Siamo sempre alle solite…il lupo perde il pelo ma non il vizio!!
Stiamo assistendo in questi giorni al preludio di quello che ci attende nei prossimi mesi, il caos. Milena Sebastiani, vera vincitrice di tutte le elezioni, ha fatto, continua a fare e farà tutto quello che vuole indisturbata da tutti, fino alle prossime elezioni regionali, vero e unico obiettivo della signora….altrimenti come piu volte ribadito non si spiega tutta questa voglia di apparire, quando non si è nemmeno assessori, e si organizzano Feste, che sono il vero obiettivo programmatico del Sindaco Franchellucci, ma nella foga del fare, si fa un manifesto raffazzonato, dove nemmeno tutti gli sport sono raffigurati, ma ancor più sconosciuto è quanto ci costano tutti questi eventi, visto che non ci sono tracce, da nessuna parte, credo che il costo zero, sia morto da tempo .
Non bastasse questo assopiamo al walzer dei Vallesi dalla provincia al comune, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia sempre un Vallesi c’è non importa se è il padre o il figlio, ovviamente nobile è stato il padre nel lasciare l’assessorato in provincia per il suo giovane pargolo. Ovviamente tutto questo lascia una casella aperta, che il buon Petrini non può che non coprire con la sua sempre verde fedelissima Vittori, che scalpitava già in citta per una riconoscenza.
Ma la vera sorpresa, la vera sconfitta è stata la Pasquali, la piu votata e la più bocciata!! Per lei si profila un cambio, dalla cultura ai servizi sociali!!
Ma come non aveva fatto tanto bene, perche non riconfermarla, forse ostica a qualche direttore artistico…
E poi c’è sempre lui, Mister posto sicuro, vitaliano Romitelli , al quale non interessa il ruolo, basta che sia a gettone altrimenti rompe tutto e scappa via, bisogna dargli la presidenza, chi meglio di lui!!
Caro sindaco, avrai pure la macchina accesa, ma ancora non hai capito come si mette la marcia, perdi tempo dietro a tutti e non guardi la città!
Giacomo Perticarini
Capogruppo lista civica L’Alternativa
Anche la biblioteca “Carlo Cuini” di Porto Sant’Elpidio facente parte del Sistema Interprovinciale Piceno approda al WEB 2.0.
Il prossimo venerdì 21 giugno è, infatti, il giorno di un nuovo traguardo.
Collegandosi al sito www.bibliosip.it e cliccando su Catalogo 2.0 si entrerà nell’ultima applicazione messa a disposizione dal SIP.
Un’interfaccia semplice ed accattivante dove l’utente registrandosi con il codice e la pw forniti dalla sua biblioteca di riferimento, può, oltre che usufruire dei servizi “classici” disponibili da molti anni (prenotazione, richiesta di prestito, suggerimenti d’acquisto, situazione lettore), votare e commentare i documenti del catalogo, salvare ricerche e creare bibliografie personalizzate sul suo argomento preferito, condividerle con gli amici o con “tutti” automaticamente in Facebook e Twitter.
Ed anche prendere in prestito e scaricare ebook, ascoltare musica, crearsi un’edicola personalizzata, accedere a video e filmati.
Tutto ciò ancora una volta gratuitamente.
Collaborativa, aperta, con SebinaYOU la biblioteca inaugura un nuovo rapporto con gli utenti e si presenta con servizi in linea e con le opportunità offerte dalle tecnologie di ultima generazione: lo scaffale virtuale permette di “vedere” i libri con le loro copertine esattamente come se si fosse davanti allo scaffale, di scegliere quelli di maggior interesse e di chiederli in prestito. Ci sono i consigli di lettura, bibliografie a tema, la top ten in evidenza, le novità in biblioteca e tanto altro.
“In questi anni – afferma il Sindaco Franchellucci – si è assistito ad una continua evoluzione dei servizi offerti al cittadino. A Porto Sant’Elpidio sono circa 1.650 gli utenti registrati che usufruiscono quotidianamente dei servizi messi a disposizione: consultazione in sede di libri e giornali, prestito domiciliare, consultazione internet, prestito interbibliotecario e document delivery, questi ultimi due particolarmente cari a studenti e ricercatori. Si ha infatti la possibilità, a km 0 ed a costo zero, di ricevere libri e digitalizzazioni di parti di articoli e saggi da biblioteche anche molto lontane. Con questo nuovo servizio l’utente sarà ancor più al centro della vita della biblioteca ed in ognuna di esse i bibliotecari sapranno accompagnarlo in questo amichevole percorso nel mondo dello studio e dell’informazione”.
La biblioteca di Porto Sant’Elpidio è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 15,30 alle 19,30 mentre il sabato dalle 9 alle 13. Questi i recapiti tel. 0734/908311 fax 0734/908322 E-mail psebiblioteca@elpinet.it URL: www.elpinet.it
La biblioteca offre i seguenti servizi: 4 postazioni internet, Sala Audio-Video con videoteca di Film, Documentari e Cartoni animati, Riproduzioni e fornitura documenti, Prestito interbibliotecario. Il patrimonio librario posseduto ammonta a circa 10 mila volumi.
Si iniziava presto con i simpatici pargoli delle colonie estive, che a frotte di piccoli hobbit invadevano dapprima la spiaggia, dove le maestrine, in qualche caso, producevano tra il personale dello stabilimento balneare esclamazioni di approvazione quali “Si visto a cosa? …che pezzu de fica!”, o “E’ sempre stata vona.”. Dicevo, le maestrine tentavano di decimare la popolazione della festante e urlante orda di nani abbandonandoli al loro destino tra i flutti del mare forza nove, o lasciandoli a mollo dopo appena un’ora dalla colazione, quando le gelide temperature mediterranee avrebbero provocato un arresto cardio circolatorio in quei piccoli corpicini di operai, capo fabbrica, tagliatori, modellisti, “patrù” in erba. I sopravvissuti, di certo la futura classe dirigente, a metà mattinata, usciti incolumi dalle insidie del mare e dalle temperature africane del sole a picco delle undici, che notoriamente “scalla li pianciti e li pianciti me coce li pe”, si scagliavano come un solo corpo contro il bar dello chalet al grido unanime di “PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA PIZZA!”.
Dopo aver consumato il pan di via in religioso silenzio, tornavano alla carica più mesti e appesantiti, con quelle vocine acute e discrete ma con un tono comunque perentorio chiedevano “un bicchiere d’acqua di carta per favore”. Qualcuno aggiungeva “della cannella, grazie”. Poi via, direzione kinderspielpatz: un agghiacciante recinto con dentro scivoli, altalene e poco altro, sorvegliato da guardie in uniforme con pastori ringhianti alla catena, dove i funamboli rasoterra venivano proiettati verso l’infinito e oltre o, spinti dai loro stessi compari, si infilzavano nella sabbia da veri virgulti quali erano. Una precisazione sulla sabbia: l’area preposta al divertimento infantile era stata preparata ad hoc perché, come per tutto il resto di porto s.elpidio, la spiaggia era, è, e sarà sempre “de matù”, i quali conferiscono agli sventurati turisti a piedi nudi la classica caracollante andatura gigesca e, come un’infallibile cartina di tornasole, ci indicano con precisione assoluta chi di fatto “non è de lu portu”.
Come ogni essere senziente, anche il socio, alle nove anti meridiane, aveva le sue evidenti difficoltà di approccio col genere umano adulto, figurarsi arginare una caotica folla di imprevedibili gnomi della riviera e le loro richieste secche e inappellabili. I suoi lineamenti cadenti, le borse sotto gli occhi che, vista l’ambientazione marinaresca, potremmo tranquillamente chiamare come tradizione c’insegna “calamà”, indicavano chiaramente i fasti della sera precedente. Dopo essersi scolato gli avanzi alcolici della cena, discretamente dalle bottiglie mezze vuote prima, e direttamente dai calici dei commensali poi, non avendo più nulla da fare, visto che il divertimento elpidiense, come è noto, all’una di notte evapora, si era recato mesto a casa dove, in bagno di fronte allo specchio che lo fissava allampanato, aveva lasciato che la sua mano sinistra, per avere quella sensazione di straniante novità, fosse guidata dall’impellente spinta onanistica che sempre più spesso lo coglieva a quell’ora.
Questo comportamento, fu poi chiaro, era da imputare a quel mix di stress che gli veniva causato dal normale servizio ai tavoli, in concomitanza con il suo venire professionalmente in contatto con signore discinte di mezza età, frequentatrici della spiaggia, che ad ogni occasione ammiccavano al suo indirizzo non facendo mistero dei loro appetiti sessuali da dominatrici frustanti. Il poveraccio si trovava così a dover convivere con fantasie deviate che lo vedevano servire al tavolo, completamente nudo con su solo un colletto di camicia e una farfalla nera, un donnone pettuto, “carcagnu paccatu” da zoccoli lignei con tacco, al quale con il solito savoir faire si trovava a chiedere “Cosa le porto oggi signora?”, e lei di rimando, “Un bel cazzone al vapore, grazie!”, mentre i truci commensali intorno lo schernivano con degli eloquenti “Dagghie co su cappisì!”. Era evidente che l’equilibrio psichico del socio era sull’orlo del baratro, e tutti gli mettevano una mano sulla spalla per spingerlo oltre.
La mattinata scivolava via verso l’ora di pranzo, quando i pargoli ormai grigliati a puntino venivano come pecore ricondotti in gregge verso il trasporto animali comunale, organizzato in pullman gialli con propulzione a carbone, viste le sbuffate nere dei tubi di scarico. Eravamo nella terra di nessuno, tra le dodici e le dodici e trenta, in cui lo staff pranzava, prendeva caffè, fumava e pronti via accoglieva i primi clienti. Le tariffe dei ristoranti della riviera non erano del tutto popolari, vuoi per la freschezza delle materie prime, vuoi per la qualità dei manicaretti, vuoi per la sorprendente capacità commerciale dei titolari di dare loro un colpettino al rialzo durante i periodi di alta stagione, manco fosse la costa azzurra. Questo fatto, in ogni caso, attirava professionisti della zona in enormi macchine blu, manco fossero consoli, non necessariamente imprenditori calzaturieri, che in ogni caso rimanevano il grosso della clientela.
Questi impiegati di concetto delle alte sfere bancarie, notarili, immobiliari e via di questo passo, avevano tutti delle caratteristiche peculiari che li accomunavano: la fretta, l’assoluta mancanza di ironia, la spocchia che ostentava sprezzante superiorità nei confronti del genere umano, quasi fossero ufficiali dell’einsatzgruppen ai bordi di una fossa comune, e la totale mancanza di cortesia. Quest’ultima, forse, caratteristica estendibile a chiunque. Dopo essersi accomodati e aver incassato il flautato “buongiorno signori cosa possiamo prepararvi oggi?” del socio, le prime parole che uscivano da quelle labbra sottili erano “Portami questo primo, veloce che fra mezz’ora devo sta in ufficio”. L’ordinazione girata in cucina era “E’ rriatu cazzo ao, sbrigheteve che fra mezz’ora deve gli a fasse nculà”. Poteva capitare che a volte questi opachi burocrati ordinassero antipasti, per affrontare con leggerezza gli impegni pomeridiani, e bisognava essere pronti ad ascoltare lamentele tipo “Questo antipasto freddo è appena uscito dal congelatore?”, alludendo alla poca freschezza del prodotto, o “Questo antipasto caldo brucia”. Già, è caldo, altrimenti sarebbe stato tiepido, o meglio ancora freddo, ma poi probabilmente sarebbe anche stato pesce di laghi contaminati africani.
Quello che metteva più a dura prova l’equilibrio psichico della cucina tutta, e automaticamente l’aplombe del cameriere che doveva traslare alla cucina stessa l’arroganza del commensale, era riportare indietro un piatto per i motivi più svariati, dal generico ma offensivo “Non è buono”, al più specifico e supponente “Non è cotto”. Ecco. Non potete dire ad un qualsivoglia cuoco che la pietanza che ha preparato uguale per vent’anni non è cotta, perché la naturale risposta sarà: “Non è cottu??? La fica de la madre non è cotta!”, con relativo scroscio di porcellana in pezzi contro il muro.
Altro atteggiamento irritante di questi quotati manager di questa beneamata minchia, era passare la maggior parte del pranzo al telefono, cosa che li escludeva dal presente e dal considerare il cameriere, che invano tentava di attirare la loro attenzione, con quattro cinque piatti in mano, perché capissero che l’unica speranza per loro di mangiare qualcosa era di togliere quei gomiti, inguainati in giacche di lino chiaro, per permettere al malcapitato di poggiare la sua ordinazione con l’unica contorsione possibile. Perché il loro piatto era il primo a dover essere scaricato, quello tenuto su dall’anulare e dal mignolo, quello che tra l’altro scottava, “Te pigliesse un corbu, lea se cazzu de mane!”.
Questo era il tenore di questi pranzi di lavoro, quale fosse il lavoro a parte il nostro non l’ho mai capito, e andava avanti così fino al caffè, che veniva ordinato con uno schiocco delle dita seguito da un perentorio “Caffè!”, fissando ovviamente qualcosa oltre la consistenza del cameriere, come se fosse evanescente, a differenza del suo “Cuscì ce chiami a mammeta” sussurrato tra i denti. Dopo il limite invalicabile di mezz’ora, l’impegnatissimo professionista rimaneva seduto al tavolo, per un’altra buona ora, a dialogare amabilmente con il suo ospite. Tanto che il socio non poteva non esclamare sarcastico “Fortuna che c’avia fuga stu testa de cazzu”.
1) Giorgio Montanini, comico, attore, doppiatore, dottore in comunicazione, perito chimico, com’è cambiato il tuo mondo dopo il “salto” in Rai o ancora cerchi di fabbricare bombe artigianali?
Il mio mondo non è cambiato per niente dopo il salto in Rai. Perché li come ci sono andato ritorno qui; è un piccolo salto di qualità, ma soltanto mediatico perché sei visto da più persone. Riguardo la qualità artistica quella si perde in Rai, quindi un passo in avanti perché una puntata in televisione è vista da cinquecento mila persone, mentre per raggiungere quella cifra mi ci vorrebbero venti anni di teatri tutti pieni. Un’esperienza importante ma relativa. #Aggratis! È una trasmissione che era partita con un’idea, forte, di portare la Stand-up comedy in Italia, cosa che noi facciamo nei locali ma in televisione non c’era mai stata. Ma come è partita è fallita subito perché non è stata recepita immediatamente né dalla Rai né dalla produzione, e quindi siamo rimasti come i dieci piccoli indiani, sempre di meno finché siamo rimasti io e Pietro Sparacino. Per fare la rivoluzione prima fai tante battaglie, le perdi, e poi piano piano arrivi a quella finale e la vinci.
2) Usando un’estensione morfologica, meglio fica o topa?
Questa della fica e la topa è assurda; quando si dice che questo paese è allo sfascio mica si vede dalla crisi economica, si vede da quanto sta indietro da un punto di vista culturale. Noi siamo un paese che sta veramente messo male. Se tu pensi che in televisione a mezzanotte non si può dire fica, capisci che la televisione non recepisce quello che è la realtà. Sessant’anni fa dire questa parola magari era rivoluzionario, per usare un termine abusato, oggi rischi di diventare già vecchio. Il fatto che non si possa dire è l’esempio lampante che un paese è arretrato culturalmente. Se loro considerano topa un termine più elegante, quando nessuno lo dice, forse in Toscana, secondo me è molto più volgare nell’accezione negativa, io che della volgarità faccio un cavallo di battaglia, volgarità da vulgus, linguaggio del popolo, che io cerco di riportare in maniera schietta e immediata, li non è permesso.
3) La stand-up comedy riesce ad infrangere le barriere in Italia? Data la tua esperienza sul campo, credi che gli italiani siano pronti a ridere delle proprie perversioni?
Io penso di si. La satira comunque infrange dei tabù, finché ci sono è giusto che esista la satira; quando questi tabù saranno ormai infranti non ci sarà più bisogno di parlare di certe cose. L’Italia è pronta da trent’anni, stiamo in ritardo. Tutto quello che noi facciamo adesso in America avviene da cinquant’anni. Siamo stracotti per essere pronti a fare un esperimento del genere. Ho fatto il mio spettacolo vietato ai minori, satirico, da Milano, Bergamo, Vicenza, centro Italia fino a Catania, dovunque sono stato nel 80-90% dei casi la gente che sapeva cosa andava a vedere si è divertita. Chi fa televisione, dirigenti ecc., non è al passo con quelle che sono le esigenze di una parte considerevole de pubblico. Perché noi possiamo anche essere una nicchia rispetto quello che può coprire la comicità nazional popolare, ad esempio Vanzina, Brignano, Siani; saremo sicuramente una nicchia ma di qualche milione di persone secondo me, quindi un programma televisivo ci starebbe perfettamente, teatri tutti pieni, quindi si prontissimi.
Manca una visione dell’offerta?
Si, manca qualcuno che si prenda la responsabilità, noi lo facciamo già sul palco; la devono prendere qualcuno che decide di fare qualcosa di diverso. La comicità in Italia è morta. Non è che me ne sono accorto io, quale programma comico oggi fa ridere? Ma non perché facciamo comicità solo noi, non è questo, ma quando tu hai fatto comicità per trent’anni sempre sulle stesse cose, su luoghi comuni, su tormentoni, fai ridere una volta, due, tre, poi diventa stantia quel tipo di comicità. Se Zelig chiude un motivo c’è. Questo la dice lunga sul livello della comicità in Italia.
Non potrebbe essere legato al controllo della politica, in questo caso la Rai, nei confronti della dirigenza?
Non so quanto la politica interverrebbe, ma sicuramente accadrebbe nella misura in cui tu riesci a fare certe cose; ad esempio disturbi qualcuno in televisione, ti arrivano diecimila mail di protesta perché insulti il papa, per dire una cosa, e allora qualcuno interviene. Ma se non interviene nessuno è perché tu non hai fatto una provocazione. La comicità è una tra le forme d’arte più nobili e ogni forma d’arte è rivoluzionaria in se. Se tu proponi cose a livello comico che non siano rivoluzionare da nessun punto di vista, facendoti rilassare sui tuoi luoghi comuni invece che sconvolgerti, lasciandoti di stucco, è una comicità reazionaria, funzionale al sistema. Dire che la donna pensa solo ai vistiti, che non ha mai voglia di fare sesso invece l’uomo è sempre arrapato, e che a Roma c’è il traffico, è una cosa che strappa una risata vuota ma lascia il tempo che trova. Secondo me uno che sale su un palco deve avere almeno qualcosa da dire, poi una volta che sai questa la puoi mettere anche in forma comica, o pittorica, o cinematografica, poi la forma d’arte la scegli tu. Non mi voglio definire un artista perché mi repelle che qualcuno mi definisca così, però bisogna capire da che parte stiamo andando. Si deve continuare con una comicità fatta di tormentoni che non dicono un cazzo o si può fare qualcosa che sconvolga positivamente lo spettatore?
Io parlo sempre della catarsi nel mio spettacolo, la funzione principale del teatro, la forza purificatrice che l’artista riesce a darti a te spettatore perché i vuoti e le paure della vita quotidiana le rivivi in una situazione protetta. Non ha senso dire una cosa se tutti la pensano a quel modo, peggio se è un luogo comune. Noi siamo un pó dei pionieri in Italia; perché le persone in televisione ci vedevano come degli alieni. La gente dice: “ho voglia di sentirlo?”. Tanti no ma moltissimi si.
“Martellate” contro “Martellone”?
Ah ah ah, ma è bello prendere a martellate le cose! Se tu lo fai rompi il guscio ed esce fuori una parte che tu non conoscevi. Questo fa la satira. Guarda la stessa cosa che guardi tu e guarda lui, ma lo fa da un punto di vista diverso. “The Dark Side of the Moon”. La parte oscura della luna; noi guardiamo una cosa da dove nessuno ha voglia di andare a vedere, o ha paura di andare a vedere. Quindi dire quelle cose in pubblico che tu avresti paura di tirare fuori, sentire qualcuno che te le spara sulla faccia, ti lascia un attimo perplesso, colpito. Questa è la funzione della satira, rompere gli schemi.
4) Secondo te c’è un mezzo per distinguere cos’è satira da cosa da cosa cerca di esserlo?
C’è il rischio di salire su un piedistallo dicendo che c’è un mezzo per distinguerla. Quello che penso io, ad esempio parlare di Berlusconi adesso, tutti sanno quello che ha fatto, sia chi lo vota che chi non lo vota. Questo è l’esempio più lampante, ce ne sono molti altri. Quindi che senso ha dire su un palco che Berlusconi probabilmente era colluso con la mafia, che è un puttaniere, un dittatore venuto in Italia pensando di fare la Repubblica delle Banane, ci occorre che lo dica io? Lo sanno tutti. Se stupra un bambino stasera e si ritrova un video che lo riprende, ci sarà chi dirà no non è vero è stato montano ad arte, è stato adescato, e ci sarà chi dirà basta di questo paese io me ne vado all’estero. È stupido.
Io sono molto più curioso di indagare su chi e perché si va a votare. Forse la democrazia è un sistema superato? Questo mi interessa. Perché se non c’è gente preparata ad accettarla, come nei momenti peggiore di un paese, quando c’è crisi economica, arretrato culturalmente, si trova male, difficilmente fa una rivoluzione democratica culturale, di solito fa una svolta reazionaria-autoritaria, fascismo e nazismo. Siamo in un momento in cui potrebbe tranquillamente avvenire una svolta autoritaria. Ecco, da questo punto di vista Beppe Grillo l’unica cosa “positiva” che ha fatto è intercettare voti che probabilmente sarebbero andati all’estrema destra; perché lui ha delle pulsioni estremiste. Lui vent’anni fa era uno che quando saliva sul palco tutti temevano cosa potesse dire, perché aveva dei connotati satirici molto forti. Adesso è uno che è salito sul piedistallo pontificando, dicendo cosa è giusto, cosa è sbagliato. Chi fa satira si sporca le mani di merda più di quelli che denuncia in quel momento; secondo me il pubblico non deve sentirsi accusato o indottrinato. Dovrebbe dire: “vedi, questo qui si mette in gioco per raccontarci una cosa e non è migliore di quello che racconta”. Perché io non sono migliore di quello che racconto dato che prima di tutto è già passato attraverso le mie esperienze.
Io che odio Brignano, anche dal punto di vista personale, lo trovo una persona scorretta artisticamente, come Siani per citarne un altro, è di cattivo gusto, non onesto intellettualmente. Chi sale su un palco non dovrebbe essere mai un paraculo, non dovrebbe essere disonesto intellettualmente nei confronti delle persone che hai davanti. Io mi posso permettere di dirlo perché non sono nessuno, lui è uno da cinquantamila euro a serata che riempie la curva sud del Napoli; e io quando vedo trentamila persone che osannano una persona mi viene in mente più il saluto romano piuttosto che un comico. Detesto chi sceglie la via più facile.
5) Adesso stai lavorando a qualcosa?
Si ho appena fatto l’anteprima del mio terzo monologo satirico in tre anni; diciamo che nonostante tutto mi sono mantenuto abbastanza prolifico. Per questo devo anche ringraziare Satiriasi (n.d.r. il progetto ideato da Filippo Giardina che racchiude spettacoli di Stand-up comedy V.M. 18) perché li noi dobbiamo lavorare come bestie per sei mesi e a fine anno ti ritrovi con un monologo praticamente pronto. Adesso ho fatto due giorni di anteprima e lo spettacolo è andato praticamente bene. Sono soddisfatto perché comunque non sai se è meglio questo di adesso o quello di prima, sono cose diverse, forme di provocazione diverse. Quello precedente era più senza speranza, più cupo, dove la razza umana ne esce distrutta. Questo c’è forse più speranza per le persone. Non lo so sinceramente, io mi diverto anche più del pubblico a volte. Speriamo vada bene com’è andato il precedente.
Vi siete mai chiesti cosa succede nelle cucine dei ristoranti che abitualmente frequentate, di norma nel fine settimana, voi elpidiensi? Vi siete mai chiesti? Vi siete mai chiesti quanto sia reale l’affabilità e la cortesia di camerieri diciottenni, quando va bene, assunti perennemente a nero con i contratti classici della categoria “Setacciatori di pietre preziose della costa d’avorio”, sempre. Dicevo, vi siete mai chiesti se questa professionalità manifesta in sala sia la stessa che li accompagna nel tratto che dalla cambusa porta le pietanze al vostro tavolo? O se, più plausibilmente, questo folle amore per il proprio lavoro sottopagato e non contributivo, quindi già sufficientemente a rischio, non evapori come l’acqua salata de “li spaghetti a lo scoglio, zì” a seguito di richieste, esotiche nei modi e quanto meno singolari nel contenuto, che arrivano dalle vostre fauci ripiene della classica “la focaccia non ci sta più, capo??”. Vi siete mai chiesti? Se non lo avete mai fatto e vi ritrovate nella categoria esclusiva dei facoltosi, anche se “cullù non c’ha na lira pe piagne”, ciabattini abituè dei più rinomati opifici di prelibatezze ittiche del lungomare nostrano, beh vi invito caldamente a farlo, prima di continuare la lettura di questa che, nel caso in cui scoprirete di appartenere a cotanto gotha, sarà la cronaca efferata di terroristiche azioni che vi hanno visto nel ruolo dell’impotente manifestante di piazza, preso ad ombrellate dai guardiani della democrazia, o delle cavie elettorali alle quali viene propinato il cambiamento per la restaurazione e la restaurazione per il cambiamento, che alla fin fine “ma io a chi cazzacciu duvrio votà allora?”. Insomma, scoprirete che chi semina vento raccoglie tempesta e chi “roppe lu cazzu a lu cameriere magna de mmerda” se non quando “magna la mmerda”. I fatti che sto per narrare sono leggende, ormai di molti anni fa, riguardanti tutti i ristoranti del litorale e nessuno in particolare, dai caratteristici nomi marinari che i titolari manco fossero Salgari e Melville, in cui prestarono servizio generazioni di giovani che con leggerezza approcciarono alla ristorazione per mera convenienza, ma che negli anni se ne trovarono indelebilmente invischiati. Così non ci sono nomi che posso fare per indicare gli attori di questa vicenda, perché essi stessi sono il simbolo, la bandiera, gli eroi di tutti quei camerieri che furono prima figli vessati dai loro padri carnefici, e poi divennero folli vendicatori da condannare. Se anche vi fosse stata la remota possibilità di palesare l’identità di questi martiri, IO ,al fine di tutelare il più possibile la privacy di tutti e lasciare immacolati i carichi pendenti futuri dei protagonisti, non avrei esitato a celarla.
Accadeva soprattutto d’estate di lavorare a pranzo e a cena. Doppio turno. Tanto per gradire. Certo, si guadagnava il doppio, e in effetti sembravano un piccolo tesoro, a fine settimana, tutte quelle banconote da diecimila, ventimila, forse un taglio da cinquantamila lire, ma cavolo! era più di quanto potessi spendere. Falso. Regolarmente finivano agli sgoccioli della paga successiva e, in fin dei conti, era estate, avevamo vent’anni, una gloriosa utilitaria italiana dal nome da primato assoluto, con un motore che letteralmente “buttava lo foco”. Andava senz’acqua e senza olio, probabilmente qualche chilometro l’avrà fatto anche senza benzina. C’era l’isola pedonale che iniziava da “casa de Cima” e finiva di fronte a “Promenade”. Poi, a sud, più niente per chilometri. A nord, un altro mondo con i fasti della psichedelica sala giochi alle porte dell'”Holiday”, anche se i più informati sapevano che il vero divertimento era oltre i cancelli del campeggio estivo.
Lavorare a pranzo e a cena, in ogni caso, lasciava poco margine per vivere tutte queste mirabolanti attrazioni e si finiva per arrivare all’orario di chiusura della movida elpidiense stanchi ma vogliosi di divertimento, e ci si accontentava delle briciole. Questa è comunque un’altra storia. Il punto era che si lavorava. Si lavorava in un ristorante al mare. Specialità pesce, che indubbiamente è il trofeo più ambito dei palati dilaniati locali, è il punto di arrivo dopo una settimana “de cottomate”. E’ motivo di vanto quando abbiamo la consapevolezza di avere notizie riservate e confidenziali che ci danno la capacità di intimare ad un cliente “de fori”: “te cce porto io a magnà lo pesce zì”. Arrivare alle nove del mattino di ogni giorno della settimana nella spiaggia assolata, preparare la sala, apparecchiare i tavoli con sullo sfondo file di ombrelloni aperti, occupati dagli sporadici avventori delle mattinate lavorative e, oltre, la tavola sconfinatamente blu di un mare brillante alla luce del sole estivo, beh questa era già una bella soddisfazione. L’incanto che questa perenne distesa d’acqua genera negli animi sensibili è lo stesso che colpisce come una mazzetta da cinque chili le menti più semplici, e si misura nell’apertura sconsiderata della mascella che, disarticolandosi dal cranio, conferisce a chiunque la celeberrima espressione da ebete di fronte a questa meraviglia della natura. Ma la visione quotidiana di cotanto spettacolo finisce inevitabilmente per banalizzare anche la più eclatante delle bellezze, soprattutto col senno di ciò che sarebbe venuto poi. Così infatti, dopo stagioni di erculee fatiche culinarie, io e il mio socio vivevamo questi momenti che negli anni passarono da trepidanti a stucchevoli, a “me pisto li coglioni”, a “perché non gliete tutti a sputà sango”. Colui che convenzionalmente chiamerò qui “il mio socio” era un ragazzo garbato, responsabile, dedito al lavoro, una persona semplice, un sempliciotto verrebbe da dire. Un animo gentile che, come la maggior parte di chi a quell’età s’imbarcava nell’avventura di questo lavoro, lo faceva quasi esclusivamente per pagarsi gli studi universitari in quella conca del sapere che era “Macerata Macerata ogni passu na cacata!”, e che si ritrovava suo malgrado a dover fronteggiare una quantità di stress tale che al confronto “Diritto di procedura penale” era una lettura da fare sulla tazza del cesso. Va da sé che la sua naturale propensione all’accondiscendenza verso il prossimo, ad un lavoro ben svolto, ad un servilismo sottile, all’appecoronamento progressivo ma dignitoso per ottenere uno scopo, ecco, tutto questo in lui iniziò a scemare negli anni. Dapprima in maniera impercettibile, subdolamente lenta, poi con l’andare delle ore di lavoro in modo irreversibilmente più rapido e cruento, fino ad esplodere in ciò che con orrore scoprirete alla fine. Questa escalation dell’insofferenza aveva indubbiamente radici profonde nella selezionatissima clientela che noi ci trovavamo a servire, come efficientissimi paggi medievali alla corte di bifolchi imbellettati. Il nostro senso critico non ci permetteva di essere indifferenti alle migliaia di comportamenti sopra le righe, uscite fuori luogo, espressioni infelici, “una manica de contadì che non te dico”, per lo meno dopo aver studiato a fondo il fenomeno, dopo averlo approcciato in modo rigorosamente scientifico, dopo aver strenuamente tentato di dargli una soluzione quale che fosse e soprattutto dopo essere giunti all’amara conclusione che l’unico modo per arginare il dirompente divulgarsi di questo cancro era esasperare a livelli sconosciuti ed inconoscibili la nostra già altissima e apprezzata professionalità. Ma, nello specifico, è giusto cercare di comprendere il clima di quelle giornate non del tutto spensierate, di quegli istanti passati a chiedersi se davvero tutto questo ci avrebbe elevato, se lo sforzo immane sostenuto per contrastare l’impatto di questo maglio di pervicace ignoranza ci avrebbe reso migliori.
Vi accompagnerò per mano tra le grida di giubilo di commensali che “manco li cà magna cuscì”, tra gli sguardi sottili pieni di giudicante livore di chi “glie pare da esse cazzu”, tra le espressioni altezzose e i nasi arricciati di coloro i quali, nuca indietro e mento infuori, pensano “ma che cazzu stai dicenne?”, neanche troppo velatamente, per approdare infine insieme alla salvifica riva dell’emancipazione, della catarsi, dell’affrancarsi dalla condizione di zerbini incassatori per occupare i più nobili gradini della scala sociale, quelli degli impalatori dell’analfabetismo, degli sterminatori dell’arroganza, dei dittatori dell’equità e della giustizia. Vi porterò dove nessuno vi ha mai condotto: nei luoghi in cui i vostri peccati vengono giudicati e puniti senza attendere giorni di universale giudizio. Perché, in definitiva, “chi vole a Cristo se lu prega”, ma la realtà delle cose è ben diversa.
IL SINDACO: BENE LE INIZIATIVE, MA LA PRIORITÁ VA DATA ALLE MANUTENZIONI.
LA PAROLA CHIAVE: COLLABORAZIONE
E’ trascorsa appena una settimana dal suo insediamento ma il neo Sindaco Nazareno Franchellucci si è già messo all’opera per organizzare la macchina comunale.
Tra le varie questioni affrontate c’è stata anche quella dell’organizzazione degli eventi e delle manifestazioni cittadine visto l’imminente periodo estivo che ci apprestiamo ad affrontare. Il primo cittadino si è messo subito a lavoro con gli uffici tecnici comunali per gestire le innumerevoli iniziative che anche quest’anno animeranno l’estate elpidiense.
La vocazione turistica della città ha fatto sì che, negli anni, esercenti ed associazioni cittadine abbiano mostrato la volontà di organizzare iniziative di vario genere tanto da rendere il calendario estivo un enorme contenitore di oltre 200 manifestazioni che spaziano dallo sport, allo spettacolo, dall’eno-grastronomia alla danza, dalla musica all’arte ecc… e che vedono impegnati a tempo pieno gli operai comunali per far fronte alla logistica che ogni evento richiede.
“Siamo favorevoli – spiega il Sindaco – ad accogliere le proposte che ci vengono dai cittadini perché crediamo nel turismo quale volano per la nostra città e siamo convinti che in questo momento di difficile congiuntura economica proporre un’offerta variegata di eventi possa venire incontro alle esigenze di visitatori e turisti che scelgono P.S.Elpidio per trascorrere le loro vacanze. In quest’ottica però abbiamo bisogno di tanta più collaborazione da parte delle varie associazioni che organizzano le iniziative estive. Seguendo il modello di quanto già fanno i comitati di quartiere o altre associazioni storiche cittadine, sarebbe importante che privati e associazioni cooperino in maniera più capillare con l’Amministrazione affinché gli operai ed i tecnici del Comune abbiano la possibilità di occuparsi della città e nello specifico delle manutenzioni e dell’arredo urbano. Gestiremo nella maniera più efficiente possibile questi mesi, ma fin da subito siamo al lavoro per chiedere molta più collaborazione alle associazioni che vogliono organizzare eventi in città ed è nostra intenzione proporre l’approvazione di un regolamento per la concessione in uso di attrezzature di proprietà comunale al fine di tutelare l’utilizzo e la cura delle stesse.
Dal prossimo anno cominceremo ad individuare delle “aree eventi” dove, nel periodo estivo, le varie associazioni potranno organizzare le loro iniziative. Non escludo che si potrebbe ragionare sulla costituzione di un nuovo gruppo di lavoro, magari composto da persone tendenzialmente prive di occupazione e con le giuste competenze, che nel periodo estivo possano gestire la logistica delle varie iniziative, lasciando il tempo all’ufficio tecnico di occuparsi della nostra città a 360 gradi”
Ormai tutti conosciamo la generosità di Andrea Putzu, l’abbiamo apprezzata in questa campagna dove ha lavorato benissimo e tantissimo. Ma purtroppo, in tutto questo trambusto elettorale Andrea si è dimenticato di qualcuno.
In esclusiva per Post-it la lettera del piccolo Abebe, il bambino adottato a distanza da Putzu
Caro Vabbo a distanza
So che a te non piace farlo sapere in giro che ti prendi cura di me, come hai scritto anche sul tuo sito, ma un soldato dell’Onu, che pattugliava il pozzo a 6km da casa dove prendo quotidianamente l’acqua, mi ha fatto usare il suo cellulare in cambio di informazioni sull’attuale posizione delle milizie ribelli, cosi’ ho provato a cercarti su facebook, ma non sapendo scrivere bene il tuo cognome ho scritto a Post-it nella speranza che tu potessi leggermi.
E’ un po’ di tempo che non riesco a contattarti, sono molto preoccupato per te. Purtroppo nel villaggio c’e’ un solo telefono. Io tutti i giorni faccio 2 ore di fila sotto il sole per sapere come stai, ma poi quando faccio il tuo numero è sempre occupato.
è rotto per caso?
Ho anche provato a scriverti una cartolina ma come risposta mi è arrivato il programma dell’Alternativa, certo, avrei preferito tue notizie, ma comunque ora sono l’unico della tribù che puo’ permettersi un poster in camera.
Approposito Vabbo ho visto che vuoi chiamare l’esercito, ma sai che li ribelli m’ha insegnato a usà li fucili d’assalto?
Un AK47 lu monto e lu smonto co 40 secondi, ce penso io a le meretrici vabbo. Che poi, se mi volessi stabilire li, per le case popolari posso partecipare alla graduatoria d’assegnazione con gli italiani?
Volevo ringraziarti anche per le 2 maglie della Juventus che mi hai spedito: con quella di Dino Baggio ce so fatto la cresima, lo so, con la panza gonfia che me ritrovo e la maglia originale sembravo Ricky de Tuccio! Invece con l’altra abbiamo battezzato il mio fratellino, il piccolo Dosso, (figlio di mamma e di un gruppo di soldati) solo che pareva Orko de li Masters con quella de Tacchinardi.
Scusa per il mio italiano ma Suor Maria, la maestra, è un po’ rincojonita, c’ha l’alzheimer e ci fa la stessa lezione da piu’ di 2 mesi ormai, pero’ ogni tanto rraccapezza e mi ha spiegato che sei una persona importante e che ti sei candidato per diventare il capotribù del tuo villaggio ma che purtroppo hai perso, cosi’ me so impaurito, ma poi mi sono ricordato che voi siete una grande democrazia e mi sono tranquillizzato, perchè qua chi perde le elezioni o lascia il paese o gli tagliano la testa.
Ora vabbo ti saluto che tra poco inizia il coprifuoco, ma sappi che capisco che le tue intenzioni sono buone quando dici P.S.Elpidio prima di tutto, perche’ tanto lo so che nel tuo cuore vengo prima io.
Ebbene sì, Domenica (e Lunedì fino alle 15) si rivota. Dai per il sindaco. Lo dico a tutti quelli che hanno depositato la loro croce sulle schede elettorali e poi se ne son fottuti dei risultati. Che cazzo, cos’è che vi manca? Ah, i santini, con più di duecento consiglieri candidati, non c’è stato parente, amico, amico dell’amico che non sia stato raggiunto dall’avvisaglia della chiamata alle urne.
Credevate che fosse tutto finito? No, no, ci sono due giovani che lottano per un posto. Su, di questi tempi, dare un lavoro a un giovane è comunque una soddisfazione.
La mia domanda è: cittadini di Porto Sant’Elpidio, perché avete mollato la presa? C’avevo creduto, c’era così tanta partecipazione. Lo so, è arrivato il caldo, abbiamo sofferto uno strano prolungamento dell’inverno, e adesso è finita. Ed ecco, con ritorno di Don Matteo, della Fletcher scatta quell’idea d’estate, di spensieratezza, allentiamo la presa, iniziamo a lamentarci solo per l’afa e non più per le fottute buche per strada.
Ma verrà un altro inverno, cadranno mille petali di rose, la neve coprirà tutte le cose… No, le buche no, quelle torneranno a farvi incazzare. Quindi, prima di completare la vostra metamorfosi da pantofolai brontoloni a tipi da spiaggia, fate un ultimo sforzo.
Perché se non vi occupate di lui, prima o poi, questo paese si occuperà di voi.
Pelin, una mia amica turca mi ha inviato questa mail, in cui chiede a tutti gli amici conosciuti in Erasmus di manifestare la propria vicinanza alla loro rivolta. Tutto è cominciato ad Istanbul, con la protesta per la costruzione di un centro commerciale al posto di un parco al centro della città. Dopo le prime proteste e l’occupazione del parco, la polizia ha violentemente represso la pacifica occupazione, bruciando tende, sparando gas lacrimogeno e picchiando duro. In un attimo la protesta è esplosa in tutte le maggiori città del paese, diventando a tutti gli effetti una “primavera turca” contro lo strapotere di Erdogan, accettato ed appoggiato anche dal silenzio della stampa.
Pubblico qui il testo integrale della mail, con lo scopo di sensibilizzare il maggior numero di persone riguardo questo tema. Spargete la voce, informatevi, parlatene, condividete.
Riccardo Marchionni
Dear Foreign Friends,
First of all, I sincerely apologize for my excessive posting in the last few days. I hope I won’t be jamming your inbox today.
We, people living in Turkey, need your help and expect your support.
What is now going on in Turkey started out small, but has taken on a life of its own. Last Monday, a handful of peaceful protesters occupied Gezi Park on Taksim Square, one of the few green spaces in downtown Istanbul, in protest against plans for its redevelopment into a mall. They were having a sit-in, reading books, planting trees to replace those already ripped out by municipal workers. These protests were triggered due to riot police attacks to peaceful protestors at 5 AM while they were sleeping and the police beating up people cruelly, burning down their tents, firing extreme amounts of tear gas while intentionally firing tear gas shells by aiming at people’s heads from a short distance. Elsewhere in the city, the prime minister, Recep Tayyip Erdogan, was announcing plans to push ahead with a third Bosphorus bridge despite the critical response to the project by environmentalists.
This has become a matter about more than just saving trees. This is an “I can do whatever I damn well want”, fascist mentality that not only suppresses but attacks its own people. As a consequence of these violent acts, the number of people injured and taken under custody has reached to hundreds.
I, as a friend whom you all know in person, have been tear gassed eight times only on Friday and suffer from rib fracture. I kindly ask you to show your support for these protests in which we exhibit our discontent for the violent suppression of legitimate demands. Those who have already shown interest and contacted me regarding me and my family, thank you!
Press in Turkey is not working. Please share the news –at the least the ones I’ve been sharing-, sign the petitions and spread the word. As friends far away, we need your help!
– For better information, news from across the world on the protests against brutal police violence in Turkey: http://occupyturkey2013.tumblr.com/
prima di tutto, mi scuso per i miei numerosissimi post di questi ultimi giorni. Spero di non intasare le vostre mail.
Noi che vivamo in Turchia, abbiamo bisogno del vostro aiuto e speriamo nel vostro supporto.
Quello che sta succedendo in Turchia è iniziato dal nulla, ma sta crescendo a vista d’occhio. Lunedì scorso, una manciata di protestanti pacifici hanno occupato il parco Gezi a piazza Taksim, uno dei pochi spazi verdi in centro ad Instanbul, per protestare contro la conversione della piazza in un centro commerciale. C’era in corso un sit-in, leggevano libri, piantavano nuove piante per rimpiazzare quelle già sradicate dagli operatori municipali. La protesta è stata innescata dagli attacchi della polizia contro dei protestanti pacifici alle 5 della mattina mentre stavano dormendo, la polizia ha picchiato la gente crudelmente, bruciato le tende, sparato gas lacrimogeni volontariamente mirando alla testa da breve distanza. Da un’altra parte della città, il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, stava annunciando il piano per costruire il terzo ponte sul Bosforo nonostante le critiche da parte degli ambientalisti.
Adesso non si tratta più di salvare degli alberi. Adesso si tratta di “posso fare il cazzo che voglio”, mentalità fascista che non solo reprime ma attacca il suo stesso popolo. Come conseguenza di questi atti violenti, il numero di persone ferite e prese in custodia ha raggiunto il centinaio.
Io sono stata colpita dai gas lacrimogeni otto volte e mi hanno rotto una costola. Vi chiedo gentilmente di dimostrare il vostro supporto per queste proteste, con le quali esprimiamo il nostro disappunto per le violente repressioni a delle legittime richieste.
Grazie a tutti coloro che hanno mostrato interesse e che mi hanno contattato!
La stampa in Turchia non sta facendo il suo lavoro. Per favore condividete la notizie, anche solo quelle che vi do io, firmate le petizioni e spargete la voce. Come amici lontani, abbiamo bisogno del vostro aiuto!
Pe maggiori informazioni e notizie riguardo le proteste contro le violenze della polizia in Turchia:
Si possono dire i nomi dei componenti della giunta prima del secondo turno? Sì, non è vietato. A cosa potrebbe servire? A dare un qualche elemento in più ai cittadini che hanno votato uno dei candidati che non sono andati al ballottaggio. O a convincere qualche astenuto, invogliato dalla bontà di una delle future giunte.
Convincere gli astenuti, e quelli che hanno votato i candidati che non sono al ballottaggio, serve a chi sta “sotto” per rimontare lo svantaggio di preferenze che si è manifestato al primo turno. Ecco perché Andrea Putzu ha colto al balzo la palla lanciata da Cerquozzi. Putzu ha tutto da guadagnare nel mostrarsi “trasparente” nella scelta del suo team di governo, dicendo: ”questa è la mia squadra. Se vi piace, votatemi”. La sua figura rimane comunque poco credibile: fuoriuscito dal Pdl per reinventarsi civico, ex “aiutante” di Maurizio Gasparri, ricopre il ruolo di consigliere provinciale e di consigliere comunale, come consigliere comunale è stato un fantasma più che un oppositore. Un passato da “vecchio politicante” più che da nuovo politico capace di cambiare i vecchi schemi.
Se c’è stato il ballottaggio soltanto per un pelo, vorrà dire pur qualcosa: la città ha detto no. No! Non si fida di chi si è proposto come cambiamento, nè di Putzu, nè di Cerquozzi, nè di Farina, nè di Belletti. Chi continua, nonostante tutto, ad ispirare fiducia agli elpidiensi è il buon caro vecchio Pd.
Franchellucci infatti ha bisogno di pochissimi voti in più rispetto a quelli che ha preso al primo turno, quindi per non rischiare di rimetterci, tace. Rischierebbe di perdere voti perché la giunta che proporrà sarà “in continuità con la vecchia amministrazione”, come ha ribadito più volte nel corso della campagna elettorale. Significa che per esempio l’assessore al turismo probabilmente sarà Milena Sebastiani, quello alla cultura Annalinda Pasquali, ai servizi sociali Rosanna Vittori, vice-sindaco Elio Natali. Questi sarebbero i nomi “sicuri” che in qualche modo siamo riusciti a sapere tramite vari informatori, poi ci sarebbe la diatriba dell’assessorato ai lavori pubblici/urbanistica, che dovrebbe andare o a Vallesi Carlo(Vallesi Renato in qualche modo spingerà la carriera del “ragazzo”), o a Daniele Stacchietti, fortemente voluto da Nazareno. Addirittura a Natali potrebbe andare la delega all’urbanistica, visto che Patti chiari è la seconda lista della coalizione di centro-sinistra, e sta battendo forte i pugni per occupare più poltrone possibile. Il nuovo equilibrio all’interno della coalizione mette in discussione anche il ruolo della Leoni, alla quale potrebbe andare il bilancio. E anche la tanto famigerata carica di presidente del consiglio comunale, non è detto che vada a Vitaliano Romitelli, in quanto sembra che sia non troppo ben voluto dai vertici Pd e che questa carica sia stata chiesta proprio da Patti chiari.
Naturalmente saremo molto lieti di essere smentiti tra una settimana, se vincerà Franchellucci, quando verrà svelata la sua giunta.
Nel frattempo ci godiamo gli ultimi giorni di campagna elettorale, momento fantastico in cui anche chi non ha mai letto nemmeno la guida tv può permettersi di ergersi ad opinionista politico: il miracolo italiano!