire un perfetto servizio di cortesia e affabulazione. In sala, certo, perché nel retrocucina le nostre giovani menti, che rischiavano il collasso, dovevano trovare vendetta.

Ora eccomi qui, dietro le quinte, il mio ruolo in tutto questo era quello di lavapiatti per scelta. Dopo stagioni in sala, a contatto con la clientela, non riuscivo più a tollerare, allora “sai che c’è?” laverò i piatti da solo, io e il lavandino, non voglio contatti umani. Ma, va da se, che vedere il mio socio costretto ad affrontare da solo tutto quello di cui sopra mi fece seriamente preoccupare per la sua salute mentale. Di fatto, le sue interminabili notti, passate di fronte allo specchio a menarsi l’uccello, pensando alle avventrici della spiaggia, di regola consorti di uomini di affari locali, lo deperirono nel fisico. Tanto che lo staff del ristorante, imputando questo suo stato a di lui sorprendenti e misconosciute doti amatorie, con enormi pacche sulle sue fragili spalle esclamavano compiaciuti: “Magnece lo pa’ zì!”.

Mentre l’estate gli vorticava intorno, rapida ed incurante, le sue meningi andavano via via liquefacendosi, il suo sguardo, sempre più fisso nel vuoto, non trovava più il pertugio nel quale infilarsi per scappare da una realtà che lo aveva piegato ed abbrutito. Rimaneva ben poco di quell’aitante giovane pieno di belle speranze, oggetto degli appetiti sessuali delle mantidi elpidiensi. In quei pantaloni neri troppo larghi, in quelle camice bianche svolazzanti come tende su finestre spalancate alla tramontana, la sua freschezza scemava, e somigliava sempre di più ad uomo da marciapiede.

Dovevo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Così tentai di distrarlo, coinvolgendolo in attività ludiche che lo vedevano protagonista di scherzi di un’ilarità strabordante, come riempirgli le scarpe che avrebbe indossato nel dopo lavoro di scarti di pesce o, che so, bersagliarlo con avanzi di cocomero sulla camicia bianca durante il servizio, e via dicendo. Incredibilmente in lui la scintilla si riaccese, si appassionò a tutto questo e sembrò dimenticare i difficili momenti vissuti in sala. Iniziò a rispondere ai miei atti di goliardia con sue personali trovate, che via via si fecero sempre più pesanti: gettare i piatti da lavare direttamente nel secchio dell’immondizia, cospargere il piano di lavoro pulito di olio, sugo e crostacei masticati dai clienti, scagliarmi contro con violenza patate intere, melanzane intere, zucchine intere, buttarmi i piatti puliti nel solito buzzico lercio dell’immondizia, e così via.

Le nostre giornate passavano spensierate, traboccanti di sana gioia e propositivo spirito nel trovare sempre qualcosa di nuovo per compiacere l’amico fraterno. Succedeva però che la quotidianità in sala era sempre la stessa, gli stessi avventori, la stessa maleducazione, la stessa poca stima in noi stessi che ci infondeva il non essere apprezzati per quello che facevamo. Come l’infante che impara dai sui giuochi, così noi fummo illuminati, e capimmo che non c’era altro da fare che unire l’utile al dilettevole, che si sarebbe inevitabilmente trasformato in delittuoso.

Successe naturalmente, senza premeditazione. Un giorno il mio socio, faccia spenta, si presenta da me ad inizio lavoro e m’informa “Ci sta lu solitu testa de cazzu”. Lo vedevo già appassito, disinteressato ad ogni mio tentativo di distogliere la sua attenzione dalla sua condizione penosa.

Non rispondeva alle mie sollecitazioni, appoggiava i piatti sporchi e se ne andava via mesto.

Decisi che era il tempo delle decisioni irrevocabili. Dovevo scuoterlo, fargli capire che la realtà delle cose non finiva in quella stupida sala da pranzo. Dovevo rendermi protagonista di un atto eclatante. Casualmente il socio si affacciò nella mia postazione con in mano un piatto da portata stracolmo di un sugoso primo di pesce. Lo guardai, lo chiamai, gli chiesi: “Per chi d’è sa robba? Per issu?” lui annuì e, con lo sguardo fisso da schizofrenico, capii che aveva già intuito. Gli ordinai: “Venne qua”. Si avvicinò sornione, sempre con gli occhi sgranati fissi su di me, e, in un serafico mistico silenzio, lo guardai anche io e alzai le mani, guantate di gomma sudicia di pattume, come un chirurgo prima di un’operazione. Strizzai gli occhi come un perfetto Eastwood e, con uno scatto da pistolero, intinsi entrambe le mani nel mucchio di spaghetti striscianti. La sorpresa lo colse alla gola insieme all’irrefrenabile ironia, così tanto che per lunghi istanti non riuscì a respirare. Dopo aver dato una bella mescolata anche in fondo dissi: “Vanne, è prontu”. Le lacrime gli ostruivano le orbite ed una risata convulsa gli batteva in petto, riuscì tuttavia a ricomporsi e a servire la specialità.

Da quel fatidico giorno non riuscimmo più a fermarci. Ogni volta che si presentava qualche ospite sgradito la punizione era automatica: con portamento ferale da maggiordomo integerrimo il socio si presentava da me e io, ligio al dovere, correggevo all’aroma di guanto primi, secondi e caffè. Trascorremmo giornate di interminabile giubilo, pieni, finalmente, di gioia per il nostro lavoro e addirittura impazienti che questo avesse inizio. Fino a quando la cosa non ci sfuggì di mano. Il socio, troppo entusiasta per aver finalmente trovato il senso del suo servire, si lasciò andare in atteggiamenti pericolosi che io notai, ma che, mio malgrado, non riuscii a correggere.

Il segno dell’evidente squilibrio lo notai quando lo sorpresi a spazzare il tagliere del pane con l’abominevole scopa utilizzata per ramazzare il circondario. La sua faccia deformata dalla follia mi fissava mentre le sue braccia continuavano ad andare avanti e indietro. L’operazione aveva ormai perso il suo carattere chirurgico per colpire democraticamente o arbitrariamente chiunque. Ma un fatto mi portò a dubitare delle mie azioni, visto che il mio compare criminale era fuori controllo. Quel fatidico giorno si era ormai al dessert e, come capitava quotidianamente, avevamo messo in atto tutte le nostre pratiche di sabotaggio ma io continuavo a scrutarlo, e lo vedevo impaziente e teso, fin poi a sentirlo armeggiare nell’angolo del sorbetto. Allarmato mi avvicinai e ciò che vidi fece vacillare ulteriormente la mia fede nel prossimo: con sforzi da settantenne catarroso, il socio, paonazzo in volto, tirava su col naso e, con roboante fragore, espettorava l’iniquo viscidume nella poltiglia biancastra al limone che continuava a mulinare nella sua sede, mentre con le mani riforniva i fluts del suo personalissimo latte più. Un capogiro mi prese alla testa. Cercai appoggio in quel caos rotolante in cui all’improvviso si era trasformato il retro cucina. Quello che riuscii a dire fu più o meno: “Ma….ma….ma…..ma…..ma…….ma che cazzu fai?”.

Il socio, in preda a convulsioni e manie di onnipotenza, rideva a bocca spalancata che potevo chiaramente vedere il suo esofago. Imperturbabile, dispose i bicchieri sul vassoio e si avviò, mentre io indietreggiavo inorridito. Rimasi così, immobile, solo, roso dal colossale senso di colpa per aver liberato un mostro dalla sua gabbia. Fino a che nel mio campo visivo apparve candida e giuliva la cuoca che, con passettini misurati, si avvicinava al fetido strumento di morte dove galleggiava pericolosamente inerme il denso abominio. La glottide mi si bloccò di traverso in gola. Non riuscivo più ad associare i pensieri, a dare loro una linearità di causa ed effetto. Pietrificato, sapevo di non poter dire nulla. Di non poter fare alcunché per cambiare il corso degli eventi. Infatti ciò che vidi fu la donna afferrare un bicchiere, posarlo sotto al beccuccio della macchina, aprire il rubinetto, riempire per tre quarti il vitreo recipiente e, nella calura estiva, ingollare il vischioso agrume miscelato con i fluidi corporei del socio impazzito e compiaciuta esclamare un “ahhhhhhhhhh!” di rinfrancante godimento. Gli istanti successivi mi videro, attanagliato da conati, lanciarmi verso il bagno dove, abbracciato il water, vomitai copioso il pranzo, la colazione e la cena della sera prima. Ormai svuotato mi ricomposi e con occhi orribilmente rossi e gonfi tornai sul luogo del delitto, dove vidi il boia, l’impalatore, lo sterminatore del dessert refrigerante, immobile sulla soglia della cucina, da dove aveva seguito tutta la scena, e la sua faccia allampanata mi diede l’esatta misura della sua follia: l’ignominia di cui era stato artefice e la mostruosità che si era succeduta sotto i nostri occhi inermi aveva provocato al socio un coito, un eiaculatio precox, si era venuto nei pantaloni in un’orrenda macchia di viscido liquame spermatico.

Questo è quanto volevo raccontare. Giudicate voi l’accaduto, liberi da ogni pregiudizio. Ognuno di noi, più volte nella vita, è stato avventore di un ristorante, se sgarbato o rispettoso questo solo voi, nel profondo, potete saperlo. Forse non tutti abbiamo vissuto la stessa situazione dalla parte di chi serve, di chi cucina, di chi ci permette di passare dei momenti di relax lontani dalla routine quotidiana. La sola cosa che probabilmente c’è da imparare da tutto questo è che la priorità è il rispetto verso il prossimo, e che qualora decidessimo di assurgere a giudice e boia nei confronti di chi maleducatamente sbaglia, dovremmo aver fin dall’inizio chiaro in testa che le nostre successive azioni, guidate dal nostro insindacabile giudizio, potrebbero essere miopi, colpire degli innocenti e ritorcersi contro di noi nei secoli a venire.

Atticus Finch

 P.S. ” Jean Louise Finch alzati in piedi. Sta passando tuo padre.”

Perticarini critica Franchellucci sul commercio

Franchellucci in campagna elettorale aveva incontrato i commercianti del nord promettendo l’opposto di quello che sta accadendo oggi. Un mercato di 12 bancarelle (tra cui espositori cinesi e di altre nazionalità che nulla c’entrano con il commercio locale) di domenica su un suolo dove ci sono parcheggi a pagamento togliendo soldi alla pubblica utilità, e posti auto ai cittadini e turisti che vogliono trascorrere la giornata al mare, penalizzando così i commercianti della zona. Sono allibito nel vedere che ancora una volta il commercio locale venga penalizzato. Considerato che il sindaco ha deciso di tenere per se la delega al commercio e visto che i commercianti del nord sono giustamente indignati per la mancanza di tutela da parte dell’amministrazione chiediamo che venga fatto subito un incontro tra i commercianti del nord e il sindaco per togliere subito questo mercato inutile della domenica e che attui subito il piano per il commercio coordinato con tutti i commercianti della città per favorire il commercio locale ed evitare quanto accaduto fino ad oggi.
Giacomo Perticarini
Capogruppo lista civica L’Alternativa

La “giunta Franchellucci”

Ecco a voi la giunta che governerà Porto Sant’Elpidio per i prossimi cinque anni: Annalinda Pasquali urbanistica, politiche giovanili e scolastiche. Milena Sebastiani turismo e sport. Monica Leoni bilancio, cultura e rapporti con i quartieri. Carlo Vallesi semplificazione, partecipazione, agenda digitale e polizia municipale. Daniele Scotucci vice sindaco, lavori pubblici e ambiente. Il sindaco Nazareno Franchellucci tiene per se le deleghe alle grandi opere, servizi sociali e commercio.

A Franchellucci si sono allineati proficuamente alcuni pianeti. Con la provvidenziale dimissione di Vallesi Renato si è liberato un posto da assessore in provincia dove piazzare Rosanna Vittori, molto vicina a Petrini, che la voleva come assessore ai servizi sociali di Pse. Il sacrificio di Vallesi padre inoltre, spiana la strada dell’assessorato a Vallesi figlio. E qui entra in causa il vicesindaco Daniele Scotucci, che all’inizio della campagna elettorale, durante il freddo febbraio, dichiarava che avrebbe fatto “un macello al prossimo incarico dato a Vallesi”. Vale solo per Vallesi Renato o anche per Vallesi Carlo?

Daniele Stacchietti invece, che sembrava da tempo destinato ai lavori pubblici è rimasto a bocca asciutta. Franchellucci ha dovuto rinunciare a piazzare un suo uomo di fiducia, per sbrogliare la matassa della sua coalizione e delle richieste pressanti dei capi delle liste che lo hanno sostenuto.

Vitaliano Romitelli è stato avvistato a macinare chilometri in macchina per le vie del centro, in attesa che gli vengano riconosciuti i 334 voti che ha preso, che l’hanno reso il secondo candidato consigliere più votato. Lui, si sa, ambisce al posto di presidente del consiglio comunale, ma sono in molti a bramarlo adesso. Cercando di superare le polemiche uscite in campagna elettorale, dobbiamo riflettere sull’opportunità di riconoscere al secondo più votato un ruolo di qualche tipo, e se non verrà fatto, bisognerà spiegarne il perché.

Chi esce a testa alta, vincitore, è sicuramente Scotucci e la lista “Patti chiari per il cambiamento”, che grazie anche al fortunato posizionamento sulla scheda elettorale, è la seconda lista della coalizione ed ora può pretendere tanto dal sindaco, anche il presidente del consiglio comunale a quanto pare. Certo è, che passare da “disturbatore della coalizione che rischiava ogni giorno di essere cacciato” a vicesindaco, è proprio un bel salto di qualità per Scotucci.

Alla luce di tutto ciò, sorgono spontanee alcune domande.

Come mai la votatissima Pasquali non è stata riconfermata alla cultura? Con quale criterio le è stata affidata l’urbanistica? Perché la cultura è stata accorpata al bilancio?

Come mai la delega al commercio l’ha tenuta il sindaco e non è stata accorpata con turismo e sport? Qualche problema di conflitto d’interesse?

L’assessorato di Vallesi è molto singolare(per usare un eufemismo), ha l’aria di un assessorato ad personam, creato soltanto per affidargli un incarico. Praticamente, a che serve?

Durante la campagna elettorale il “sociale” è stato sulla bocca di tutti, in particolare di Franchellucci. I servizi sociali non meritavano un assessorato a parte?

Ciò che viene fuori dalla composizione di questa giunta è un qualcosa di molto confusionario. I ruoli non sono ben definiti, le competenze non sembra siano state prese in considerazione per l’assegnazione di tutti gli incarichi. Sembra un’accozzaglia indefinita di contentini post-elettorali. Non dubito che il lavoro di mediatore in una coalizione così larga come quella di Franchellucci sia molto difficile, ma una giunta così pazza non poteva venir fuori neanche dalla mente malata dei nostri autori satirici.

Prima impressione sulla giunta: pessima. Speriamo di ricrederci osservandone l’operato.

Riccardo Marchionni

Comunicato stampa di Perticarini. Altre critiche alla Sebastiani

Siamo sempre alle solite…il lupo perde il pelo ma non il vizio!!

Stiamo assistendo in questi giorni al preludio di quello che ci attende nei prossimi mesi, il caos. Milena Sebastiani, vera vincitrice di tutte le elezioni, ha fatto, continua a fare e farà tutto quello che vuole indisturbata da tutti, fino alle prossime elezioni regionali, vero e unico obiettivo della signora….altrimenti come piu volte ribadito non si spiega tutta questa voglia di apparire, quando non si è nemmeno assessori, e si organizzano Feste, che sono il vero obiettivo programmatico del Sindaco Franchellucci, ma nella foga del fare, si fa un manifesto raffazzonato, dove nemmeno tutti gli sport sono raffigurati, ma ancor più sconosciuto è quanto ci costano tutti questi eventi, visto che non ci sono tracce, da nessuna parte, credo che il costo zero, sia morto da tempo .

Non bastasse questo assopiamo al walzer dei Vallesi dalla provincia al comune, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia sempre un Vallesi c’è non importa se è il padre o il figlio, ovviamente nobile è stato il padre nel lasciare l’assessorato in provincia per il suo giovane pargolo. Ovviamente tutto questo lascia una casella aperta, che il buon Petrini non può che non coprire con la sua sempre verde fedelissima Vittori, che scalpitava già in citta per una riconoscenza.

Ma la vera sorpresa, la vera sconfitta è stata la Pasquali, la piu votata e la più bocciata!! Per lei si profila un cambio, dalla cultura ai servizi sociali!!
Ma come non aveva fatto tanto bene, perche non riconfermarla, forse ostica a qualche direttore artistico…

E poi c’è sempre lui, Mister posto sicuro, vitaliano Romitelli , al quale non interessa il ruolo, basta che sia a gettone altrimenti rompe tutto e scappa via, bisogna dargli la presidenza, chi meglio di lui!!

Caro sindaco, avrai pure la macchina accesa, ma ancora non hai capito come si mette la marcia, perdi tempo dietro a tutti e non guardi la città!

Giacomo Perticarini
Capogruppo lista civica L’Alternativa

Comunicato di Franchellucci, la biblioteca comunale “Carlo Cuini” ancora più telematica ed efficiente

Anche la biblioteca “Carlo Cuini” di Porto Sant’Elpidio facente parte del Sistema Interprovinciale Piceno approda al WEB 2.0.

Il prossimo venerdì 21 giugno è, infatti,  il giorno di un nuovo traguardo.

Collegandosi al sito www.bibliosip.it e cliccando su Catalogo 2.0 si entrerà nell’ultima   applicazione messa a disposizione dal SIP.

Un’interfaccia semplice ed accattivante dove l’utente registrandosi con il codice e la pw forniti dalla sua biblioteca di riferimento, può, oltre che usufruire dei servizi “classici” disponibili da molti anni (prenotazione, richiesta di prestito, suggerimenti d’acquisto, situazione lettore), votare e commentare i documenti del catalogo, salvare ricerche e creare bibliografie personalizzate sul suo argomento preferito, condividerle con gli amici o con “tutti” automaticamente in Facebook e Twitter.

Ed anche prendere in prestito e scaricare ebook, ascoltare musica, crearsi un’edicola personalizzata, accedere a  video e filmati.

Tutto ciò ancora una volta gratuitamente.

Collaborativa, aperta, con SebinaYOU la biblioteca inaugura un nuovo rapporto con gli utenti e si presenta con servizi in linea e con le opportunità offerte dalle tecnologie di ultima generazione: lo scaffale virtuale permette di “vedere” i libri con le loro copertine esattamente come se si fosse davanti allo scaffale, di scegliere quelli di maggior interesse e di chiederli in prestito. Ci sono i consigli di lettura, bibliografie a tema, la top ten in evidenza, le novità in biblioteca e tanto altro.

“In questi anni – afferma il Sindaco Franchellucci – si è assistito ad una continua evoluzione dei servizi offerti al cittadino. A Porto Sant’Elpidio sono circa 1.650 gli utenti registrati che usufruiscono quotidianamente dei servizi messi a disposizione: consultazione in sede di libri e giornali, prestito domiciliare, consultazione internet, prestito interbibliotecario e document delivery, questi  ultimi due particolarmente cari a studenti e ricercatori. Si ha infatti la possibilità, a km 0 ed a costo zero, di ricevere libri e digitalizzazioni di parti di articoli e saggi da biblioteche anche molto lontane. Con questo nuovo servizio l’utente sarà ancor più  al centro della vita della biblioteca ed in ognuna di esse i bibliotecari sapranno accompagnarlo in questo amichevole percorso nel mondo dello studio e dell’informazione”.

La biblioteca di Porto Sant’Elpidio è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 15,30 alle 19,30 mentre il sabato dalle 9 alle 13. Questi i recapiti tel. 0734/908311 fax 0734/908322 E-mail psebiblioteca@elpinet.it  URL: www.elpinet.it

La biblioteca offre i seguenti servizi:  4 postazioni internet, Sala Audio-Video con videoteca di Film, Documentari e Cartoni animati, Riproduzioni e fornitura documenti,  Prestito interbibliotecario. Il patrimonio librario posseduto ammonta a circa 10 mila volumi.

Le domande che dovreste farvi #2

il sorpasso

Episodio 2: Colonie e Classe Dirigente

Si iniziava presto con i simpatici pargoli delle colonie estive, che a frotte di piccoli hobbit invadevano dapprima la spiaggia, dove le maestrine, in qualche caso, producevano tra il personale dello stabilimento balneare esclamazioni di approvazione quali “Si visto a cosa? …che pezzu de fica!”, o “E’ sempre stata vona.”. Dicevo, le maestrine tentavano di decimare la popolazione della festante e urlante orda di nani abbandonandoli al loro destino tra i flutti del mare forza nove, o lasciandoli a mollo dopo appena un’ora dalla colazione, quando le gelide temperature mediterranee avrebbero provocato un arresto cardio circolatorio in quei piccoli corpicini di operai, capo fabbrica, tagliatori, modellisti, “patrù” in erba. I sopravvissuti, di certo la futura classe dirigente, a metà mattinata, usciti incolumi dalle insidie del mare e dalle temperature africane del sole a picco delle undici, che notoriamente “scalla li pianciti e li pianciti me coce li pe”, si scagliavano come un solo corpo contro il bar dello chalet al grido unanime di “PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA!”.

Dopo aver consumato il pan di via in religioso silenzio, tornavano alla carica più mesti e appesantiti, con quelle vocine acute e discrete ma con un tono comunque perentorio chiedevano “un bicchiere d’acqua di carta per favore”. Qualcuno aggiungeva “della cannella, grazie”. Poi via, direzione kinderspielpatz: un agghiacciante recinto con dentro scivoli, altalene e poco altro, sorvegliato da guardie in uniforme con pastori ringhianti alla catena, dove i funamboli rasoterra venivano proiettati verso l’infinito e oltre o, spinti dai loro stessi compari, si infilzavano nella sabbia da veri virgulti quali erano. Una precisazione sulla sabbia: l’area preposta al divertimento infantile era stata preparata ad hoc perché, come per tutto il resto di porto s.elpidio, la spiaggia era, è, e sarà sempre “de matù”, i quali conferiscono agli sventurati turisti a piedi nudi la classica caracollante andatura gigesca e, come un’infallibile cartina di tornasole, ci indicano con precisione assoluta chi di fatto “non è de lu portu”.

Come ogni essere senziente, anche il socio, alle nove anti meridiane, aveva le sue evidenti difficoltà di approccio col genere umano adulto, figurarsi arginare una caotica folla di imprevedibili gnomi della riviera e le loro richieste secche e inappellabili. I suoi lineamenti cadenti, le borse sotto gli occhi che, vista l’ambientazione marinaresca, potremmo tranquillamente chiamare come tradizione c’insegna “calamà”, indicavano chiaramente i fasti della sera precedente. Dopo essersi scolato gli avanzi alcolici della cena, discretamente dalle bottiglie mezze vuote prima, e direttamente dai calici dei commensali poi, non avendo più nulla da fare, visto che il divertimento elpidiense, come è noto, all’una di notte evapora, si era recato mesto a casa dove, in bagno di fronte allo specchio che lo fissava allampanato, aveva lasciato che la sua mano sinistra, per avere quella sensazione di straniante novità, fosse guidata dall’impellente spinta onanistica che sempre più spesso lo coglieva a quell’ora.

Questo comportamento, fu poi chiaro, era da imputare a quel mix di stress che gli veniva causato dal normale servizio ai tavoli, in concomitanza con il suo venire professionalmente in contatto con signore discinte di mezza età, frequentatrici della spiaggia, che ad ogni occasione ammiccavano al suo indirizzo non facendo mistero dei loro appetiti sessuali da dominatrici frustanti. Il poveraccio si trovava così a dover convivere con fantasie deviate che lo vedevano servire al tavolo, completamente nudo con su solo un colletto di camicia e una farfalla nera, un donnone pettuto, “carcagnu paccatu” da zoccoli lignei con tacco, al quale con il solito savoir faire si trovava a chiedere “Cosa le porto oggi signora?”, e lei di rimando, “Un bel cazzone al vapore, grazie!”, mentre i truci commensali intorno lo schernivano con degli eloquenti “Dagghie co su cappisì!”. Era evidente che l’equilibrio psichico del socio era sull’orlo del baratro, e tutti gli mettevano una mano sulla spalla per spingerlo oltre.

La mattinata scivolava via verso l’ora di pranzo, quando i pargoli ormai grigliati a puntino venivano come pecore ricondotti in gregge verso il trasporto animali comunale, organizzato in pullman gialli con propulzione a carbone, viste le sbuffate nere dei tubi di scarico. Eravamo nella terra di nessuno, tra le dodici e le dodici e trenta, in cui lo staff pranzava, prendeva caffè, fumava e pronti via accoglieva i primi clienti. Le tariffe dei ristoranti della riviera non erano del tutto popolari, vuoi per la freschezza delle materie prime, vuoi per la qualità dei manicaretti, vuoi per la sorprendente capacità commerciale dei titolari di dare loro un colpettino al rialzo durante i periodi di alta stagione, manco fosse la costa azzurra. Questo fatto, in ogni caso, attirava professionisti della zona in enormi macchine blu, manco fossero consoli, non necessariamente imprenditori calzaturieri, che in ogni caso rimanevano il grosso della clientela.

Questi impiegati di concetto delle alte sfere bancarie, notarili, immobiliari e via di questo passo, avevano tutti delle caratteristiche peculiari che li accomunavano: la fretta, l’assoluta mancanza di ironia, la spocchia che ostentava sprezzante superiorità nei confronti del genere umano, quasi fossero ufficiali dell’einsatzgruppen ai bordi di una fossa comune, e la totale mancanza di cortesia. Quest’ultima, forse, caratteristica estendibile a chiunque. Dopo essersi accomodati e aver incassato il flautato “buongiorno signori cosa possiamo prepararvi oggi?” del socio, le prime parole che uscivano da quelle labbra sottili erano “Portami questo primo, veloce che fra mezz’ora devo sta in ufficio”. L’ordinazione girata in cucina era “E’ rriatu cazzo ao, sbrigheteve che fra mezz’ora deve gli a fasse nculà”. Poteva capitare che a volte questi opachi burocrati ordinassero antipasti, per affrontare con leggerezza gli impegni pomeridiani, e bisognava essere pronti ad ascoltare lamentele tipo “Questo antipasto freddo è appena uscito dal congelatore?”, alludendo alla poca freschezza del prodotto, o “Questo antipasto caldo brucia”. Già, è caldo, altrimenti sarebbe stato tiepido, o meglio ancora freddo, ma poi probabilmente sarebbe anche stato pesce di laghi contaminati africani.

Quello che metteva più a dura prova l’equilibrio psichico della cucina tutta, e automaticamente l’aplombe del cameriere che doveva traslare alla cucina stessa l’arroganza del commensale, era riportare indietro un piatto per i motivi più svariati, dal generico ma offensivo “Non è buono”, al più specifico e supponente “Non è cotto”. Ecco. Non potete dire ad un qualsivoglia cuoco che la pietanza che ha preparato uguale per vent’anni non è cotta, perché la naturale risposta sarà: “Non è cottu??? La fica de la madre non è cotta!”, con relativo scroscio di porcellana in pezzi contro il muro.

Altro atteggiamento irritante di questi quotati manager di questa beneamata minchia, era passare la maggior parte del pranzo al telefono, cosa che li escludeva dal presente e dal considerare il cameriere, che invano tentava di attirare la loro attenzione, con quattro cinque piatti in mano, perché capissero che l’unica speranza per loro di mangiare qualcosa era di togliere quei gomiti, inguainati in giacche di lino chiaro, per permettere al malcapitato di poggiare la sua ordinazione con l’unica contorsione possibile. Perché il loro piatto era il primo a dover essere scaricato, quello tenuto su dall’anulare e dal mignolo, quello che tra l’altro scottava, “Te pigliesse un corbu, lea se cazzu de mane!”.

Questo era il tenore di questi pranzi di lavoro, quale fosse il lavoro a parte il nostro non l’ho mai capito, e andava avanti così fino al caffè, che veniva ordinato con uno schiocco delle dita seguito da un perentorio “Caffè!”, fissando ovviamente qualcosa oltre la consistenza del cameriere, come se fosse evanescente, a differenza del suo “Cuscì ce chiami a mammeta” sussurrato tra i denti. Dopo il limite invalicabile di mezz’ora, l’impegnatissimo professionista rimaneva seduto al tavolo, per un’altra buona ora, a dialogare amabilmente con il suo ospite. Tanto che il socio non poteva non esclamare sarcastico “Fortuna che c’avia fuga stu testa de cazzu”.

E il peggio doveva ancora arrivare.

Atticus Finch

Fonte immagine: http://parolesantels.blogspot.it/2011/07/il-sorpasso-dino-risi-1962.html

Post It Pse intervista Giorgio Montanini

1)      Giorgio Montanini, comico, attore, doppiatore, dottore in comunicazione, perito chimico, com’è cambiato il tuo mondo dopo il “salto” in Rai o ancora cerchi di fabbricare bombe artigianali?

Il mio mondo non è cambiato per niente dopo il salto in Rai. Perché li come ci sono andato ritorno qui; è un piccolo salto di qualità, ma soltanto mediatico perché sei visto da più persone. Riguardo la qualità artistica quella si perde in Rai, quindi un passo in avanti perché una puntata in televisione è vista da cinquecento mila persone, mentre per raggiungere quella cifra mi ci vorrebbero venti anni di teatri tutti pieni. Un’esperienza importante ma relativa. #Aggratis! È una trasmissione che era partita con un’idea, forte, di portare la Stand-up comedy in Italia, cosa che noi facciamo nei locali ma in televisione non c’era mai stata. Ma come è partita è fallita subito perché non è stata recepita immediatamente né dalla Rai né dalla produzione, e quindi siamo rimasti come i dieci piccoli indiani, sempre di meno finché siamo rimasti io e Pietro Sparacino. Per fare la rivoluzione prima fai tante battaglie, le perdi, e poi piano piano arrivi a quella finale e la vinci.

2)      Usando un’estensione morfologica, meglio fica o topa?

Questa della fica e la topa è assurda; quando si dice che questo paese è allo sfascio mica si vede dalla crisi economica, si vede da quanto sta indietro da un punto di vista culturale. Noi siamo un paese che sta veramente messo male. Se tu pensi che in televisione a mezzanotte non si può dire fica, capisci che la televisione non recepisce quello che è la realtà. Sessant’anni fa dire questa parola magari era rivoluzionario, per usare un termine abusato, oggi rischi di diventare già vecchio. Il fatto che non si possa dire è l’esempio lampante che un paese è arretrato culturalmente. Se loro considerano topa un termine più elegante, quando nessuno lo dice, forse in Toscana, secondo me è molto più volgare nell’accezione negativa, io che della volgarità faccio un cavallo di battaglia, volgarità da vulgus, linguaggio del popolo, che io cerco di riportare in maniera schietta e immediata, li non è permesso.

3)      La stand-up comedy riesce ad infrangere le barriere in Italia? Data la tua esperienza sul campo, credi che gli italiani siano pronti a ridere delle proprie perversioni?

Io penso di si. La satira comunque infrange dei tabù, finché ci sono è giusto che esista la satira; quando questi tabù saranno ormai infranti non ci sarà più bisogno di parlare di certe cose. L’Italia è pronta da trent’anni, stiamo in ritardo. Tutto quello che noi facciamo adesso in America avviene da cinquant’anni. Siamo stracotti per essere pronti a fare un  esperimento del genere. Ho fatto il mio spettacolo vietato ai minori, satirico, da Milano, Bergamo, Vicenza, centro Italia fino a Catania, dovunque sono stato nel 80-90% dei casi la gente che sapeva cosa andava a vedere si è divertita. Chi fa televisione, dirigenti ecc., non è al passo con quelle che sono le esigenze di una parte considerevole de pubblico. Perché noi possiamo anche essere una nicchia rispetto quello che può coprire la comicità nazional popolare, ad esempio Vanzina, Brignano, Siani; saremo sicuramente una nicchia ma di qualche milione di persone secondo me, quindi un programma televisivo ci starebbe perfettamente, teatri tutti pieni, quindi si prontissimi.

Manca una visione dell’offerta?

Si, manca qualcuno che si prenda la responsabilità, noi lo facciamo già sul palco; la devono prendere qualcuno che decide di fare qualcosa di diverso. La comicità in Italia è morta. Non è che me ne sono accorto io, quale programma comico oggi fa ridere? Ma non perché facciamo comicità solo noi, non è questo, ma quando tu hai fatto comicità per trent’anni sempre sulle stesse cose, su luoghi comuni, su tormentoni, fai ridere una volta, due, tre, poi diventa stantia quel tipo di comicità. Se Zelig chiude un motivo c’è. Questo la dice lunga sul livello della comicità in Italia.

Non potrebbe essere legato al controllo della politica, in questo caso la Rai, nei confronti della dirigenza?

Non so quanto la politica interverrebbe, ma sicuramente accadrebbe nella misura in cui tu riesci a fare certe cose; ad esempio disturbi qualcuno in televisione, ti arrivano diecimila mail di protesta perché insulti il papa, per dire una cosa, e allora qualcuno interviene. Ma se non interviene nessuno è perché tu non hai fatto una provocazione. La comicità è una tra le forme d’arte più nobili e ogni forma d’arte è rivoluzionaria in se. Se tu proponi cose a livello comico che non siano rivoluzionare da nessun punto di vista, facendoti rilassare sui tuoi luoghi comuni invece che sconvolgerti, lasciandoti di stucco, è una comicità reazionaria, funzionale al sistema. Dire che la donna pensa solo ai vistiti, che non ha mai voglia di fare sesso invece l’uomo è sempre arrapato, e che a Roma c’è il traffico, è una cosa che strappa una risata vuota ma lascia il tempo che trova. Secondo me uno che sale su un palco deve avere almeno qualcosa da dire, poi una volta che sai questa la puoi mettere anche in forma comica, o pittorica, o cinematografica, poi la forma d’arte la scegli tu. Non mi voglio definire un artista perché mi repelle che qualcuno mi definisca così, però bisogna capire da che parte stiamo andando. Si deve continuare con una comicità fatta di tormentoni che non dicono un cazzo o si può fare qualcosa che sconvolga positivamente lo spettatore?

Io parlo sempre della catarsi nel mio spettacolo, la funzione principale del teatro, la forza purificatrice che l’artista riesce a darti a te spettatore perché i vuoti e le paure della vita quotidiana le rivivi in una situazione protetta. Non ha senso dire una cosa se tutti la pensano a quel modo, peggio se è un luogo comune. Noi siamo un pó dei pionieri in Italia; perché le persone in televisione ci vedevano come degli alieni. La gente dice: “ho voglia di sentirlo?”. Tanti no ma moltissimi si.

“Martellate” contro “Martellone”? 

Ah ah ah, ma è bello prendere a martellate le cose! Se tu lo fai rompi il guscio ed esce fuori una parte che tu non conoscevi. Questo fa la satira. Guarda la stessa cosa che guardi tu e guarda lui, ma lo fa da un punto di vista diverso. “The Dark Side of the Moon”. La parte oscura della luna; noi guardiamo una cosa da dove nessuno ha voglia di andare a vedere, o ha paura di andare a vedere. Quindi dire quelle cose in pubblico che tu avresti paura di tirare fuori, sentire qualcuno che te le spara sulla faccia, ti lascia un attimo perplesso, colpito. Questa è la funzione della satira, rompere gli schemi.

4)      Secondo te c’è un mezzo per distinguere cos’è satira da cosa da cosa cerca di esserlo?

C’è il rischio di salire su un piedistallo dicendo che c’è un mezzo per distinguerla. Quello che penso io, ad esempio parlare di Berlusconi adesso, tutti sanno quello che ha fatto, sia chi lo vota che chi non lo vota. Questo è l’esempio più lampante, ce ne sono molti altri. Quindi che senso ha dire su un palco che Berlusconi probabilmente era colluso con la mafia, che è un puttaniere, un dittatore venuto in Italia pensando di fare la Repubblica delle Banane, ci occorre che lo dica io? Lo sanno tutti. Se stupra un bambino stasera e si ritrova un video che lo riprende, ci sarà chi dirà no non è vero è stato montano ad arte, è stato adescato, e ci sarà chi dirà basta di questo paese io me ne vado all’estero. È stupido.

Io sono molto più curioso di indagare su chi e perché si va a votare. Forse la democrazia è un sistema superato? Questo mi interessa. Perché se non c’è gente preparata ad accettarla, come nei momenti peggiore di un paese, quando c’è crisi economica, arretrato culturalmente, si trova male, difficilmente fa una rivoluzione democratica culturale, di solito fa una svolta reazionaria-autoritaria, fascismo e nazismo. Siamo in un momento in cui potrebbe tranquillamente avvenire una svolta autoritaria. Ecco, da questo punto di vista Beppe Grillo l’unica cosa “positiva” che ha fatto è intercettare voti che probabilmente sarebbero andati all’estrema destra; perché lui ha delle pulsioni estremiste. Lui vent’anni fa era uno che quando saliva sul palco tutti temevano cosa potesse dire, perché aveva dei connotati satirici molto forti. Adesso è uno che è salito sul piedistallo pontificando, dicendo cosa è giusto, cosa è sbagliato. Chi fa satira si sporca le mani di merda più di quelli che denuncia in quel momento; secondo me il pubblico non deve sentirsi accusato o indottrinato. Dovrebbe dire: “vedi, questo qui si mette in gioco per raccontarci una cosa e non è migliore di quello che racconta”. Perché io non sono migliore di quello che racconto dato che prima di tutto è già passato attraverso le mie esperienze.

Io che odio Brignano, anche dal punto di vista personale, lo trovo una persona scorretta artisticamente, come Siani per citarne un altro, è di cattivo gusto, non onesto intellettualmente. Chi sale su un palco non dovrebbe essere mai un paraculo, non dovrebbe essere disonesto intellettualmente nei confronti delle persone che hai davanti. Io mi posso permettere di dirlo perché non sono nessuno, lui è uno da cinquantamila euro a serata che riempie la curva sud del Napoli; e io quando vedo trentamila persone che osannano una persona mi viene in mente più il saluto romano piuttosto che un comico. Detesto chi sceglie la via più facile.

5)      Adesso stai lavorando a qualcosa?

Si ho appena fatto l’anteprima del mio terzo monologo satirico in tre anni; diciamo che nonostante tutto mi sono mantenuto abbastanza prolifico. Per questo devo anche ringraziare Satiriasi (n.d.r.  il progetto ideato da Filippo Giardina che racchiude spettacoli di Stand-up comedy V.M. 18) perché li noi dobbiamo lavorare come bestie per sei mesi e a fine anno ti ritrovi con un monologo praticamente pronto. Adesso ho fatto due giorni di anteprima e lo spettacolo è andato praticamente bene. Sono soddisfatto perché comunque non sai se è meglio questo di adesso o quello di prima, sono cose diverse, forme di provocazione diverse. Quello precedente era più senza speranza, più cupo, dove la razza umana ne esce distrutta. Questo c’è forse più speranza per le persone. Non lo so sinceramente, io mi diverto anche più del pubblico a volte. Speriamo vada bene com’è andato il precedente.

Giorgio Montanini